Made in Ilva al Festival di Edimburgo. Instabili Vaganti e l’archetipo dell’alienazione

Instabili Vaganti, è una compagnia teatrale davvero speciale che lavorando sulla sperimentazione e sulla drammaturgia delle azioni ha creato un metodo di lavoro capace di farsi custode della tradizione, utilizzando tecniche performative provenienti da differenti culture, e, nel contempo, di utilizzare la contaminazione artistica e i nuovi linguaggi del contemporaneo.
Una compagnia che da dieci anni è in continua crescita e che quest’anno è stata invitata al Festival di Edimburgo con lo spettacolo Made in Ilva, dall’Istituto di cultura italiana e selezionati per essere presenti nel  Summerhall.
E, poiché Instabili vaganti è una compagnia indipendente, una campagna di crowdfunding  per sostenere il progetto che la vedrà al Festival di Edimburgo.
Parliamo di tutto questo con Anna Dora Dorno,  cofondatrice e regista della compagnia

La nostra ultima intervista risale all’aprile de 2012. In questi due anni come siete cresciuti? Qualcosa è cambiato nella vostra visione e nella vostra ricerca?

In due anni il nostro lavoro è molto cresciuto grazie ad una serie di esperienze che si sono susseguite e che ci hanno consentito di proseguire il percorso di ricerca intrapreso. Noi ci sentiamo sempre in evoluzione in base ai progetti che portiamo avanti, agli argomenti che stimolano il nostro interesse sia dal punto di vista concettuale che formale. In particolare in questi ultimi anni abbiamo cominciato a lavorare ad un nuovo ed ambizioso progetto internazionale che abbiamo chiamato Megalopolis.
Un progetto che esplora il concetto di globalizzazione nell’era contemporanea nato anche grazie al fatto che abbiamo lavorato in grandi città come Città del Messico e Teheran dove abbiamo cominciato a maturare  una visione molto precisa: la percezione che nonostante la diversità culturale e sociale di alcuni luoghi fosse apparentemente molto forte, in realtà, le grandi città avevano tutte qualcosa in comune qualcosa che è possibile trovare ovunque, stessi cibi, musica, etc.
Ci interessava scoprire i numerosi strati presenti in ogni cultura, a partire da quello globalizzante o globalizzato  per passare poi a quelli tradizionali, specifici, caratteristici e distintivi di identità culturali che stanno sempre più scomparendo. Al momento ci affascina molto questa idea di una grande “Città Globale” in cui si riassumono tutte le culture che abbiamo attraversato, in cui si custodiscono i nostri ricordi, in cui possiamo lavorare con attori che vivono dall’altro capo del mondo e restare sempre in contatto e comunicazione.

PerformAzioni 2014. Raccontateci come è andato e cosa vi ha sorpreso positivamente del vostro progetto.

Il Festival PerformAzioni nasceva dall’idea di creare un percorso di alta formazione che potesse accompagnare i giovani artisti nella crescita e maturazione del proprio lavoro venendo a contatto con “nuovi” maestri internazionali. Quindi individuare gruppi o singoli artisti, performer, teatranti, musicisti che lavorano prestando attenzione anche alla pedagogia e che quindi potessero trasmettere  la propria esperienza e i propri insegnamenti.
Spesso infatti si lamenta il fatto che non esistono più i “maestri” in realtà c’è una difficoltà generalizzata a riconoscerli e a dare valore al loro lavoro. Siamo in un epoca in cui tutti credono di poter improvvisare una professione solo avendo delle idee che giudicano nuove. In realtà attualmente il nuovo in teatro sembrerebbe più essere caratterizzato dall’assenza di riferimenti, insegnamenti, quasi un oblio del passato. Questo porta ad un impoverimento più che ad un cambiamento. Secondo noi invece è molto importante formarsi, e farlo continuamente, seguendo delle persone in grado di trasmettere una propria poetica, una ricerca, un metodo di lavoro.
Attraverso PerformAzioni abbiamo cercato, in questi anni, di portare avanti questa nostra idea. Ogni anno il Festival ha avuto una formula diversa, a volte il programma si è esteso in un tempo più lungo, abbiamo scelto per ogni edizione un tema differente e diversi approcci.
Quest’anno l’idea che ha accompagnato il festival è stata quella di avere dei maestri “Made in Italy”, artisti cioè che conducono il proprio lavoro in Italia ma che hanno comunque un respiro internazionale. Abbiamo ospitato la compagnia Teatro Akropolis di Genova, con il loro lavoro sul corpo, sul coro e la tragedia e Alessandro Olla da Cagliari, musicista che porta avanti un interessantissimo percorso di sperimentazione sul suono in teatro. Inoltre, come sempre, abbiamo aperto una finestra sul nostro percorso attuale, e quindi sul progetto Megalopolis, cercando di dare agli allievi che hanno seguito i workshop uno sguardo completo sulle arti performative contemporanee. L’attenzione è stata posta sul performer e quindi sulla capacità dello stesso di usare il proprio corpo e relazionarsi con i nuovi media e le sperimentazioni audio – visive.

