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Per un pugno di uomini e donne. Libero De Libero, Galleria La Cometa e gli anni ’30 e ’40 dell’Arte in Italia

Questo testo è la recensione di una mostra di grande qualità e è la storia di una realtà artistica e culturale breve ma intensa che fu messa su da un pugno di uomini e donne a Roma.
Siamo negli anni ’30 e tutto si sviluppò essenzialmente tra due storici Caffè e una galleria.

Il Caffè Greco – che era ed è in Via dei Condotti – rappresentava un vivace luogo di incontri internazionali dal lontano 1760: ai tempi che stiamo qui trattando – gli stessi esplicitati dalla mostra Libero De Libero e gli artisti della Cometa, curata da Maria Catalano, Federica Pirani, Assunta Porciani alla Galleria d’Arte Moderna di Roma Capitale –, protagonisti come Palazzeschi, Petrassi, Flaiano, Fazzini, i fratelli Basaldella (Mirko e Afro), Mario Mafai, Carlo Levi, la coppia Morante-Moravia e lo stesso De Libero avevano i loro tavoli prenotati per lunghe, accorate discussioni sulle sorti della cultura e delle arti in un’Italia in piena tempesta pre-bellica. Vicino, come lo era anche il Caffè Notagen di Via del Babuino e dove pure si incontravano molti degli artisti e poeti citati, c’era Palazzo Marignoli, che ospitava il Caffè Aragno (Via del Corso 181; dopo divenne Alemagna, poi Autogrill). Anche qui c’era fermento mentre si prospettavano progetti che in alcuni fortunati casi si concretizzarono. Il giornalista, fotografo e scrittore Orio Vergani nel 1938 ne descrisse in maniera illuminante la celebre terza saletta:

“sancta sanctorum della letteratura, dell’arte e del giornalismo”.

Fu lì, in quel salotto degli intellettuali, delle riunioni artistiche e degli accesi confronti sulla politica che prese in qualche modo forma la galleria La Cometa.

Libero, che era assiduo dell’Aragno negli anni 1928-34, si avvicina al gruppo della cosiddetta Scuola Romana di via Cavour (Mario Mafai, Antonietta Raphaël, Gino Bonichi –  Scipione – ma anche Ungaretti e Leonardo Sinisgalli, tutti mossi dallo stimolo culturale dato loro dallo scultore Marino Mazzacurati); a questo gruppo De Libero:

avrebbe legato i suoi esordi di cronista d’arte con un articolo pubblicato nel 1930 su “Belvedere””. (in: Giuseppe Lupo, Poesia come pittura: De Libero e la cultura romana, 1930-1940, ed. Vita e Pensiero, 2002, pag. 13).

Alcune delle opere di questi artisti sono sia in questa mostra tematica sia nelle ampie collezioni della Galleria tra cui emerge il qualitativamente immenso Cardinale decano (1930) di Scipione.
Ormai Libero è parte attiva dell’ambiente artistico romano.

Ma andiamo con ordine.

Nato a Fondi, Libero De Libero, che fu poeta, narratore, sceneggiatore – di film quali Non c’è pace tra gli ulivi e Giorni d’amore del suo amico e concittadino Giuseppe De Santis, uno dei padri del Neorealismo – e cronista, ideatore e direttore di riviste e giornali, critico d’arte e organizzatore culturale, non era sino a questa mostra abbastanza conosciuto dal grande pubblico.

Racconterà, di sé:

“Sono stato il solito ragazzo nutrito con schiaffi, fette di pane e libri d’ogni specie che, un giorno, scrive una poesia e se ne vergogna più che d’un grosso peccato, poi da giovane ci riprova e se ne vergogna di meno, ma da uomo ha continuato senza tanti scrupoli”. (in: E. F. Accrocca, a cura di, Ritratti su misura di scrittori italiani, Venezia 1960, p. 155).

