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Libri come. I racconti di Umberto Eco e Andrea Camilleri

Umberto Eco parla del suo ultimo libro Storia delle terre e dei luoghi leggendari (Bompiani 2013, pag. 478) a Libri come all’Auditorium, intervistato da Stefano Bartezzaghi (giornalista e scrittore). Si inizia con la domanda sulla idea che Umberto Eco ha del rapporto tra letteratura ed immagine. A partire dai miei primi programmi culturali in televisione – risponde Eco – avevo capito che se non si facevano vedere le figure, magari artistiche, gli spettatori non riuscivano a capire bene. Questo vale anche per i lettori dei libri“. Del resto ha confessato di aver sposato una grafica che lo aiutava a rendere immagini le sue idee. E da un po’ di tempo – aggiunge Bartezzaghi – i suoi libri sono più sfavillanti di belle immagini. “Luoghi leggendari, comunque, non significa falsi come le ricerche degli Ufo” ha aggiunto Eco, ma terre e luoghi ritrovati nell’immaginario di tanti autori a partire dagli antichi. Infatti, in ordine di esposizione, rispondendo alle domande, Eco ha illustrato:

La terra del prete Gianni, fatta di natura selvaggia e popolata di animali strani, che ha agitato molti esploratori. La cercò Marco Polo, poi i portoghesi dapprima in Asia, poi continuarono a cercarla in Africa, colonizzandola, finché credettero di averla trovata in Abissinia.

Il paradiso terrestre. Adamo ed Eva ci facevano “la luna di mele” (citazione di Eco), ma una volta cacciati perché doveva ancora esistere? Lo cercò Alessandro in Asia. Colombo all’estremità delle Indie. Ed essendo su una sommità si pensò che il mondo fosse fatto a pera con sulla punta il paradiso. Lo stesso paradiso si trasformò poi in Eldorado o Fontana della giovinezza.

La terra rotonda. I presocratici e Democrito credevano che la terra fosse piatta, ma già Aristotele ed altri la credevano tonda. Le mappe romane appiattivano tutto per convenienza di lettura e semplificazione di possedimenti e di logistica. Nello stesso medioevo si studiava la curvatura e si vagheggiava di buchi che attraversavano la terra. Le vere controversie rifiorirono nell’’800 per combattere la teoria dell’evoluzionismo.

Taprobana. L’isola abitata da strani animali che si muove negli oceani e che doveva essere Ceylon. Fu anche la sede del sepolcro di Adamo, la città del sole di Tommaso Campanella, l’isola dell’utopia (non dichiarata) di Tommaso Moro. A questo punto Eco ha confessato che sulla sua tomba vorrebbe scritte le parole di Campanella: “Aspetta, aspetta, non posso, non posso.”

Il paese allegorico. In cui ogni luogo (lago, terra, fiumi, città, ecc.) hanno un nome che corrisponde ad un sentimento (pace, pericolo, amicizia, odio, tenerezza, ecc.). Questa terra incognita diventa funzionale per la ricerca, da parte degli esploratori, di altre e nuove terre, come ad esempio l’Australia. Con John Cook finì la sua ricerca.

Il continente di Mu. Ripresa dai testi di Platone (Timeo e Crizia) nel ‘700 si cominciò grazie allo studio della tettonica a cercare dietro la deriva dei continenti luoghi come Mu.

La terra cava. Nel ‘600 diceva Edmond Halley che all’interno della terra si trovano mondi misteriosi, anche pianeti. Altri dicevano che noi viviamo sulla crosta interna mentre il cielo è la crosta esterna convessa.

Agarta. Un regno sotterraneo che l’ammiraglio Richard Byrd, grande esploratore, aveva trovato attraverso un buco nell’Antartide, per effettuare l’esplorazione del centro della terra.

I luoghi fittizi da romanzi letterari. La casa di Sherlock Holmes o quella di Nero Wolfe.

Le citta ideali o dell’utopia sono solo metafore. Di fronte al Paradiso di Dante, illustrato da Gustave Dorè occorre fare un’operazione di fede, altrimenti è anch’esso una terra leggendaria. Un luogo fittizio che diventa realtà romanzesca – ha concluso Umberto Eco – .

Andrea Camilleri, ormai quasi novantenne, ha fatto il suo ingresso lento ma dignitoso nella Sala Sinopoli, accompagnato da Francesco Piccolo (scrittore e sceneggiatore) e ci ha parlato con tanta vivacità mentale del suo ultimo romanzo Inseguendo un’ombra (Sellerio 2014, pag.243). “E’ la storia di un ragazzo del ‘400, ma non è un romanzo storico fatto di pedante ricerca a discapito del racconto“, ci ha detto Camilleri. Il protagonista è camaleontico, sfuggente, spesso sparito nel nulla, scivolato nel buio, morto come persona e ricomparso con un nuovo nome e con un’altra identità. “E’ per questo che, rispetto ad un personaggio di cui si sa tutto, mi ha suscitato la curiosità di raccontarlo“.

Circa trenta anni fa – ha raccontato l’autore – nel catalogo della presentazione di una mostra dell’amico artista Arturo Carmassi, trovai una nota di Leonardo Sciascia che parlava di questo personaggio come la faccia ferina dell’Umanesimo. Fu un’esca incredibile. Sciascia si dedicò alla ricerca di due biografie, molto lacunose, definendo questo ebreo magrebino di Caltabellotta in Sicilia, Samuel ben Nissim Abul Farag, un’ombra sfuggente che scivola nel buio. Ci fu anche un convegno a Caltabellotta, quando Camilleri trovò un trafiletto pubblicitario su un mago del circo Togni, Raimondo Moncada, secondo nome acquisito dall’ebreo Samuel.

Dopo 20 anni Camilleri si è nuovamente intrigato con questo mistero fino a farne una narrazione plausibile attraverso la quale, rispettando i pochi punti noti ha ricostruito il resto con il suo grande ritmo. La molla per finire il romanzo è stata per Camilleri la scoperta di una intelligenza pura aiutata da un sapere supremo. Un uomo senza religione e sentimenti ma con un meccanismo mentale impressionante, assolutamente superiore ai poteri dei computer moderni. “Con la sua narrazione calda, fatta di notazioni umanissime, Camilleri è riuscito a dare una luce narrativa ad una storia sfuggente e piena di lacune“, ha detto Francesco Piccolo . Poi Camilleri ci ha tratteggiato la trama.

Samuel, conosce molte lingue ed anche la cabbala, è un bambino prodigio ma si vota al male, dopo un delitto, sparisce dalla sua gente e si rifugia in un convento, convertendosi al cattolicesimo e diventando chierico. Impara la dialettica con cui vincere ogni discussione. A venti anni è a Catania per il suo battesimo ed il padrino è il conte Guglielmo Raimondo Moncada che gli da il suo nome. Diventa feroce persecutore della sua gente. Arriva in Vaticano dove, retore sopraffino, predica la passione di Cristo di fronte al Papa. Lascia dietro di se grandi prove di intelligenza ma anche lunghe scie di sangue. Ricompare come maestro di cabbala di Pico Della Mirandola, col nome di Flavio Mitridate. Coltissimo fa uso di tutto ai fini di una profonda ferocia.

Camilleri ricorda a questo punto che mentre Pico redige il manifesto del Rinascimento, Mitridate mostra la faccia oscena del male che occorre sempre per dare il volto della bellezza al Rinascimento stesso. Ma in tutta questa vita di apparizioni e sparizioni, dal nulla, pur essendo arrivato al massimo, ritornerà al nulla.

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