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Un bene incurabile

Lo sprovveduto che dovesse approcciarsi all’arte contemporanea con ansia o malavoglia potrebbe pensare: “Finalmente un’opera che, anziché chiederci sforzi interpretativi improbi, si preoccupa della nostra salute, che è ciò che viene prima di tutto, figuriamoci delle speculazioni teoriche elucubrate!” E invece “Qui sta il bello!”, gli si potrebbe rispondere, usando il suo stesso linguaggio pedestre; oppure, per meglio dire: “E invece è una astuta e sordida trappola, questa installazione” di Salvatore Insana (video e riprese) con la collaborazione di Elisa Turco Liveri (attrice e performer); una trappola come uno spazio franco, mirato all’evocazione di quel wellness da molti inseguito in quest’era stressante per i troppi inputs, mentre poi ribalta le aspettative ponendosi come ambiente immersivo in cui i significati rimbalzano e si specchiano, moltiplicando l’inquietudine e l’ambiguità. Questa meraviglia si è fruita presso la Fondazione Mondo Digitale, al civico 102 di Via del Quadraro, a Roma, e nell’ambito del Media Art Festival (con Tullio De Mauro come presidente, un comitato artistico composto tra gli altri da Marco Maria Gazzano ed Enrico Menduni, e con Valentino Catricalà come direttore artistico, con il patrocinio di Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e al Turismo e Assessorato Scuola, Sport, Politiche giovanili e Partecipazione dei Cittadini). Si può “vivere” una videoinstallazione? Quella di Insana, sì, appunto, che già dal titolo Un bene incurabile propone un ribaltamento, un’inversione di senso: Un bene incurabile presuppone che oltre che a rimuovere ascessi e simili, abbiamo problemi anche a prevenire, cioè a custodire i nostri beni più preziosi. Da questa suggestione si dipana tutto un ventaglio di interpretazioni possibili, legittime e anzi elicitate dall’autore e dalla sua inseparabile compagna, l’attrice Elisa Turco Liveri, di solida impostazione teatrale ma apertasi ormai da diversi anni alle rappresentazioni ibridate con dispositivi video più o meno interattivi. Salvatore Insana, infatti, noto anche con la crasi Salvinsa, è redattore per il magazine cinematografico “Taxi drivers” ma poi, oltre che come critico, è attivissimo come protagonista dell’(audio-)visivo: è fotografo e videoartista, con una linea di ricerca coerente e riconoscibile, poggiata concettualmente sui contenuti della sua tesi universitaria sul concetto di inutile. Dai tempi della laurea il giovane artista si è diffuso sui territori contigui (tra loro e anche all’inutile) e scivolosi, slittanti come faglie tettoniche e altrettanto sotterranei: quelli dell’inafferrabile, del residuale, dello sfuggente, della labilità del senso comune e del fantomatico altrove di cui cerca di dimostrare la quasi invisibile pregnanza. In questo lavoro ironizza, ma non senza un certo qual pondus esistenzial-necrofilo, sulle varie accezioni del termine “cura”. Fondamentalmente l’impostazione tende a costruire un ambito ospedaliero o un laboratorio d’analisi, ma – domandiamo – l’asetticità può essere garantita solo da quel (non-)colore bianco che in Oriente è simbolo della morte? No, è l’ovvia risposta. Questo bianco è più l’attributo esangue di un contesto malaticcio, che si qualifica per l’assenza di polpa. Nonostante infatti questo spazio sia molto articolato in oggetti, angoli e proiezioni, il dato primario è il feticismo legato ad un corpo assente, a cui rinvia, in modo macabro e insieme poeticamente diafano, l’ossario di un bue, disseminato ad arte per tutta l’installazione. Il blocco centrale dello scheletro è steso su un tessuto bianco trapuntato ed il bacino (attaccato alla colonna vertebrale), trattato come se fosse una testa, con i buchi considerati alla stregua di occhi, è poggiato su un rotolo di panno candido, come se fosse una testa mostruosa reclinata sul cuscino a sognare giorni migliori, mentre poco dietro è sospeso un abito, sempre bianco e trapuntato, ma scomponibile, composto di parti tenute insieme da laccetti candidi. Ora, hai voglia a precisare che quello è un abito di scena indossato da Elisa Turco Liveri in un altro lavoro, di stampo teatrale (Strategia K) e realizzato su misura dalla costumista Olivia Bellini!, di fatto quella sembra una camicia di forza e quello a terra fa pensare allo scheletro di un deforme. Ne deriva l’intuizione che l’insieme mente-corpo è un bene difficile da curare e che la manutenzione del proprioo corpo&spirito, per quanto forzata, non dà risultati garantiti. Né sul singolo né sulla collettività. E infatti ci ritroviamo di fronte ad un intreccio malsano di riferimenti a situazioni discutibili: il curatore come figura-chiave del mondo dell’arte contemporanea con i suoi problemi di selezione di artisti in vista di una compattezza o un’organicità che restano ideali, il curato come la figura-chiave della psicosi medico-farmacologica, con tutta la scorta di commenti possibili sull’irrazionalità che domina