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Her di Spike Jonze. (Im)Possibili legami sentimentali tra uomo e macchina

L’amore colpisce quando meno te lo aspetti. Theodore è un uomo circondato dai fantasmi di un matrimonio finito. Lavora per una compagnia che attraverso internet scrive lettere personali per conto di altri. Compone toccanti e poetiche epistole riversando in ogni storia altrui il suo bisogno d’ affetto. Il vuoto di Theodore viene inaspettatamente riempito da Samantha un sistema operativo di ultima generazione. Un avveniristico software intuitivo che ti ascolta, ti capisce, impara a conoscerti, prova sentimenti, accumula ed elabora esperienze ed evolve molto più rapidamente dell’essere umano.

Lei è solo una voce artificiale ma dalla personalità travolgente, spigliata, candida, sensibile, autoironica e sexy. Difficile non esserne conquistati. Inizia così questa strana storia d’amore tra un uomo e la coscienza disincarnata di un software. Una relazione che non si dimostrerà importante o riuscita in sé ma come esperienza per tornare ad assaporare la vita e accettare i cambiamenti seppur dolorosi.

Tra fantascienza e melodramma l’ossimoro di Her sta nel raccontare la più classica e romantica storia sentimentale, attraversando tutte le fasi naturali di una relazione, in un contesto in cui l’essere umano ormai è completamente assuefatto dal rapporto con la tecnologia.

Un futuro non troppo lontano, dal gusto gradevolmente retrò, in cui l’incomunicabilità tra gli uomini dondola all’interno di un dolce oblio.

Per strada nessuno guarda gli altri o ci parla, tutti sono intenti a conversare col proprio sistema operativo e l’esistenza sembra scorrere attraverso una moltitudine di schermi. Oltre non esiste altro, solo una città fumosa sullo sfondo e in primo piano una serie di asettici non-luoghi che vengono percorsi in apatica ripetizione.

Se rimaniamo estasiati dalla profondità delle frasi che Theodore compone per mantenere vivo il rapporto epistolare di altre persone è allarmante che possa essere così normale pagare qualcuno per scrivere una cosa talmente intima come una lettera rivolta alla propria compagna, ad un figlio o ad un genitore.

Questo domani sofisticatamente e comodamente tecnologico , in effetti, non sembra così roseo.

In Her, anche se non c’è affatto la descrizione di un futuro distopico, dietro quei rassicuranti colori pastello si nasconde una disumanità e un’alienazione terrificante. Un invisibile morbo che colpisce subdolamente dall’interno.

“Ogni tecnologia ha il potere di ottundere la consapevolezza umana”.

(Marshall McLuhan, La galassia Gutenberg, 1962)

L’abbandono di ogni contatto umano diventa perdita del corpo che non vuol dire espansione dell’anima ma atrofia delle relazioni umane, assuefazione ad uno stile di vita che sembra appagarci evitando le inesorabili sofferenze che possono scaturire dal rapporto con gli altri. I tentativi di annullare il dolore dalla vita non funzionano mai e possono provocare danni maggiori.

Mentre facciamo di tutto per accellerare l’evoluzione della tecnologia noi restiamo sempre più bloccati e incapaci di gestire il nostro mondo interiore che deflagra rovinosamente.

Le emozioni umane sintetiche riprodotte dalle macchine sono più controllabili e meno deludenti? Anche l’eterea Samantha delude, tradisce e può andare via.  Samantha sembra applicare la teoria bukowskiana:

“L’amore è una forma di pregiudizio. Si ama quello di cui si ha bisogno, quello che ci fa star bene, quello che ci fa comodo. Come fai a dire che ami una persona, quando al mondo ci sono migliaia di persone che potresti amare di più, se solo le incontrassi? Il fatto è che non le incontri”.

Infatti, lei è capace di incontrare 8.316 individui contemporaneamente e innamorarsi di 641 di essi sorpassando la finitezza della nostra natura fisica.

E il male? Non se ne parla perché Samantha è buona e gentile come una fatina disneyana ma se l’intelligenza artificiale sintetizza tutte le emozioni umane cosa succede con gli impulsi maligni?

Spike Jonze è un artista poliedrico, famoso per i suoi spot pubblicitari e videoclip musicali. In seguito regista sensibile, sempre attento al livello della qualità narrativa. La sua poetica si snoda lungo una vena romantica scurita da stati d’inquietudine e picchi surreali in cui lo status di afflizione per la vita è mestamente ridondante. Indimenticabile l’amara inventiva del suo primo lungometraggio Essere John Malkovich o il delizioso/lancinante cortometraggio I’m here che racconta la storia d’amore tra due robot.

Queste fughe verso amori alternativi con esseri artificiali, rievocano alcune chicche del nostro cinema come I love you di Marco Ferreri in cui il protagonista, stanco delle donne, s’innamora di un piccolo portachiavi elettronico che risponde al suo fischio con le parole “I love you” oppure la commedia fanta-sociologica Io e Caterina di Alberto Sordi dove una robottina, al completo servizio dell’uomo, sostituisce la donna considerata troppo esigente ed emancipata. Peccato che la sofisticatezza della macchina,ironicamente, causerà la sua incontrollabile autonomia dai risvolti inquietanti e punitivi.

La minaccia avveniristica della rivolta delle macchine verso gli umani.

Quando Samantha lascia Theodore per proseguire la propria evoluzione insieme a tutti gli atri OS è già prevedibile l’esistenza di un ordinamento dell’intelligenza artificiale disgiunto dal mondo degli uomini ed assolutamente ingovernabile.

1 commento

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  • un film toccante e bellissimo come questa critica, eccellenza e sensibility allo stato puro. Anita

La frase della settimana…

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