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Oro, spada, principi di frontiera, tesoro degli ultimi etruschi nel Museo Archeologico Nazionale di Pontecagnano

“Dal promontorio sorrentino al fiume Sele per trenta miglia l’Agro Picentino fu degli Etruschi…” (Strabone)

Queste le parole incise sulle pagine della memoria in tempi non sospetti dallo studioso che per primo suggerisce come muovere i passi storiografici verso la riscoperta di un popolo antico che ancora oggi vive.

Esistono profondi contesti culturali incastonati tra il golfo di Salerno e il suo entroterra, valorizzati e promossi dopo anni di valida indagine e ricerca. Piccole perle che la realtà turistica sfoggia di pari passo con la ricettività costiera, nell’ambito di promozione del territorio. Gioielli di grande interesse come questi sono da ricercare in Campania a sud di Salerno, precisamente nella profonda e tanto antica terra sopra la quale oggi la vita si muove sullo struscio dell’attuale città di Pontecagnano.

Dalle viscere di questo mondo sepolto archeologia, arte e ricerca si sono riunite all’unisono per riportare alla luce un passato, custodirlo così nel presente per trasmetterlo poi in un futuro sempre più assetato di sapere. Queste lontane testimonianze oggi così vicine e tangibili sono reperti e materiali archeologici testimoni di quindici secoli di storia. Vivide tracce di un mondo remoto che oggi riflettono come allora dentro le teche di vetro, sotto la luce dell’enorme lucernario intelaiato in acciaio e vetro di un prezioso scrigno di cultura. Aprile 2007, nasce il Museo Archelogico Nazionale di Pontecagnano, lavoro giunto a compimento dopo circa quarant’anni di intense ricerche sul territorio picentino. Etichettato come “il più importante museo etrusco in Campania”. All’interno riposano frammenti di un passato fatto di storia, tradizioni, culture e costumi che ci riporta alla luce un popolo che a soli dieci chilometri da Salerno fondò quello che si conosce come l’ultima civiltà etrusca dell’estremo sud.

Nell’involucro espositivo il patrimonio archeologico è inglobato in un’unica grande sala. La raccolta presenta una narrazione unidirezionale. Snodandosi per sei immersive sezioni tematiche che districano il fitto materiale antico in periodizzazioni cronologiche, il percorso retrocede dalla preistoria sino all’ultima e decadente età romana, offrendo al visitatore l’affascinante e approfondito panorama stratificato sull’evoluzione di gens antiche fatte di donne aristocratiche, banchetti, armi e nobili guerrieri. La raccolta di manufatti e suppellettili tombali è stata riesumata nel meticoloso lavoro di scavo di circa 8000 sepolture provenienti dalle necropoli rinvenute. Tra un’iscrizione, una spada, resti ossei e vasi dipinti, sono riemersi i caratteri fondamentali di una civiltà in continua evoluzione: un face to face con tribù, costumi femminili, società aristocratiche e ancora rituali e religiosità, lusso e sfarzo della vita di tutti i giorni.

Focalizzando gli spazi nell’esperienza di visita ci si imbatte immediatamente verso la prima età, quella del Rame, dove si conservano pezzi di sepolture preistoriche a grotticella. La seconda area conduce nell’età del Ferro: l’insediamento vede una forte maturazione sociale. Nasce l’antica Pontecagnano, centro villanoviano dove la pratica funeraria dell’incinerazione è testimoniata dalla preziosa quanto poi rara Urna a capanna. Lo spazio centrale è quello dedicato all’esposizione predominante, capace di identificare simbolicamente l’intero percorso. L’influsso orientalizzante qui si fa pregnante. È l’età dei principi, dell’oro e dell’argento, uno sfarzo dettato da una produzione artigianale senza precedenti. Le sepolture gentilizie si arricchiscono di suppellettili aurei e lo splendore dell’Oinochoe d’argento della tomba 928 resta tutt’oggi inalterato. Lo sbalzo è ricco, il virtuoso cesello sull’epidermide del bronzo è scintillio nell’espositore.

I raffinati gioielli esotici vantano l’orgoglio delle più nobili principesse. I manufatti si perfezionano, come le grandi armi simbolo del potere. La parte dedicata alla città arcaica ci riporta alle innovazioni urbane, al potenziamento delle fortificazioni, al perfezionamento della scrittura. Gli artigiani provenienti dall’Etruria impiantano nell’area l’affascinante lavorazione del bucchero, oro nero della ceramica fittile antica. Le sezioni che chiudono il percorso, quella classica/ellenistica e romana raccontano al visitatore dapprima un forte retaggio culturale greco, per poi evidenziare un lento declino politico-culturale con la conquista dell’area da parte dei Romani. È il 263 a.C., nasce l’antica Picentia. Qui si evidenziano successi e fortune della pittura vascolare. Il ceramografo fissa sulla parete fittile di crateri e kylix vibranti postulati pittorici dal codice attico, fatti di svettanti figure di guerrieri, ebbrezze di menadi danzanti al ritmo di dionisiaci miti lontani. Il timbro variopinto è un delirio cromatico esteso, senza fine.

Nulla è perso, tutto ritorna. È un tempo incubato nel nostro tempo, dove ancora si respira. Sente il ferro battere, il vino versare, la storia riprendere vita. Sono gli aliti dei nobili guerrieri di frontiera.

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