di

Redemption song e Capoeira do Quilombo: due progetti per il Brasile. Cristina Mantis e Agnese Ricchi, intervista

Da qualche tempo il Brasile sembra essere la nuova terra promessa: imprenditori, negozianti che vi si trasferiscono per avviare una qualche attività, anche alcune università italiane organizzano incontri a tema sulle possibilità di studio e lavoro in questo paese. Una terra dai forti contrasti. A cominciare dalla forma del suo paesaggio: i grattacieli delle metropoli che danno sulle spiagge e dietro le distese di quartieri poverissimi simili a piccoli presepi. Fino alla cronaca degli ultimi mesi sulla corsa contro il tempo, non priva di disagi, al fine di costruire stadi e infrastrutture per i prossimi mondiali di calcio di cui, fra l’altro, ai brasiliani sembra importare poco per via di problemi molto più urgenti nella vita civile. Anche la musica Pop e le Arti visive ne sono rimaste affascinate; Michael Jackson, nel 1995, girò in Brasile il video di They Don’t care About Us con la regia di Spike Lee e, più o meno negli stessi anni, il pittore Mario Schifano vi eseguì uno dei suoi ultimi lavori, dipingendo di bianco una baracca nelle favelas di Rio de Janeiro. Oggi, la regista Cristina Mantis, con la collaborazione dell’artista Agnese Ricchi, decide di esplorare, attraverso un documentario dal titolo Redemption Song la realtà dei quilombi, antiche comunità fondate dagli africani che arrivarono sulle coste brasiliane nel periodo della schiavitù (a partire dalla fine del XVI secolo circa).

Cristina, da dove viene il tuo interesse per queste zone?

“Mi trovavo in Brasile tempo fa per via di un altro documentario che stavo girando e andai a visitare alcuni quilombi. Mi accorsi subito che la forza di queste comunità era proprio nel fatto che i discendenti degli schiavi erano molto uniti nella difesa delle proprie origini e della propria terra e che questo costituiva un messaggio importante da far arrivare all’Africa.”

Cristina inizia la sua attività prima di attrice e poi di regista, specializzandosi nelle tecniche di montaggio e nei documentari. Il suo Il Carnevale di Dolores, ritratto della vita di una senzatetto romana, vince come miglior documentario italiano al Tekfestival nel 2008. Da giovanissima, mentre frequenta la scena culturale romana, Cristina è segnata dall’incontro con un grande artista italiano, Gino De Dominicis, che prima la sceglie come modella e con cui in seguito nasce un rapporto di grande amicizia. Mi confida a proposito:

“Alcune volte avevo la sensazione che Gino avesse qualità non umane. Era in grado di essere nel luogo dei tuoi ricordi. E’ stato lui a stimolarmi a intraprendere gli studi di regista anche se il cinema non gli piaceva perché diceva che gli schermi troppo grandi rendono innaturali i volti delle persone.”

Nel documentario è filmato anche il lavoro di Agnese Ricchi (che i lettori già conosceranno http://www.artapartofculture.net/2012/04/08/agnese-il-minotauro-e-altre-narrazioni-lintervista/), artista visiva romana, con cui Cristina collabora da tempo e che, per l’occasione, interviene con la creazione del suo progetto Capoeira do Quilombo. Agnese realizza opere che derivano dalle attività di pittura che lei stessa svolge con i bambini ai quali affida un tema su cui lavorare,intervenendo in seguito sui loro dipinti, assemblandoli e coordinandoli ma lasciando intatta la spontaneità del segno e del gesto infantile. A lei chiedo:

Agnese, questo tuo progetto legato al Brasile è nato in parallelo con il lavoro di Cristina? Quale elemento hai scelto per catturare l’attenzione dei bambini con cui hai lavorato durante questo viaggio?

 “Cristina, di ritorno da un suo viaggio in Brasile, mi ha parlato della realtà dei quilombi e ne sono stata subito entusiasta, a tal punto di voler tornare con lei sul posto per realizzare dei lavori con i piccoli discendenti degli schiavi. Ho pensato che il tema che più poteva coinvolgerli poteva essere la capoeira, proprio perché è la danza/lotta che fu inventata dagli schiavi per comunicare tra di loro, eludendo i padroni. Ora è molto di moda, è diventata uno sport cool quasi come lo yoga ma ha comunque radici molto antiche, legate sempre a un racconto e alla figura del cantastorie.”

