Lezioni dalla fine del mondo

copertinaLezioni dalla fine del mondo (Alessandro Melis, Emmanuele Jonathan Pilia, Deleyva Editore, 2014) è un interessante esperimento di crossover editoriale, il quale abbraccia l’immaginario distopico della sopravvivenza umana, messa sotto scacco da una pandemia globale che ha causato una mutazione in zombie della popolazione. Tale minaccia, elaborata al fine di coinvolgere il lettore in una riflessione attenta sulla città d’oggi e sui suoi cambiamenti, si avvale del contributo di diversi autori, ognuno dei quali affronta, secondo il proprio metodo analitico, la crisi della società contemporanea e dei luoghi in cui essa viene celebrata. Il testo, nato come report del laboratorio di progettazione architettonica Design 2 tenuto dal prof. arch. Alessandro Melis all’Università di Auckland, Nuova Zelanda, si apre perciò ad una serie di riflessioni più trasversali e resilienti, che analizzano e destrutturano alcune delle cause della crisi della città attuale e dell’incapacità di dare risposte nel breve termine.

Da quanto emerge dal contributo di E.J. Garcia, lo Zombie è in realtà una metafora distopica della società odierna, conservatrice, individualista e spaventata dal diverso, che si trova a lottare contro se stessa per evitare l’estinzione. Tali limiti alla crescita, dettati dall’eccessiva pressione antropica, dal collasso ambientale e dalle guerre, generano una mancanza di risposte ai bisogni primari dell’uomo, specie di cibo, che inducono ad una nuova mercificazione dell’uomo. Quale potrà essere la qualità della vita auspicabile, si chiede Garcia? Un approccio non riduttivista e contingente, ma globale, bypassando la crisi con la resilienza.

A. Melis, coautore del libro, dibatte con chiarezza il tema dalla crisi ambientale, analizzando dati scientifici e studi internazionali, volti a dimostrare come la decrescita, invocata da molti, è in realtà teorizzata su basi labili ed insufficienti. Tali tesi, propugnate in ambito accademico, si avvalgono di Zombiecity come laboratorio didattico per la sensibilizzazione sul drammatico tema, al fine di elaborare soluzioni progettuali atte a garantire qualità della vita e non solo la mera sopravvivenza.

E. J. Pilia, invece, parte dall’analisi del trinomio città – violenza – urbanistica per avvicinarsi al pensiero di zombie come decadimento della società verso i bisogni primitivi ed istintivi. Tale analisi, ha permesso di riscontrare come, nel corso della storia, ciò abbia prodotto società segregate o auto-segregate, in cui l’integralismo si è mostrato quale il retro della medaglia del conservatorismo. Le enclave sociali ed etniche prodottesi a seguito di questi processi di gentrification, sono trattate analizzando alcuni casi-studio storicizzati ma contemporanei, fra i quali Corviale (Roma) e Pruitt-Igoe (St Louis). Ne emerge che lo spazio urbano, e quindi la stessa progettazione urbanistica, si sta riducendo ad essere sempre più branca della criminologia, che ne detta le regole pianificatorie, e non le studia solamente. Tale miscela esplosiva, come mix dato dalla somma di privatizzazione e controllo sempre più ossessivo, può trovare un suo nuovo equilibrio dinamico nella resilienza della città, attraverso una nuova socialità.

M. Gasperini, invece, cerca di esplorare l’immaginario transmoderno della futura città, che nascerà come risposta alla crisi di sopravvivenza. La scienza e la tecnologia, armi di distruzione di massa, genereranno anche le risposte a questa crisi, a causa della quale contesto, misura, limite, scale e simboli saranno azzerati. Verranno, al contrario, esaltati i bisogni primari/secondari, le proporzioni e le relazioni funzionali.

Infine, P. Leardini introduce l’esamina di 9 casi studio, presi ad esempio fra le risposte progettuali prodotte dagli studenti del prof. Melis, inquadrando l’area di studio (Auckland), i requisiti di autosufficienza di ogni celllula abitativa del progetto Zombiecity, per quanto concerne cibo, acqua, energia e difesa.

A conclusione, il giudizio critico che se ne può trarre è senza dubbio positivo.
Il testo è piacevole, pulito, scorre bene ed incuriosisce il lettore, accompagnandolo per mano con differenti spunti analitici di riflessione. Il tentativo di sollevare questioni di carattere ambientale, antropico e sociologico è lodevole, così come ricercare delle risposte dal punto di vista progettuale. L’impostazione del testo, così come appare, lascia trasparire l’identità di una sorta di pubblicazione-pilota, sul quale impostare una prosecuzione letteraria più approfondita, quasi a rompere il ghiaccio.
Non essendo un saggio, la trattazione dei contributi editoriali non è estesa (il testo è di 124 pagine complessive), ma comunque incuriosisce, ed invoglia ad un approfondimento personale dei temi esposti.

 

Fabrizio Aimar

Fabrizio Aimar

Architetto libero professionista, si laurea a pieni voti presso la Facoltà di architettura del Politecnico di Torino. Ha collaborato in un noto studio di ingegneria civile ed infrastrutturale di Torino, redigendo progetti esecutivi e costruttivi in supporto a note firme di architettura internazionali (Jean Nouvel, Renzo Piano, Mario Cucinella, Aymeric Zublena). Ha inoltre collaborato al progetto costruttivo architettonico del Grattacielo Intesa Sanpaolo di RPBW. Dal 2009 è firma della rivista "Il Giornale dell'Architettura" e dal 2010 è membro della commissione cultura dell'Ordine degli architetti P.P.C. della Provincia di Asti. Nel 2014 scrive per la rivista coreana di architettura “C3".

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