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La bara bianca

Hieronymus Bosch, Garden of Earthly Delights tryptich, centre panel detail
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Nella musica di Gustav Mahler aleggia in ogni nota la morte: non la morte di una vita compiuta, bensì quella infantile, quella delle allucinazioni della mente, dell’anima in sofferenza che guarda le gioie della vita e non riesce a goderne, che è rimasta attaccata ad un’infanzia mai vissuta. E, d’altronde, di che stupirsi? Wagner aveva già mostrato da dove nascono le passioni e i tormenti di un’umanità primitiva e quali effetti parossistici essi possano avere sul linguaggio musicale, ai quali Mahler non potè o non volle sottrarsi, durante la sua carriera di direttore d’orchestra. E si aggiungano una latente depressione cronica, una salute malferma, una vita familiare inconciliabile con la delicata sensibilità di Gustav (la moglie Alma, dominatrice e ansiogena, e la due figliolette, Maria Anna e Anna, vittime della madre e delle malattie). Il tutto rafforzato dal diffondersi delle prime indagini che Freud conduceva, proprio nella Vienna di Gustav, sui meccanismi della psiche umana.

Tra il 1887 e il 1901 Mahler componeva, con grande minuzia e senza fretta di pubblicare, varie serie di lieder su testi selezionati dalla raccolta anonima Das Knaben Wunderhorn collezionata da von Armin e Brentano. L’infanzia, la giovinezza, le sue angosce e i suoi turbamenti, i pensieri di morte trovavano, nelle liriche anonime del corno magico, una perfetta sintonia con la sensibilità di Gustav. Tuttavia, man mano che il lavoro procedeva, Mahler sentiva che il linguaggio del semplice lied non sarebbe stato sufficiente ad esplicitare la sua personalissima visione dell’infanzia; c’era poi il fatto che, per un compositore e direttore d’orchestra germanico di fine ‘800, la sinfonia rappresentasse un feticcio musicale imprescindibile.

Nasce così l’idea di dare una dimensione sinfonica quasi escatologica al Knaben Wunderhorn, utilizzandone le liriche più significative come testo dei movimenti chiave delle sue prime sinfonie. E nasce così anche la sua firma, la marcia funebre della prima sinfonia: uno strano fugato, lugubre, sulla filastrocca Frère Jacques in tonalità minore e con un contrappunto degno della letteratura noir di stampo psicanalitico, che presto si scioglie in un magistrale e liberatorio motivo da orchestrina del Prater viennese.  Ma il cammino del fanciullo è lungo, accidentato e doloroso: alla dolce serenità della vita celeste nella quarta sinfonia (il quarto movimento, sul testo Das himmlische Leben) si giunge solo attraverso le visioni oniriche e terrorizzanti, ammantate di gigantismo, della seconda e della terza sinfonia, quasi trasposizione in musica delle prove da sostenere di fronte a Minosse, Eaco e Radamanto. Il commentario si chiude con la sua quinta sinfonia; la marcia funebre ora apre la composizione, ma non ha più nulla del carattere allucinatorio della marcia funebre della prima sinfonia… è triste quanto quella di Chopin ed è solenne quanto quella di Beethoven ma non è più mediata da Freud. E poi, tra frizzi e lazzi di scherzi ed allegri, sublime l’Adagietto, che Mahler scrisse come poesia d’amore ad Alma, più madre che moglie, a chiudere il ciclo sinfonico dell’infanzia.

Da ultimo viene quello che a me sembra essere il suo capolavoro: i Kindertotenlieder, ciclo di cinque brevi lieder dalla raccolta omonima di Friedrich Rückert. Parlano di vita, sofferenza, morte e amore di fanciulli: Mahler li mise in musica immedesimandosi nel poeta che li scrisse, in occasione della morte di una figlia. Tristemente, pochi anni dopo, Mahler sperimentó la stessa perdita e, lui stesso,  scrisse ad un amico che non sarebbe più stato in grado di scriverli dopo la morte dell’amata Maria. In un saggio, anni fa, già scrissi di questi lieder e la loro analisi è troppo lunga e complessa per poter essere riassunta in queste poche righe: vi sono citazioni wagneriane, autocitazioni, madrigalismi e affetti secenteschi, tutto in un condensato di sapienza compositiva e timbrica che costituisce la summa dell’arte di Mahler divenuto, per quest’occasione, un sapiente e malinconico minimalista.

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