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Libri Come 2014. Una ventina di buoni motivi

A “Libri Come” si parla di traduzioni, si presentano i libri dei vincitori del premio “La Giara”  e ci si riunisce per discutere di lettura e lettori.

Alle ore 11 di sabato 15 marzo, presso lo spazio Garage (Officina 1), ha avuto luogo l’incontro Come una traduzione, a cura di Gallucci editore, con ospiti Masolino D’Amico (traduttore), Ottavio Fatica (traduttore), Marco Filoni (giornalista e ricercatore in Filosofia), Franco Nasi (docente di Letteratura italiana contemporanea e traduttore), Fabio Pedone (traduttore) ed Enrico Terrinoni (professore associato di Letteratura inglese e traduttore) grazie ai quali si è sondato l’universo, parallelo e perpendicolare insieme, del traduttore.

Un universo attraente, fatto di letture, empatie e inclinazioni umane e naturali. Un universo in cui, ad esempio, tradurre James Joyce non vuol dire riportare pedissequamente in italiano quello che fu inglese, ma – o almeno questo ha fatto Ottavio Fatica con Finn’s Hotel (Gallucci Editore, 2013, pp. 128, € 13) – reinventare una lingua, comporre un’altra musica affinché il testo “suoni” (letteralmente) pieno e credibile alle orecchie e all’immaginazione del lettore. E questo perché è lo stesso Joyce – scrittore così particolare – che te lo chiede, che te lo impone. Un universo che ricostruisce prima la figura storica dell’autore, e poi ne restaura le parole, le vocalità: chi era Omero per i Greci? Come veniva recepita la sua dialettica?

Un mestiere interessante – che rende il traduttore artigiano di una parola sì scritta ma non per questo tombale, definitiva, ultima – che si articola tra una profonda (e amorevole) conoscenza per la lingua di origine di un testo e per quella di destinazione, una propensione basilare alla lettura e alla ricerca (storica, letteraria, sociologica), la capacità di comprendere i processi mentali e senti-mentali dell’autore e un misto omogeneo di curiosità, pazienza ed estro. Il traduttore sembra essere un ri-scrittore, un creatore più che un creativo. Non si sostituisce all’autore, non cambia il senso della sua opera, ma dà di quell’opera la versione più verosimile a seconda dello stato (contemporaneo a sé) delle cose. E non stupisce, allora, che nel mondo del teatro vengano versati al traduttore i diritti d’autore; stupisce, piuttosto, che lo stesso non avvenga nel resto della letteratura.

Finito con l’incontro in Officina 1, a mezzogiorno si passa in Officina 2 dove ad attenderci ci sono l’editor Paola Gaglianone, lo scrittore Alessandro Salas (entrambi curatori del laboratorio di scrittura creativa “Il libro che non c’è” per Rai Eri) e i tre vincitori della seconda edizione del premio “La Giara”: Marco Marrocco (36 anni, Lazio) primo classificato con il suo Come l’antenna per i passeri; Eliana Iorfida (32 anni, Calabria) seconda classificata con Sette paia di scarpe e Salvatore Luca D’Ascia (32 anni, Campania) terzo classificato con Supersonico.

Il Premio, istituito nel 2012 da Rai Eri, ha come scopo quello di “dare spazio e visibilità a giovani potenziali scrittori presenti su tutto il territorio nazionale” ed è infatti rivolto ad autori con meno di 39 anni. Nell’occasione, la Gaglianone e Salas hanno letto alcuni brani tratti dai libri dei vincitori, che presentano tre tematiche diverse ma che, per quanto diverse, non possono fare a meno, come gran parte della letteratura, della figura dell’eroe (o anti-eroe).

Dei tre, forse per la musicalità del testo (non so se resa dalla lettura di Salas o immanente), quello che mi ha colpita di più è stato Supersonico. Certo, bisognerebbe vedere come è stata sviluppata la trama (gli indizi sono: Napoli, Quartieri spagnoli e un ragazzo di 16 anni che “dovrebbe entrare a scuola, ma preferisce i suoi affari di piccolo camorrista”), però il timpano si è subito sintonizzato sulla giusta lunghezza d’onda. Invece, Come l’antenna per i passeri e Sette paia di scarpe mi hanno incuriosita per l’ambientazione (Roma e la fuga da un reparto di psichiatria, l’uno; Beirut-Aleppo-Jaazera e infine un piccolissimo villaggio, l’altro), che promette in entrambi i casi oasi di buona letteratura.