Il gusto artistico italiano si rinnovò grazie a quest’uomo dai tanti interessi e intuiti di segno cosmopolita, che infastidiranno non poco il Fascismo. Ecco, della sua giovanile, ingenua prima adesione al Fascismo non si rammaricò mai abbastanza, ma la sua storia, la sua vita, il suo impegno ripararono a questo inciampo e le sue idee di autonomia e saggezza si si rivelano in un inequivocabile passaggio del suo Diario:

“L’opera di uno scrittore non porta che messaggi di libertà, rivela sentimenti mai goduti o sofferti, provoca reazioni di sdegno (…) in più aiuta la speranza di un futuro meno precario di un oggi che minaccia la peggiore evasione da quei doveri civili sempre di più assenti nei nostri cuori”.

De Libero da Fondi giunse a Roma ove si formò per un anno in seminario, certificazione di quanto:

“fosse drammatica la situazione di un intellettuale italiano sotto una certa latitudine, obbligato a simili scelte”. (in: G. Piovene, prefazione a Camera oscura, Milano 1974, p. XI).

Dal 1927 si trasferì definitivamente nella città eterna dove per lui contarono molto le relazioni, l’amicizia e, in sostanza, quello che oggi chiamiamo il fare Rete che nacque da comunanza d’ideali e di affinità.
Come poi scriverà in Roma 1935, Roma 1981 (p. 24):

“quella fu la grande stagione dell’amicizia”.

Nella mostra questo si evince chiaramente, tra l’altro, dalla serie di disegnini e opere in cui queste personalità a lui legate lo ritraggono in maniera bozzettistica ma affettuosa. Un quadro in particolare spicca: è un Ritratto di Libero De Libero firmato da Alberto Savinio, ovvero Andrea, fratello di Giorgio De Chirico e già grande artista dalle esperienze sia metafisiche sia surrealiste fantastiche, che qui si cimenta in somigliantissimo ritratto di Libero datato 1935.

La biografia di Libero De Libero si srotola ai nostri occhi e a quelli del pubblico fruitore attraverso tre sale della galleria nell’ultima della quale si può vedere un ottimo documentario, Gli approdi di De Libero, di Silvana Palumbieri per le Teche Rai.

Nella prima sala, oltre ai ritratti indicati, e una teca di vetro che racchiude preziosi documenti e qualche foto, con riviste e articoli – contenuti pure nella teca della seconda sala – che ci ricordano un’attività frenetica del De Libero già l’anno dopo essersi trasferito a Roma (fonda con Diemoz, e dirige, il 15nale “L’interplanetario” e, a seguire, nel 1940-41-42 avrà simili esperienze con “Beltempo – almanacco delle lettere e delle arti”, edito da La Cometa e, tra il 1940 e il 1943, con la rivista “Parallelo”, che fonda, e con “Fiera Letteraria”, “Giornale d’Italia” e “Paese Sera”; dirigerà anche “Almanacco del Cartiglio”, ediz. del Cartiglio, Roma, 1953, e la collana di monografie “Architettura italiana contemporanea”, a fine anni ’60) e il suo impegno nell’arte.

Anna Laetitia Pecci Blunt, detta Mimì, aristocratica mecenate, appassionata d’arte, musica e letteratura, volle trasformare un locale attaccato a P.zza Aracoeli, a fianco del suo palazzo romano, in una galleria d’arte. Il posto era sito a Tribuna (piazzetta) Tor de’ Specchi, all’allora civico 18. Così ricorda nel 1935 Efisio Oppo in un articolo su “La Tribuna”:

“Le pareti rivestite di iuta giallognola, pavimenti in linoleum verdeoliva cupo, candidi soffitti, illuminati con sobrietà, un angoletto di riposo nella parte più segreta della galleria.”

Il grande architetto razionalista Adalberto Libera ne curò l’allestimento salvando e rendendo a vista, a fianco dell’ingresso, una colonna romana con capitello ionico.

Mimì, chiamò la galleria La Cometa, derivandone la nominazione dall’araldica del suo prozio Leone 13° (ribattezzato il papa sociale per via della sua nota enciclica Rerum Novarum con la quale si realizzò una svolta nella chiesa cattolica).

