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Beatrice Pediconi – 9’/Unlimited. Contemplazione mutevole

Nel continuo ripetersi di annunci di morte e resurrezione della pittura, ci sono loro, i pittori, che, nell’utilizzare da sempre questo medium, non si sono mai sentiti dei morti, né tanto meno dei morti viventi. Forse si sono sentiti esclusi, emarginati, questo sì, ma mai debellati. Anzi, proprio quando l’ennesima dichiarazione di estinzione veniva proclamato (la pittura è morta!), loro, i pittori, ben intenzionati a resistere, avevano un guizzo di vitalità e di ribellione. La pittura è così tra i pochi media artistici che più si è dovuta interrogare, che più ha spronato la critica a un continuo dibattito sulle proprie motivazioni, sulle proprie finalità, sui propri contenuti, sulle proprie tecniche. E sempre, dopo drastiche dichiarazioni, ha dimostrato di essere pulsante e propositiva. Ha cioè continuamente percorso, spesso in modo sotterraneo e nascosto e altrettanto spesso in parallelo, la storia dell’arte. Diverse sono le esposizioni allestite come altrettante le tavole rotonde allestite proprio a tal fine, quello di capire lo stato della pittura, di vederne le sue evoluzioni, di comprenderne se possieda ancora la capacità di farsi foriera di novità e latrice di quei valori (universali) che hanno attraversato la storia e perciò sempre attuali, di rinnovarsi e stare al passo coi tempi. Da quando è stata messa in discussione, per dimostrare la propria forza e attitudine a farsi espressione dell’intimo dell’essere umano come della società e dei suoi cambiamenti, si è trovata frequentemente a cercare nuovi modi per affermarsi e manifestarsi.

Mi viene in mente, a tal proposito, la mostra recentemente conclusasi dall’esplicito titolo Le ragioni della pittura, curata da Laura Cherubini ed Eugenio Viola a Castelbasso. I due curatori, oltre a volerne indagare le intrinseche motivazioni, realizzano un esiguo repertorio di artisti mostrando le diverse e infinite declinazioni che la pittura ha preso. Ed è proprio Eugenio Viola che, molto candidamente e con una buona dose di umorismo, senza indugio afferma che non solo la pittura non è morta ma anzi gode di ottima salute. Buona salute dimostrata anche dai diversi premi organizzati per indagare le proposte dell’arte, dove la pittura attesta sempre, senza alcuna timidezza, il suo dinamismo (penso all’ultima edizione del Premio Maretti che ha visto vincitore Eugenio Tibaldi).

Detto tutto questo, la stessa Beatrice Pediconi (Roma, 1972), in mostra nella Collezione Maramotti, rientra a pieno titolo nella folta compagine di pittori che, attraverso i loro lavori, non solo affermano la forza di questa tecnica, altresì ne testimoniano la continua e incessante ricerca e quanto i confini siano sfilacciati, travalicando spesso i limiti per sconfinare in modalità inedite, ma sempre ascrivibili alla pittura. Lungo preambolo probabilmente necessario a me stessa proprio per mettere a fuoco alcuni punti che restavano per me irrisolti. Irrisolutezza con la quale mi sono imbattuta proprio nel momento in cui mi sono ritrovata a scrivere di 9’/Unlimited. Dal confronto con alcuni profondi ammiratori del lavoro di Beatrice Pediconi, ho dovuto constatare che, appunto, qualcosa mi sfuggiva. Pur riconoscendone la portata, c’erano delle sfumature inafferrabili. E proprio in questa inafferrabilità, insita nel lavoro stesso della Pediconi, sta tutta la portata dell’artista. Che richiama lo spettatore alla più antica pratica umana: quella della contemplazione. E nella perdita di se stessi, nell’infinito e nell’incognito. È questo un altro fattore fondante del lavoro di Beatrice Pediconi: l’incognito. Perché la tecnica stessa messa a punto dall’artista romana, che vive ormai da lungo tempo a New York, riserva, per sua natura, un’insondabile e imprevedibile incognita, l’imprevisto. Correttamente definita pittura mutante, quella della Pediconi non si esprime sulla tela, bensì nell’acqua, ragione per cui ben poco è controllabile dall’artista stessa, in virtù dell’elemento da lei prescelto. Iniettando nel liquido cristallino, china e pigmenti, con un gesto quasi erotico, come un’alchimista, sperimenta e cristallizza le reazioni e le mutazioni che questi diversi elementi hanno nel momento del loro entrare in contatto, in una serie di piccoli scatti con la polaroid. Ma lo stupore e la meraviglia delle loro evoluzioni acquista una più profonda e piena fascinazione nella piccola sala dove l’artista ha allestito il video. In una dimensione immersiva, lo spettatore si trova avvolto e assorbito dall’atmosfera lenta e silenziosa proiettata a piena parete dei muri della saletta. Come il piccolo Liang otteneva la trasformazione dei suoi disegni col pennello magico in oggetti reali, così la Pediconi, col suo pennello, trasfigura da statica in mobile la sua pittura. E solo lasciandosi andare alle suggestioni suscitate dalle immagini, fa il suo ingresso il tempo e la sua infinita dilatazione. Tutti concetti, questi, che sono fondamentali in molte altre discipline, come la musica, la poesia, o filosofie orientali. Perciò, l’artista pensa al suo libro d’artista come a una fusione dell’universo, dove in un nastro d’immagini di scatti e di still della Pediconi, si incontrano un Haiku di Momoko Kuroda, un musical di Lucio Gregoretti e una formula chimica di Andrew Lerwill. 

Sull’artista e sulla mostra, si rimanda anche al precedente articolo: http://www.artapartofculture.net/2013/12/21/9unlimited-alla-fondazione-maramotti-intervista-a-beatrice-pediconi-italiana-a-new-york/

Info mostra

  • Beatrice Pediconi – 9’/Unlimited
  • Collezione Maramotti, Via Fratelli Cervi 66 – 42124 Reggio Emilia
  • fino al 31 luglio 2014
  • orari: giovedì e venerdì 14.30 – 18.30; sabato e domenica 10.30 – 18.30
  • ingresso libero
  • info: tel. +39 0522 382484 – info@collezionemaramotti.orgwww.collezionemaramotti.org

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