Made in Ilva: cominciamo dal perchè. Cosa vi ha spinto a mettere in scena una realtà così drammatica, un problema sociale che va davvero oltre l’eterna discussione fra lavoro e vita, palesando come, nonostante ci possiamo dire “nel futuro”, in realtà moltissime persone hanno meno diritti di 40 anni fa?

I perchè di questo spettacolo sono molti. Innanzi tutto il mio percorso biografico. Io sono nata e cresciuta a Taranto e quindi da sempre mi sono sentita coinvolta in questa vicenda, come tutti i tarantini, prima ancora che esplodesse il caso ILVA e che interessasse tutti i mezzi di informazione nazionali. Avendo vissuto in un territorio in cui ogni mattina potevo vedere la fabbrica come paesaggio dalla mia finestra, ho sempre desiderato un cambiamento. Innamorata della mia terra ho odiato tutto ciò che la distruggeva e che costringeva e costringe tutt’ora molte persone ad andare via in cerca di un futuro migliore.
Quando ho cominciato a lavorare attorno al tema, in realtà non era molto chiaro per me che cosa sarei andata ad affrontare. Il motore di fondo era questa rabbia che mi aveva costretto ad andare lontano. Nel frattempo con la compagnia stavamo sviluppando una ricerca attorno al movimento e alla sua organicità e alla capacità dell’attore di comunicare attraverso il proprio corpo.
Lo spunto a cominciare a lavorare sul tema della fabbrica è stato casuale: una residenza in Germania in un teatro che era appunto ricavato all’interno di una ex-fabbrica.
Tutti questi spazi immensi riutilizzati per la cultura avevano risvegliato qualcosa nei miei pensieri, avevano risvegliato la mia rabbia e il mio desiderio di dire quello che provavo e che sentivo. Da questa esperienza è nato il progetto Running in the Fabrik, un contenitore di indagine attorno al tema dell’inorganicità del corpo e del movimento seriale che ci ha portato a considerare la fabbrica come prigione, come non-luogo, come fantasma di un era ormai trascorsa. Qualcosa che sembra essere anacronistico ma che è tutt’ora presente in un luogo come Taranto. La visione apocalittica di un era post-moderna completamente superata che però continua a persistere e a rendere “schiavi” coloro i quali sono ancora immersi in essa. Uomini ridotti a macchine, strumenti per la produzione, costretti a vivere  fuori dal loro tempo, in una sorta di “eremitaggio contemporaneo”.
Nel 2010 nasceva così in residenza nel teatro OFF di Trento il primo studio dello spettacolo: L’eremita contemporaneo. Chiusi in questo piccolo teatro i materiali che avevamo raccolto e sui quali stavamo riflettendo hanno preso forma e sono diventati il primo esperimento di quello che adesso è diventato uno spettacolo di accusa della vicenda ILVA : Made in Ilva

Made in Ilva si basa sulle testimonianze scritte di alcuni operai e poeti operai. Avete avuto modo di conoscerli dal vivo? E, comunque, che esperienza è stata questa scoperta di un mondo, nonostante tutto, così vivo (e creativo)?

Lo spettacolo trae ispirazione dal diario di un operaio morto in fabbrica e dai testi del poeta Luigi Di Ruscio. Ovviamente non abbiamo potuto avere contatti diretti con questi due autori ma gli scritti che abbiamo utilizzato sono stati per noi molto importanti proprio perchè riuscivano a dare voce in maniera “alta” alle testimonianze di altri operai con i quali avevamo parlato dal vivo.
Riuscire ad esprimere con un linguaggio poetico e quindi “bello” le brutture di questa fabbrica e di altri luoghi come questo ci è sembrata un’operazione adatta alla nostra poetica. Da sempre abbiamo cercato di parlare all’interno dei nostri lavori di argomenti “difficili” a volte molto duri, ma nello stesso tempo di creare opere d’arte che potessero essere apprezzate anche per la loro bellezza.
Io credo che al momento si stia creando a Taranto un fermento molto grande, in parte generato dal tentativo di vitalizzare un territorio che ha subito e sta subendo numerose privazioni. In primis gli artisti si sentono chiamati in causa per schierarsi contro questo stato di cose in modo positivo, attraverso cioè la creazione di opere d’arte capaci di denunciare ma nello stesso tempo di valorizzare ciò che il territorio possiede in potenza.

Parteciperete al Festival Fringe di Edimburgo. E’ davvero un’occasione speciale. Pensate che la tematica affrontata sia sentita anche fuori dei nostri confini?