Volle accanto a sé gli amici De Libero, che ne divenne direttore artistico nel 1935 e sino all’estate 1938, e l’artista Corrado Cagli (nipote del Bontempelli); il gruppo, visibile in una bella foto pure in mostra – sulla soglia della struttura si riconoscono, da sinistra: Mirko, Corrado Cagli, Sibilla Aleramo, Anna Laetitia Pecci Blunt, Alberto Moravia, Giuseppe Ungaretti, un’amica studentessa, Libero de Libero (ultimo della fila con baffi e cappello) –, ne fece la centrale del tonalismo romano, con aperture espressioniste.

Non solo: la galleria ebbe una succursale dal 1937 a New York (dove curò tra l’altro Anthology of Contemporary Italian Painting, New York, The Cometa Art Gallery, dall’8 dicembre) e era pronta ad aprire a Parigi (in progetto mostre di Picasso, Cocteau, Ensor), se gli eventi guerreschi e l’ostruzionismo fascista non ne avessero fermato la sua ascesa… Infatti, la prima mostra (15 aprile – 15 maggio 1935), inaugurata nell’anno della II Quadriennale romana e presentata da Massimo Bontempelli, espose 50 disegni di Cagli, con grande scandalo dei benpensanti e dei politicanti: l’artista di Ancona ma di stanza a Roma – del quale c’è in mostra un olio con un immaginativo San Gorgio e il drago del 1937 – era ebreo. Sappiamo che egli sarà poi costretto a trasferirsi, a causa dell’applicazione delle infami leggi razziali, nel 1938, dapprima a Parigi e poi a New York, da dove si muoverà per tornare sul suolo europeo nei giorni dello sbarco in Normandia (e poi in Belgio, sulle Ardenne sino a giungere in Germania) come present sergent statunitense, per difendere i valori democratici.

A Roma, la situazione è tesa e la galleria è tenuta d’occhio dal gerarca Telesio Interlandi che sul quotidiano “Il Tevere” e sul settimanale artistico-letterario “Quadrivio”, scatenò contro La Cometa una violenta campagna razzista.

Tutti erano denigrati come fautori di un’arte internazionalista, decadente e “degenerata”. Anche Carlo Levi: criticato per la sua pittura contorta, dolente, sgarbata e anticonformista – evidente, in mostra, nell’intenso Ritratto di Afro, un olio del 1939 – era inviso ai potenti di allora soprattutto perché ebreo e antifascista. Arrestato una prima volta nel marzo 1934, era stato condannato al confino in Basilicata nel 1935 (da questa esperienza in Lucania nascerà il suo romanzo più famoso, Cristo si è fermato a Eboli) e quando i suoi quadri furono esposti a La Cometa nel maggio 1937 ciò fu recepito come una provocazione.

Stesso effetto dovette fare la personale (1937) di Roberto Melli, nato a Ferrara da una famiglia di commercianti d’origine ebraica (in mostra una sua Natura Morta del 1935) apprezzato da De Libero per il suo lavoro “nel più eletto rigore di tecnica e fantasia”.

Ancor più scandalo fece l’esposizione, pure nel del 1937, di Mario Mafai: le sue Demolizioni sembrarono uno sguardo pittorico critico e accorato su quello che, allora, fu inteso dalla popolazione come uno scempio del tessuto urbano della vecchia Roma consumato dal fascismo: una specie di artigliata sulla città senza preavviso, attraverso piani – o meglio: un Piano regolatore, del 1931 – d’imperio; De Libero dovette vederci qualcosa di temuto, ovvero una simile trasformazione dei luoghi e della gente della sua Ciociaria…

Le iniziative de La Cometa si susseguirono; tante furono le esposizioni tra le quali di Afro, qui in mostra con una bucolica Composizione (su compensato del 1938: acquisita nel 1939 dalla III Quadriennale d’Arte Nazionale, Rm) nella cui stesura pittorica e luminosa De Libero individua una radice veneta (“la sua nascita in terra veneziana laddove anche l’aria si colora”); di Nino Franchina (in mostra si segnala una sua antiaccademica piccola testa femminile in terracotta del 1934) e di Guttuso: nel ’37 fu inaugurato a La Cometa uno spaccato sulla realtà siciliana – per la precisione, esponendo opere di artisti siciliani di nascita o di formazione, alcuni già presenti qualche anno prima a una mostra alla galleria milanese Il Milione. Nel 1937 Franchina e Guttuso militavano a Milano tra le file del movimento artistico-culturale Corrente e nella presentazione della citata collettiva romana si legge che, “sebbene ancor giovani”, questi autori dimostravano di aderire “alle ricerche più appassionate di uno stile già in potere dei migliori contemporanei”.