Arriviamo, infine, in Teatro Studio alle ore 15 per l’incontro Un manifesto per la lettura moderato dalla giornalista Loredana Lipperini con Riccardo Cavallero (direttore generale Libri Trade del Gruppo Mondadori), Stefano Mauri (presidente di GeMS), Lidia Ravera (scrittrice e assessore alla Cultura e Politiche Giovanili della Regione Lazio), Marcello Ciccaglioni (proprietario delle librerie Arion) e Sandro Ferri (direttore edizioni E/O).

Il tempo purtroppo è poco, appena un’ora e mezza, e gli argomenti invece tanti. Il punto è la lettura in Italia. Come sappiamo, è meno della metà della popolazione dai 6 anni in su a leggere. Dato sconfortante al quale si è provato a dare delle risposte e delle soluzioni.

Le problematiche potrebbero annidarsi tra gli errori dei governi, nell’incapacità di intercettare i gusti dei lettori, nelle nuove tecnologie distraenti, in una scarsa educazione alla lettura, in quello che è stato definito il “proletariato della docenza” (cioè l’aver reso l’insegnante una figura debole con uno stipendio da fame – un perdente, insomma – anziché un interlocutore colto e preparato, il classico buon esempio a cui aspirare), i prezzi spesso poco allettanti (per non parlare dell’enorme errore, europeo, nei confronti dell’ebook tassato al 22% anziché al 4% come è per i libri tradizionali) e tanti altri micro e macro aspetti.

Mi sembra che la soluzione perfetta starebbe nel rovesciare queste negatività, e quindi: aspettarsi politiche intelligenti da parte dei governi (difficile immaginarlo, visto che la bella iniziativa del “bonus libri”  di fine 2013 si è ridotta a una bolla di sapone); riuscire ad attrarre il lettore con un’offerta ragionevole ed eterogenea di titoli; rendere le nuove tecnologie (dagli smartphone ai social network) mezzi attraenti anche per la lettura; far conoscere da subito l’oggetto libro ai bambini portandolo nelle scuole (non tutte hanno, ad esempio, una biblioteca interna) e, insieme, aiutare economicamente le scuole a restare in piedi, in tutti i sensi; valorizzare gli insegnanti, restituendo loro la vocazione dell’educatore; valutare se – per quanto si tenga a ricordare che il costo dei libri in Italia non sia mediamente superiore a quello del resto d’Europa (ma sono ben altri i numeri che, mediamente, purtroppo non abbiamo di certa Europa) – non ci sia ancora qualcosa che possa essere limato, calibrato meglio.

Perché qualcosa di sbagliato, di malato c’è. Ad esempio, viene ipotizzato che nel 2013 la perdita del 3% sulla quota di lettori possa essere dovuta alla mancanza di un caso editoriale popolarmente riconosciuto come tale (i.e. Cinquanta sfumature di grigio). In pratica, il livello di lettura in Italia dipenderebbe dalla capacità virale di qualche titolo: prospettiva poco confortante.

Altro dato emerso: i circa 56mila titoli (non novità, come è stato erroneamente detto) pubblicati all’anno. A seconda dei punti di vista può essere un numero piccolo, medio o grande. Dal punto di vista di un Paese che non legge, credo sia stratosferico e questo non per le circa 38mila novità (questa volta sì) in esso incluse, bensì per un altro dato: quello sulle ristampe. Caso vuole che l’abbia già accennato nell’articolo sulla conferenza stampa di “Libri Come”, e qui lo ripeto: non si arriva nemmeno a 1/3 del totale. Aspetto che apre su un nuovo scenario: solo 17.306 titoli all’anno (sempre secondo i dati Istat) sono abbastanza interessanti da essere riportati in tipografia per almeno una seconda volta. E tutto il resto? In parte ha bisogno di più di un anno per essere esaurito e in parte non vedrà mai (o quasi) una nuova ondata nelle librerie. Dunque, per qualità o distrazione, molto del pubblicato esaurirà il suo ciclo vitale nell’arco di appena 12 mesi, diviso tra scaffali, magazzini e inceneritori.