Sono circa 300 i quilombi in tutto il Brasile, il più famoso è quello di Palmares, difeso nel XVII secolo dall’eroe nazionale Zumbi, che, simile al nostro Spartaco o all’ultimo Django di Tarantino, lottava contro i governatori del Portogallo per mantenere l’indipendenza della comunità. C’è comunque da dire che solo di recente, pare, i quilombos hanno ottenuto diritti e riconoscimenti come enti territoriali. La stessa popolazione brasiliana, raccontano Agnese e Cristina, conosce poco di queste realtà e non sembra volerla valorizzare fino in fondo.

Protagonista di Redemption Song, è Cissoko Abaubacar, compagno della regista Cristina Mantis, nato in Guinea, arrivato in Italia nei C.A.R.A. (centri d’accoglienza per i richiedenti asilo) come rifugiato e per questo cosciente delle problematiche inerenti a questo status. Nel documentario interagisce con gli abitanti dei quilombos, quasi come testimonianza vivente delle loro radici africane, parla con loro, balla la capoeira. Mi racconta che il suo obiettivo, parte integrante del documentario Redemption Song, è sensibilizzare la sua gente, gli africani, sul falso paradiso dell’Occidente, sull’assurdità della condizione di rifugiato e su quanto le opinioni di queste persone vengano per lo più ignorate dai media.

Il progetto di Cristina Mantis ha suscitato grande interesse e sostegno in Brasile, anche durante la sua realizzazione. Sul set è accorso persino Chico Cesar, un cantautore, ora segretario culturale del Paraiba, un mito per i brasiliani, divenuto famoso con il suo brano Mama Africa. La Fundarpe, Fondazione del patrimonio storico e artistico del Pernambuco, ha deciso di seguire e sostenere il documentario. Da noi il progetto ha trovato l’approvazione del Ministero dei Beni Culturali che sovvenzionerà l’ultima fase di riprese che Cristina Mantis ha intenzione di realizzare in Guinea ritornando all’Africa, il punto di partenza di questa storia. Una presenza importante è stata quella di Cesar Manteiro, poeta, intellettuale e vicesindaco della cittadina di Brejão (che nella lingua locale significa “fango”), che è stato per Cristina Mantis e Agnese Ricchi una preziosa guida. E’ lui l’autore di questi versi:

CAPOEIRA QUILOMBOLA

Dos quilombos de meu peito
Onde refugio minhas esperanças
Trago a cor a força o jeito
De quem lutou desde criança 

Andei por entre os cafezais
Como folhas secas destemidas
Sou resistência liberdade
Guerreiro de mãos limpas

Dei rasteira no preconceito
Sou negro sim sinhô
Capoeira quilombola
Quebrando as correntes da dor 

Sou curica sou batinga
Sou palmares sou irmão
Da áfrica mãe antiga
Dos brejos de meu brejão

(Traduzione di Daniela Carreras)

Dai quilombi dal mio petto
Dove rifugio le mie speranze
Porto il colore la forma la forza
Di chi ha lottato sin dall’inizio

Ho camminato nelle piantagioni di caffè
Come foglia secca spavalda
Sono resistenza libertà
Guerriero con le mani pulite

Ho driblato il preconcetto
Sono nero sì signore
Capoeirista del quilombo
Rompo le catene del dolore 

Sono percussionista suonatore
Sono Palmares sono fratello
Della vecchia mamma Africa
Dei vicoli del mio fango.

1 commento

clicca qui per inviare un commento

teniamo a bada lo spam * Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.

  • Grazie Donato per avemi fatto conoscere le origini sorprendenti dellla capoeira! E anche i lavori di Cristina e Agnese, molto apprezzabili nel loro intento di portare più consapevolezza di quello che si è.

La frase della settimana…

Loading

Archivi PDF

Gli articoli non più online li trovi negli Archivi:
Articoli in PDF per mese