In galleria – che era di fatto un vero e proprio centro culturale febbrile e di grande coraggio, dati i tempi – furono proposti approfondimenti anche su De Chirico, su Menzio, su Messina, Purificato, Rolando Monti, Arturo Tosi (qui in mostra c’è un suo paesaggio – Strada per Clusone del 1928; egli espose ben 10 anni dopo a La Cometa), Ferruccio Ferrazzi (nella terza sala, quella del video, sotto vetro c’è un coppo su cui è dipinta ad a encausto la dolce figlia dell’artista, Ninetta piccola, 1935-36 ). A La Cometa passò anche Giacomo Manzù, tra i primi, nel 1936, in una collettiva dedicata agli artisti d’area milanese e poi, ma con una personale, presentata dall’amico Carlo Carrà, nel ’37, quando era già noto come una delle più significative firme della scultura italiana, come ci rivela un piccolo bronzo – datato però 1946 – che raffigura Ada Tommasi De Michele, la bruna moglie del celebre critico Mario: i due erano innamorati dal 1938, antifascisti ed entrambi cari amici di Manzù. A La Cometa  figura anche Fausto Pirandello (nella prima sala c’è la sua piccola e riuscitissima Palestra con bagnanti, del 1934-5), con la personale che aprì nel ’37 presentata da Corrado Alvaro: il letterato calabrese, già controllato dal potere perché nel 1925 fu tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Crocesottolineò la novità del figlio del drammaturgo Luigi nel portare la pittura italiana:

“a un’espressione plastica, a una funzione di personaggio (…) narrativo e drammatico”.

In questo lungo, ricco elenco si inserisce Gino Severini, del quale è allestita una Natura Morta, olio su tavola del 1930 c.a., dipinta al termine del suo lungo soggiorno parigino e che chiaramente esprime gli effetti del Cubismo e Futurismo seppure con un linguaggio classicista evidente nell’armonia formale e cromatica, tipici suo rientro in Italia dell’artista di Cortona; accanto è affiancata un’originale Composizione musiva. Nel 1938 a La Cometa ci fu la sua mostra di piccoli mosaici – le cui tessere vitree furono create dalla ditta veneziana Salviati – che si pose quasi come un manifesto per un “ritorno al mestiere” e una nuova attenzione al passato dichiarati dal riferimento evidente e conclamato ai capolavori paleocristiani ravennati e romani affinché:

“un mosaico fosse un mosaico, e non una pittura tradotta in mosaico, come avviene ogni giorno.”

Nella stessa sala c’è anche Giubbetto rosso di Felice Casorati, una pittura del 1938 in cui la donna, in una posa frontale, ha un’ombra dietro di lei, incombente, quasi a ricordarci la precedente, pre-espressionista Pubertà (1894-1895) di Edvard Munch  alla Galleria nazionale di Oslo. Ma qui tutto ci porta a un’altra età, poiché la protagonista è matura; priva di vezzi, quasi triste e pensosa e dalle volute sproporzioni e inesattezze della sua anatomia, ci appare meno inquietante, bensì intima, familiare…: vera.