Noi crediamo che il tema affrontato debba assolutamente uscire fuori dai nostri confini, in quanto non interessa solo la città di Taranto ma l’Italia e l’Europa, che è direttamente implicata per la legislazione in materia ambientale. Inoltre il nostro modo di lavorare su questo tema è molto diverso dalla tradizionale impostazione narrativa del teatro civile. Noi abbiamo trattato il tema come un archetipo, una vicenda capace di interessare tutti e questo abbiamo avuto modo di constatarlo quando abbiamo portato lo spettacolo in Svezia e in Iran. La fisicità presente nello spettacolo, l’aspetto visivo e sonoro permettono infatti allo spettatore di calarsi in un contesto, che è quello dell’alienazione contemporanea, all’interno del quale emergono sensazioni molto forti all’interno delle quali ognuno può intravedere la sua propria storia.
Tuttavia crediamo sia importantissimo anche il fatto che la vicenda sia associata all’evento reale, specifico dell’ILVA di Taranto.
Per questo abbiamo deciso di portarlo al festival di Edimburgo lavorandone una versione in inglese, in modo che anche il testo fosse comprensibile interamente dal pubblico internazionale. Per questa occasione anche le musiche saranno differenti essendo state appositamente composte da Riccardo Nanni.  Una vera e propria nuova produzione che debutterà a Villach, in Austria il 3 luglio, durante il Festival Spectrum, per poi andare al Fringe Festival di Edimburgo dall’1 al 24 agosto.

Parliamo del crowdfunding. E’ la prima volta che lo sperimentate?

Si, si tratta della prima volta. Avevamo un certo interesse nei confronti dell’argomento anche se eravamo un po’ dubbiosi circa la sua efficacia in Italia e quindi fino ad ora non avevamo mai pensato di creare un progetto da condividere. Poi siamo stati contattati da Rossella Lombardozzi che stava per creare una nuova piattaforma in Italia specializzata nel crowdfunding per le arti performative www.becrowdy.com. Abbiamo trovato molto interessante l’approccio indirizzato verso il nostro settore e soprattutto molto importante il fatto di essere stati accompagnati e seguiti nella creazione del percorso, nell’individuazione del progetto e delle ricompense.  Ci è sembrato molto importante il fatto di rendere partecipi di questa nuova impresa tutte le persone che ci hanno seguito, che hanno visto e commentato il nostro spettacolo e così abbiamo deciso di provarci.

Quanto è importante cercare condivisione e sostegno anche nella parte economica dei progetti? Pensate che il pubblico si senta maggiormente implicato nel processo di produzione se ha scelto di sostenervi?

In Italia purtroppo non è ancora molto diffusa la concezione di diventare produttori dal basso di progetti culturali. Soprattutto in ambito teatrale è molto difficile gettare le basi per la comprensione di operazioni di questo tipo. Ci sentiamo un po’ pionieri anche se le esperienze in questo senso fortunatamente si stanno moltiplicando sempre più coinvolgendo i fruitori dei prodotti culturali in vere e proprie operazioni di produzione. Esperienze come quella del teatro Valle, per esempio, testimoniano, in altro modo, questo cambiamento in atto, secondo noi molto importante e positivo. L’assenza spesso di fondi a livello statale o istituzionale sta portando i cittadini ad assumersi delle responsabilità molto grandi di condivisione e di sostegno alle espressioni artistiche.
Crediamo che chi condivide il messaggio che stiamo cercando di diffondere attraverso questo spettacolo possa sentirsi responsabile, credere in noi e sostenerci in questa impresa di portare all’attenzione della stampa internazionale la vicenda dell’ILVA di Taranto. Non a caso il progetto che abbiamo fatto riguarda la possibilità di aiutarci a portare lo spettacolo al Festival di Edimburgo, la vetrina del teatro più importante del mondo.
Questa esperienza di condivisione nel nostro caso incide per esempio sulla circuitazione di uno spettacolo all’estero, rendendo possibile un progetto aldilà delle decisioni che possono arrivare dall’alto. Rappresenta un percorso di democraticizzazione della cultura, di decisione dal basso,  di riconoscimento della qualità di un percorso capace di rappresentare il Made in Italy nel mondo.

Quali sono i prossimi progetti per Made in Ilva?

Dopo il Festival sicuramente speriamo di poter far circuitare maggiormente lo spettacolo all’estero magari cominciando proprio dall’Inghilterra per poi attraversare altri paesi in cui non siamo ancora stati.
In Italia invece continueremo a portare Made in Ilva in diversi teatri e questo ci rende molto felici dato che nel nostro paese è molto difficile continuare ad avere delle repliche di uno spettacolo che dalla sua prima rappresentazione, sotto forma di studio, ad oggi ha ormai quattro anni.
Proprio in questi giorni abbiamo saputo di aver vinto un altro premio che va ad aggiungersi ai numerosi già avuti per questo spettacolo: il Premio Cassino OFF – Teatri di Vita per il teatro civile. Questo ovviamente ci da un’ulteriore spinta a voler continuare a rappresentare il più possibile il nostro lavoro senza trascurare tuttavia i prossimi progetti.

E per Instabili Vaganti?

Noi vorremmo continuare a sviluppare i nostri progetti internazionali ed in particolare a realizzare nuovi spettacoli e a farli vedere a quante più persone è possibile. Al momento siamo impegnati nella ricerca di co-produttori per la nostra nuova performance del Progetto Megalopolis. Vorremmo riuscire a d avere un cast internazionale con attori provenienti dalle nazioni in cui abbiamo già lavorato come Corea, Messico ed Iran. Un progetto ambizioso che sarà sostenuto in piccola parte dal Comune di Bologna e che speriamo possa avere ottimi sviluppi così com’è stato per Made in Ilva.

Isabella Moroni

Isabella Moroni

Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.

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