Lidia Ravera, assessore alla Cultura e Politiche Giovanili della Regione Lazio, suggerisce la promozione di bar letterari (dove leggere libri e parlarne, ad ampio raggio), di favorire le associazioni culturali, di promuovere l’istituzione di corsi di scrittura creativa (“chiunque desideri scrivere, si rende conto alla seconda lezione di quanto sia indispensabile, prima, leggere molto”), di incentivare la fruizione dei libri all’interno delle scuole. Se potrà essere davvero un buon antidoto, lo scopriremo solo col passare del tempo. Quel che è certo, è che la propensione alla lettura passa dall’abitudine ad essa e che ogni tipo di iniziativa deve essere capillare sul territorio regionale quanto cittadino, nonché sinergico tra tutti i suoi attori.

Alla fine, poi, su gentile iniziativa di Loredana Lipperini, arrivano le domande dal pubblico, ed è un peccato dover registrare due brutti autogol. Il primo riguarda l’assessore Ravera: una signora si alza dalla platea e chiede, indignata dopo essere rientrata da un soggiorno europeo, come mai a Roma Nord non vi siano biblioteche. Le viene risposto, con tono piccato, che sono stati stanziati 2 milioni di euro, raschiati dal fondo del barile, proprio per le biblioteche. Saranno anche stati stanziati dei soldi, ma se una cittadina muove un’opposizione evidentemente è perché non se ne è accorta. E se non se ne è accorta, qualcosa è andato storto. Sbatterle in faccia virtuali mazzette non serve a niente, sicuramente non a instaurare un dialogo tra cittadinanza e istituzioni.

Il secondo e ultimo lo si può dividere equamente per tutti i relatori con voce in capitolo. Premessa: ormai i tempi erano strettissimi, e modo di articolare meglio una risposta non ce ne sarebbe comunque stato. Ad ogni modo, la domanda è stata: “Ma per farvi [editori e librai] stare bene quanti libri dovremmo leggere ognuno all’anno?” Silenzio. E poi una coraggiosa risposta: “Mah, una ventina”.

La domanda posta dalla signora tra il pubblico sorge spontanea a tutti, prima o poi: è difficilissimo, infatti, che qualcuno della filiera editoriale non si lamenti (ed è anzi già tanto quando non si criticano a vicenda), e le motivazioni sono ben comprensibili, ci fosse però mai qualcuno che facesse mea culpa (perché il problema non è mai la qualità dei libri pubblicati, non è mai il prezzo, non è mai l’orda cartacea che assale quotidianamente le librerie, non è mai la mancanza di innovazione da parte di editori quanto di librai… il problema sono sempre i lettori o i non lettori, e le politiche italiane o europee – che certo non danno una mano, ma nemmeno le personali ottusità).

Poi però alla resa dei conti, quando si chiede un numero, anche approssimativo purché almeno ragionato, si tace o se ne spara uno a caso: “Mah, una ventina”. Non si prova nemmeno ad accennare un’articolazione, da parte di nessuno dei presenti. E un po’ viene da ridere: non è che, persi nella recriminazione e nella polemica, ci si è dimenticati di appuntarsi cosa realmente manchi? Cosa realmente serva al mondo dell’editoria per dormire sonni tranquilli, senza veder chiudere librerie storiche o meno e case editrici valevoli o meno? Perché la domanda era bella e seria; la risposta un filo meno.

Io non sono mai stata un granché in matematica, ma ad occhio e croce il rischio è che ai lettori rimangano almeno una ventina di buoni motivi per fare altro fuorché leggere. Il 3% forse si è già stufato, rimane il restante 43 per cento. Staremo a vedere. Io, nel frattempo, uscita dall’Auditorium ancora in pieno sole, facendo lo slalom tra bambini in bici o sui pattini, riaccendo lo smartphone sul quale continuo a leggere – sull’autobus, in metro e di nuovo sull’autobus – un libro (Addio, Monti per la precisione) in barba alla crisi, alle tecnologie distraenti e a un po’ di stanchezza.

Siate il cambiamento che vorreste vedere nel mondo”, diceva qualcuno. Appunto.

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