In mostra qui oggi, come a La Cometa allora, le opere di Milena Barilli (presente con una metafisica Composizione, 1932), figlia del critico Bruno, pittrice passata nella succursale della galleria a New York, città dove purtroppo morì qualche anno dopo, giovanissima; di Marino Marini (Autoritratto, gesso policromo, 1930); Montanarini (Veduta romana, 1937); del pronipote di Giuseppe Gioachino Belli, Guglielmo Janni, pittore di grande e raffinata cultura che nella bottega dell’affrescatore liberty Giulio Bargellini divenne amico di Ziveri, che incoraggiò sulla strada della pittura, possiamo ammirare  Natura morta con guanti, 1934. A proprio di Alberto Ziveri, è presente in mostra sia con un Paesaggio del 1934 sia con un disegno appena… osè, che ritrae due Amanti magnificamente avvinghiati (datati 1930)

Molte locandine e cataloghi conservati in una grande vetrina ci testimoniano, in questa Libero De Libero e gli artisti de La Cometa, la breve ma vigorosa effervescenza romana di quella che fu una meteora ma lucentissima nel panorama culturale italiano. A ciò, e alla costante collaborazione con letterati e poeti prestati alla Critica d’Arte, e ad altre attività (concerti, conferenze), si affiancò una produzione di fini pubblicazioni di letteratura: nelle Edizioni della Cometa uscirono a partire dal 1940, libri di Savinio, Sinisgalli, Landolfi, Bontempelli, Papi, Brandi…

Di pari passo con le mostre e il grande successo di pubblico, aumentarono i problemi con il regime, che intensificò le calunnie e le vessazioni, che preoccuparono de Libero e i suoi; in un’intensa lettera, datata 1 ottobre 1938, Mimì così scrisse:

“(…) Per il momento tutto è buio e doloroso assai. Ma la supplico Libero non si lasci abbattere… Per la Cometa accetto le sue decisioni… Per ora bisogna lasciare che scaglino il loro veleno altrove… Anche in questo, un bel giorno, ci penserà il destino a rivoltar la frittata” 

La polizia arrivò a pretendere l’elenco degli espositori (che dovevano declinare generalità e iscrizione al partito), dei visitatori e degli abituali. Fu a questo punto fu proprio De Libero si attivò. Sconsigliò:

“un inutile eroismo.” (cfr. Roma 1935, pp. 50).

Così, purtroppo:

“La Cometa, che non ebbe nemmeno l’onore di essere proibita, chiuse la sua bella porta verde e chi ci perdette fu Roma, furono gli artisti italiani” (cfr. ibidem).

Poi, come nella citata lettera auspicava la contessa, quel “bel giorno” arriverà…  Come la nostra Storia italiana andò a finire lo sappiamo, come sappiamo che l’Italia perse il suo primato di paese artisticamente e culturalmente protagonista cedendo, obtorto collo, lo scettro al potere angloamericano. Qualche altro anno dopo, con la famosa Biennale d’Arte di Venezia (quella del 1964) la realtà dell’Arte contemporanea non fu più la stessa e divenne rigido Sistema…

Info mostra

  • Libero De Libero e gli artisti della Cometa
  • 29 gennaio – 27 aprile 2014
  • Galleria d’Arte Moderna di Roma Capitale, Via Francesco Crispi 24
  • Orario: da martedì a domenica ore 10 – 18; lunedì chiuso
  • Ingresso 6,50 euro (ridotto 5,50) compresa la mostra
  • www.galleriaartemodernaroma.itwww.galleriaartemodernaroma.it/mostre_ed_eventi/mostre/libero_de_libero_e_gli_artisti_della_cometa
  • Enti promotori: Roma Capitale – Assessorato alla Cultura, Creatività e Promozione Artistica; Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali; Fondazione La Quadriennale di Roma
  • Organizzazione: Zètema Progetto Cultura
  • Con il contributo di: ACEA; Banche tesoriere di Roma Capitale: BNL Gruppo BNP Paribas, UniCredit, Banca Monte dei Paschi di Siena; Lottomatica; Vodafone.
  • Con il contributo tecnico di: Atac; La Repubblica
  • Ufficio stampa – Patrizia Morici Resp. Ufficio Stampa Eventi e Spettacoli Zètema Progetto Cultura
  • Via A. Benigni, 59 – 00156 Roma tel +39 06/82077371 mob. +39 348/5486548 p.morici@zetema.it

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