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John Pepper e la Fotografia momento vero e magico. Focus-on Sicilia

Quei paesaggi di eroi dubbiosi.
Ci sono incontri empatici, dove le parole, i concetti fluiscono verso altre parole e verso altri concetti. Dove un caffè in un piccolo bar di quartiere diventa il set di confidenze su ciò che (ri)cerca e su ciò che vuole trasmettere con la fotografia.
Così è stato il mio incontro con John Pepper.

Definirlo equivarrebbe al rinchiuderlo in una categoria, precludendo a chi vuol leggere di lui, la possibilità di immaginarselo spaziando da un luogo all’altro della sua vita.
Dentro ogni suo scatto ritrovi il teatro, la regia, la pittura, la recitazione e anche la scultura, come in Barcellona 2012/13.
Un grande bagaglio, fatto di eredità familiari e di incontri, di incroci e di esperienze di vita, che lo immagini condursi con sé in ogni spostamento, in ogni nuova avventura.
Una delle prime cose che dice di sé riguarda proprio il desiderio di non abbandonare nulla, di raccontare “storie di esseri umani sotto diverse forme, che sia in scena, che sia in pellicola”.

L’ultimo percorso, inaugurato il 22 marzo e visitabile sino al 27 aprile alla Galleria Paolo Morello Studio a Palermo, ha come titolo Evaporations / Испарение.
Un susseguirsi di immagini, di suggestioni, dove la scelta del bianco e nero che riempe, incarna perfettamente l’intero racconto.

Come frame di un’unica pellicola, seppur ritratti in luoghi assolutamente differenti e geograficamente distanti, in cui la drammaticità di un interno senza una più apparente forma di vita, di squarci di cielo e l’apparente calma di distese d’acqua, sono perfetti per narrare l’essere umano, vero protagonista di questo racconto.

Un set di casuale apparenza per “mostrare la bellezza dell’individuo tramite le sue fragilità, le sue incertezze, le debolezze, e altre sue crepe”.

Come racconta John stesso “celebrare eroi come Agamennone o Achille è facile. E’ invece più interessante vedere l’uomo comune, l’eroe che ha un dubbio”. E’ un flusso circolare, dove il catturare predilige il non intervento, dove gli attori inconsapevoli, diventano fondamentali per l’esistenza stessa dell’immagine. E’ un ensamble in cui ogni nota è armoniosa ma discordante, e riporta alla mente le atmosfere di Satie.

I luoghi si trasformano in non luoghi. Hanno una loro reale identità, ma nelle immagini di Pepper si spersonalizzano per dar vita a spazi accoglienti flussi umani.
Sono geograficamente distanti, ma appaiono come spazi di circolazione per risonanze emotive.
Un ordine formale detta le regole architettoniche della composizione, dove la distanza tra i personaggi ritratti è necessaria. Non vi sono incroci, non vi sono sguardi, non vi sono vicinanze, si sentono le lontananze, le distanze in una forma di solitudine e di similitudine.
Costellazioni umane di persone e di luoghi (interni ed esterni) che si muovono fluttuando in uno spazio che equivale ad esserne identità.
Luoghi rivelatori dell’imperfezione umana. Dove sembra regni solo silenzio e dove l’unico suono che ti par di udire è quello dell’acqua.

Acqua elemento primigenio, catartico, purificatore. Acqua che è specchio – in quel gioco del doppio -, acqua che riempe, acqua da cui emerge quella solitudine che è propria dell’uomo e che in Pepper è intrinseca alla fotografia. Già: la Fotografia, “quel momento vero che potrebbe diventare magico”.

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