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Shi Xinning, Idea or Event da Primo Marella Gallery, Milano

In una stanza segreta, proprio al centro della galleria Primo Marella di Milano, giacciono pennelli e tubetti, come su di una tavola dove si è appena consumato un pasto.

Talvolta capita che gli artisti della galleria completino le proprie opere una volta arrivati qui, a Milano; probabilmente quando si lavora con artisti venuti da lontano, questo è uno degli rischi del mestiere.

Nel caso di Primo Marella, venuti da lontano vuol dire lontano almeno quanto la Cina, l’Africa e il Sud Est Asiatico. Primo Marella rappresenta infatti il baluardo milanese dell’internazionalità e delle cosiddette “Nuove Geografie”.

Il dipinto nella stanza segreta era una reinterpretazione di una fotografia che probabilmente vi sarà capitato di vedere, Sophia Loren che sbircia, con uno sguardo tra il geloso e il comparativo, il generoso décolletée di Jayne Mansfield.

L’immagine originale è già comica di per sé, il pittore decide però di renderla assurda inserendo un intruso. Si tratta di Mao Tse-tung il quale si affaccia sorridente tra le due attrici.

Ora, è vero che la storia talvolta riserva sorprese (ad esempio sapevate che esistono foto del leader comunista indonesiano Sukarno in compagnia di Marylin Mornoe?), ma proprio Mao seduto in compagnia di quelle due no!

L’autore del misfatto è Shi Xinning, un celebre artista cinese che, come molti pittori suoi conterranei, ama lavorare con le icone, Mao in particolare. Ed ecco allora il leader comunista apparire nelle situazioni più improbabili, quasi un meme di internet o un fotomontaggio di regime, riunendo due mondi opposti e contrastanti all’insegna della falsificazione storica.

La situazione creata dal pittore può essere letta in molti modi, dallo svelamento delle paranoie comuniste che hanno lungamente perseguitato l’America fino ad una riflessione sulla manipolazione delle immagini a fini politici.

Il punto di forza di Shi Xinning è infatti proprio questo. L’essere immediato e comprensibile da tutti, proponendo allo stesso tempo un ragionamento che si sviluppa su più piani.

Su una delle grandi pareti della galleria l’artista sistema una consistente serie di ritratti di attori e celebrità occidentali degli anni ’50, ’60, da Audrey Hepburn a Mastroianni, mischiati a volti cinesi.

Lo spettatore rimane interdetto. Saranno anche loro personaggi celebri in terra natia?

In realtà si tratta di persone comuni che nei close-up del pittore diventano protagonisti della scena almeno quanto attrici e attori.

In realtà è tutto qui, sembra suggerire Shi Xinning. Due società antitetiche hanno creato personaggi antitetici, eppure non c’è una differenza qualitativa nello spettro delle emozioni umane manifestate nei volti dei personaggi dipinti. Siamo tutti umani, identici ma allo stesso tempo unici nelle nostre emozioni. La tecnica pittorica, che si gioca tutta su bianchi e neri virati ad un verde-azzurrognolo, è delicata ma incisiva. Piccole pennellate definiscono i tratti di un volto e ne colgono le infinite sfumature espressive.

La parete di ritratti si fa così manifesto umanitario, facendo scendere le celebrità di Hollywood e del cinema italiano dai loro piedistalli.

In un grande quadro Shi Xinning propone un’altra situazione assurda, provocata ancora una volta da un accostamento inedito. Nel pannello di sinistra si trovano dei lavoratori cinesi durante il periodo della Rivoluzione Culturale, numerosi, alacri all’opera. Nel pannello di destra invece c’è Christo su di un gommone che dà imperioso indicazioni per la sua opera Surrounded Islands.

In questo caso la dialettica tra rappresentazione e reale si fa complessa.

Proprio l’utilizzo dello stesso processo comparativo fa pensare che questo metodo sia inevitabilmente destinato a fallire.

Ha veramente senso un confronto, o si tratta di un’operazione che porta inevitabilmente ad un’assurdità?

E ancora, la realtà vissuta da Christo è in qualche modo legato a quello dei lavoratori cinesi?

Viene da pensare a quando i genitori dicono ai propri bambini capricciosi: “Mangia, che ci sono bambini in Africa che muoiono di fame”. In genere un bambino ha qualche problema a relazionare il proprio disgusto per il cibo con la fame dei propri coetanei in una generale Africa non meglio specificata.

Riflettendo sul senso di colpa che un’opera del genere può indurre nello spettatore (la sofferenza dei lavoratori cinesi contro il capriccio intellettuale dell’artista occidentale) mi è venuta in mente un’intervista ascoltata tempo fa alla radio NPR. L’intervistata era reporter Leslie T. Chang, americana di origini cinesi, autrice del libro Factory Girls: From Village to City in a Changing China. In quell’occasione l’autrice contestava la diffusa affermazione per cui i lavoratori cinesi vivessero in condizioni miserabili e inaccettabili. Recandosi in una fabbrica di Dongguan, nel sud della Cina l’autrice, invece di limitarsi confrontare le condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori cinesi con quelle dei lavoratori occidentali, aveva deciso di parlare con delle operaie ed ascoltare le loro storie. Il dato sorprendente è che nessuno dei lavoratori cinesi aveva troppo da ridire rispetto alla propria condizione, né si sentiva sfruttato dagli acquirenti occidentali dei prodotti che loro stessi fabbricavano.

Secondo l’autrice gli operai apprezzavano il miglioramento delle proprie condizioni di vita rispetto alla propria situazione di partenza, la poverissima Cina rurale, e se alcuni di loro già si proiettavano in un futuro, da costruire grazie agli sforzi presenti, altri avevano già apportato miglioramenti alla propria vita. L’impensata conclusione dell’autrice di Leslie T. Chang era che gli operai cinesi erano in uno stato d’animo, in fin dei conti, non troppo diverso rispetto a quello di un lavoratore occidentale abituato a lavorare in una situazione assai diversa.

Il sentimento nei loro confronti non sarebbe dovuto essere allora indignazione o pietà, ma ammirazione per i loro sforzi e la loro intraprendenza.

La felicità o l’infelicità sono faccende per la maggior parte interiori, ce lo insegnano molte filosofie e ce lo ricordano negli spazi di questa galleria milanese le opere di Shi Xinning.

La pittura, a quanto pare, ha ancora molto da dire.

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