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La mostra che non ho visto #56. Elizabeth Frolet

Elizabeth Frolet in un autoritratto
Elizabeth Frolet in un autoritratto

Quel est donc ce je ne sais quoi de mystérieux que Delacroix, pour la gloire denotre siècle, a mieux traduit qu’un autre ? C’est l’impalpable, c’est le rêve, c’est les nerfs, c’est l’âme.
Qual’è questo indefinibile elemento misterioso che Delacroix, per la gloria del nostro secolo, ha tradotto meglio di chiunque altro? E’ l’impalpabile, é il sogno, sono i nervi, é l’anima.
Baudelaire su Delacroix in L’Opinion nationale

Tantissime mostre non viste purtroppo. Tante mostre rimpiante. A Parigi, a Tokyo, a New-York, a Londra… Mostre sulla ceramica, sulla carta, su degli artisti dimenticati, ma che esistono comunque e che hanno trasformato la mia coscienza.

Si dovrebbe sempre correre alla ricerca delle mostre in chiusura. Ma si lavorerebbe pochissimo.

Una mostra, a volte è come un libro. Entri dentro e ne riesci nutrito, cambiato, in levitazione, illuminato! L’artista che vedi in mostra evidenzia un qualcosa che avevi in te e che non sapevi di avere. Ti rivela. Ti risveglia.

Si, una delle mostre che non ho visto e che mi rende molto triste è quella proposta dal Musée Eugène Delacroix.

Delacroix è un mio immenso amore, come Gauguin, Pisanello, El Greco.

Ha modellato il mio modo di essere artista. La sua passione, la sua intelligenza, la sua mentalità giovane e pura, mi sono sempre servite da guida. Ho visto tutte le sue opere, i suo acquarelli. Ho letto i suoi diari in inglese ed in francese e li ho regalati a chi potevo. Ma ultimamente non vado più a Parigi e non ho più occasione di visitare tutti quei minuscoli musei che nasconde la grande città dei musei mastodontici… E dunque ho mancato la mostra ‘Eugène Delacroix écrivain’, che si è tenuta dal 15 giugno 2013 al 23 Settembre 2013.

L’unione del pittore e dello scrittore in Delacroix è perfetta.

Dipinge focosamente, con passione, con slancio, con sentimento. É tormentato, vede cose grandi, indaga anche sull’aria, sulla trasparenza, sulla strana magia dei colori. Le dipinge e le descrive anche con la penna con altrettanta intensità e profondità. Baudelaire – un altro gigante, poeta più giovane di lui – da critico d’arte scriveva:

Delacroix, lac de sang hanté des mauvais anges, Ombragé par un bois de sapins toujours vert, Où, sous un ciel chagrin, des fanfares étranges Passent, comme un soupir étouffé de Weber.
Delacroix, lago di sangue infestato da angeli cattivi, Ombreggiato da un bosco di abeti sempre verdi, Dove sotto un cielo malinconico, delle fanfare strane Passano, come un sospiro soffocato di Weber.

Leggere Delacroix vuol dire entrare dentro il suo occhio, il suo sangue, la sua pelle che cerca l’invisibile per mostrarlo a tutti. Il suo è un viaggio che insegna a guardare meglio, a fermarsi per sentire ed amare, conoscere la luce e i colori, non risparmiando nessuna solitudine o sofferenza per sviluppare questa VEGGENZA.

Il suo giornale è stato ed è sempre un mio mito. Avrei voluto vedere come la sua calligrafia corra sulle pagine dei suoi numerosissimi quaderni… vedere come il maestro scriva, come erano i suoi quaderni, suoi scritti intimi, scoperti dopo la sua morte.

Conosco i suoi disegni, i suoi acquarelli che consulto regolarmente… ma non ho visto mai la sua calligrafia. La posso solo immaginare, piena di aria, rapida, che lascia tanto spazio tra i bordi e le righe, perché è un uomo generoso. Vedere la sua scrittura, vuole dire avvicinarsi al battito del suo cuore, al suo respiro. E non vederla vuole dire mancare i moti della sua anima, la forma inconscia dei suoi sogni di conoscenza.

Delacroix scrive su tutto: sulle sue delusioni sociali, sul suo ennui, sul suo modo di affrontare la disciplina del lavoro che si alterna con l’ozio e la noia. Scrive dei suoi incontri, progetta libri di storia dell’arte. E’ uno dei rari artisti per cui la pittura, il disegno e la scrittura si compenetrano totalmente:

Un peu d’insistance est nécessaire, une fois la machine lancée, j’éprouve en écrivant autant de facilité qu’en peignant, et, chose singulière, j’ai moins besoin de revenir sur ce que j’ai fait.
Devo insistere un po’, ma una volta che la macchina é lanciata, provo quando scrivo altretanto piaccere di quando dipingo, e, cosa strana, ho meno bisogno di ritornare su quello che ho fatto.
(21 luglio 1850)

Il suo immenso amore per la musica va a confermare questa sensibilità epidermica che gli permette, sempre con la stessa intensità, di percepire le minime variazioni atmosferiche di Parigi, della società colta e mondana che frequenta, della campagna, degli autori classici.

Ho mancato questa mostra dove volevo visualizzare la raffinatezza del suo pensiero che poteva rispecchiarsi nella sua calligrafia, perché non c’è specchio più fedele dell’animo di un uomo che il suo tratto – i suoi segni – sulla pagina.

In Oriente i giudizi riguardo la calligrafia di un uomo o di una donna potevano essere implacabili. Mentre ormai la calligrafia non si vede più. L’uomo si nasconde dietro una tipografia anonima e non si capisce più come batte il suo cuore. Proprio quest’amore per i battiti del cuore umano mi ha fatto ritornare, come artista, alla scrittura di diari, quaderni, lettere (si veda la mostra ‘Diari d’artista e macchie d’inchiostro’ al Collegio Romano). Perché è là che l’espressione è la più fresca, la più limpida, la più diretta. Una linea manoscritta somiglia a una partitura musicale, composta di ritmi, di sincope, di scivolamenti e di ripetizioni regolari. Le linee manoscritte possono trasportarmi come un preludio, una rapsodia, una fuga o un capriccio, e mi possono demoralizzare come una cacofonia senza struttura e senza scopo. La scrittura conserva la verità delle emozioni, rende tangibile la fugacità dell’istante. E’ un cardiogramma che mette a nudo il proprio cuore.

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