Lisbona della luce e dei confini

Lisbona
Lisbona

È sempre la luce, qui a Lisbona, ad essere padrona. E si dissolve lentamente.

Non fa mai buio all’improvviso: la sera avanza leggera, come danza.
Stasera la luna è quasi piena. Mostra la sua curva al mare dal quale sono partite le conquiste e poi si spande nel cielo che diventa del blu che più amo.
Eccola di nuovo, simile al gioiello che immaginavo quando ero bambina, eccola che sembra accendere gli abbaini col suo riflesso.

Lisbona, dicono, non perde nei secoli la sua caratteristica di città di porto, né l’amore per la decadenza e non perde quei marinai d’ogni specie che cercano conforto nelle bettole.
Eppure, mentre racconto l’oscuro, la luce predomina su tutto. Resta cristallizzata nel cielo.
Anche adesso che è notte.

Dicono che la notte la città si animi come un autobus all’ora di punta, ma questa sera, dal belvedere Senhora Do Monte, le voci arrivano leggere, ondeggiando fra tetti e palazzi ricoperti di azulejos, luci gialle e luminescenti, un leggero vento che spira da un fiume che sembra il mare. E viceversa. Il Tago, l’Atlantico.

La lingua è incantatrice e magnetica come un serpente, ti accoglie fra le sue spire. Non è una lingua di guerrieri, piuttosto di navigatori e di mercanti.

Salite e discese, strade, sampietrini sconnessi di marmo bianco e nero formano onde e giochi in cui l’occhio s’inganna.
Un gatto affacciato al balcone che poi scappa via ed una maiolica liberty.

Ancora tetti.
E più in basso il famoso tram 28 che sfida le leggi della fisica inventandosi fermate in discese o in salite ripidissime: “Ora torniamo indietro” viene da pensare ed invece, imperterrito, il tram riprende, prosegue, a volte corre.
È divertente e anche un po’ affascinante: il tram attraversa quartieri sconosciuti, si getta a capofitto fra le mura della Cattedrale, risale fra lo stupore dei turisti sulle sette colline che muovono la città, mentre i quartieri si fondono e si confondono un po’ come la trama degli azulejos.

Poi c’è Pessoa, amato, ma anche molto trendy con la sua statua seduta al tavolino del caffè A Brasileira meta di pellegrinaggi non proprio letterari, oppure ritrovato fra le maioliche del suo barbiere preferito rimasto intatto per quasi un secolo, o nella sua casa trasformata in un museo pieno di citazioni, ma vuoto di libri.

E la Igreja de São Domingos che al suo interno sembra una scenografia teatrale, con le colonne mangiate dall’incendio del 1959 e le pareti tinte di rosso dove tutto sembra sospeso, dove tutto tende verso il cielo ad iniziare dalle preghiere della gente che è lì, anche alle 2 del pomeriggio di un mercoledì qualsiasi.

Le vie intrecciate della Mouraria, il quartiere multietnico preda di una “rivalutazione ambientale” che porta recuperi, investimenti, lavori in corso, festival, mostre, aperture di bar e locali e rischia di far perdere le sue caratteristiche ancora vitali come il cuore del fado, perchè proprio nei vicoli della Mouraria ancora vivono le case delle signore e dei signori del fado. Case ancora abitate, sempre in bilico fra pubblico e privato e, sempre, con la griglia per arrostire sardine fuori dalla porta.

Il fado, la musica di cui sempre si parla, la musica che arriva a tutti, suggestiva, dignitosa, ferma nella sua luce ondeggiante come un tramonto che si allunga sull’estuario di questo fiume straordinario che limita lo sguardo e la terra.

È bello il sabato qui, le persone si prendono il loro tempo, vanno a mangiare tardi, giocano a scacchi nei bistrot corrono lungo il Tago.
La pioggia dura un attimo e poi di nuovo il vento porta via le nubi e il tramonto è così vicino che tutto si tinge di rosa mentre gli azulejos riflettono la luce creando un unico brillare.

Donne alle finestre, si respira. Si respira ad ogni ora del giorno e della notte.
Si respira aggrovigliati, ammantati, indossati dal vento che cambia forza e velocità a seconda delle ore e delle strade che percorre.
Il resto sono moltissimi giovani con le salite e le discese nelle gambe e nell’anima.

Mi sono fermata a guardare il fiume dalla terrazza sopra l’Alfama. Aveva uno splendore accecante ed un senso di nostalgia. È come se questa sensazione di non plus ultra, di non poter andare oltre, sia parte della vita.

Il Finis terrae, oppure, come dice Saramago :
dove finisce il mare ed inizia la terra“.

Isabella Moroni

Isabella Moroni

Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.

Commenta

clicca qui per inviare un commento