l’Agenzia delle Entrate o sulla violenza schizoide che ispira il traffico automobilistico cittadino, o sulla verbosità autoreferenziale che presiede a certe polemiche parlamentari. Il curato vero e proprio in effetti resta una figura emblematica catalizzatrice di sgomento, e la figura retorica dell’”incurabile” è più facile che diventi un’arma impropria usata nella società dello spettacolo piuttosto che venga sconfitta dai progressi della scienza medica, in difficoltà contro virus globali veri o presunti. In questa installazione site-specific anche la tecnologia cerca di proporsi imperiosa nel confronto con l’arcaicità rappresentata dallo scheletro, dalle ossa, e dalle tracce di una Natura decaduta o reclinante, e invece la metodologia sincretica (tra passato archetipico e avanguardia cross-mediale) instaura sì una sorta di dialogo anche tra le generazioni dei fruitori, come auspicato dall’autore, ma alla fine rivela come anche la technè può solo evocare e suggerire, nel suo limitato dominio, ma non porre concreto rimedio. Lo scacco messo a segno dalla malinconica impotenza è totale. La proiezione parte da un unico proiettore per irradiarsi su diversi punti-schermo nella stanza, portando, con un software chiamato di videomapping, diversi filmati ad incollarsi ciascuno su un diverso feticcio; questo, come si legge nel testo introduttivo, sarebbe il “curare le ferite del futuro per far sopravvivere il passato”; concretamente, si dà però il caso che se il futuro fa sopravvivere il passato che lo ha ferito, la cura è inutile perché minacciata da una circolarità viziosa. Gino Strada ha detto, una volta: “Un ospedale va bene quando tu saresti disposto, senza esitazione, a ricoverarci tuo figlio, tua madre, tua moglie”, e in questo ambiente i visitatori sostano anche quando sono famiglie con figli al seguito, risultato positivo ma paradossale se si tiemn conto che lo stesso Insana ha evidenziato che la cura è il mezzo che tenta di giustiziare il fine, un po’ quello che succede quando c’è accanimento terapeutico su quelle persone che non capiscono l’arte contemporanea né tantomeno vogliono lasciarsene “curare”: è questo rifiuto che rende molte situazioni incurabili, ma è altrettanto vero che la cura più che altro pubblicizza se stessa, può essere un vicolo cieco, un binari morto in cui avvitarsi. Secondo Insana, infatti, “La cura è la fine ingiustificabile del tempo” e questo la dice lunga sull’auto-ironia con cui include se stesso ed i ricordi di sue peregrinazioni fotografiche tra i responsabili della prassi in fondo contraddiottoria con cui il regista-autore (Insana) si cura dell’attrice-opera (Liveri) con la stessa premura ma anche la stessa tirannia con cui il medico cura la paziente, e quanto più essa è impaziente tanto più il medico, persa la sua funzione, diventa sclerotico o indifferente, come la madre che cura il figlio. Le raccomandazioni, sotto forma di scritte proiettate in un punto della parete, mostrano proprio come l’obbligo di curarsi possa essere un’imposizione normativa: le code da curare sono dunque “la tua carriera – i tuoi errori – il tuo aspetto – la tua casa – le tue domande” e la rispondenza di queste aree ai canoni approvati dipende da come si è stati categorizzati e schedati. Eppure la voce fuori campo, quella di un medico ortopedico, tra le altre cose afferma che “In medicina non c’è nulla di illogico, è tutto logico”. Invece, lo stesso simbolo dell’ortopedia, un tronco d’albero che stava crescendo troppo storto, legato ad un palo per raddrizzarlo, restituisce la naturalità del metodo correttivo nei confronti della scoliosi ma anche l’imposizione di posture ortodosse che a seconda dei punti di vista può essere rivolta al ripristino di un modello greco-romano di perfezione scultorea come i kouroi o all’instaurazione di uno standard robotico di efficienza e disaffezione. D’altronde, “curare le ferite del futuro” non può che comportare questo tipo di preoccupazioni, dato che nella cultura poi è tutto collegato, come l’articolazione mandibolare è connessa con quella dei piedi (sempre secondo la voce off dell’ortopedico). In questa rete di riferimenti di cui la persona problematica si fa portatrice e vittima insieme, c’è anche la proiezione, in un altro punto della parete, di una lunga sequenza in cui una vespa intrappolata (analogamente) in una ragnatela, lotta per districarsi nonostante gli assalti dell’aracnide, fino a sfuggire alla trappola. Si spera che sia questo il destino di quei giovanissimi che, in questa stessa location, per il Festival della Robotica o nelle lezioni di informatica vengono iniziati ai new media; ci si augura che questa ultima generazione di nativi digitali cresca con un rapporto meno ansioso con la tecnologia. Insana e Liveri con questo progetto avevano anche l’obiettivo (in ottemperanza  a quella parte del programma del festival denominata Media Art in Education) di coinvolgere studenti di liceo in un laboratorio audiovisivo di videoarte stimolandoli ad un uso dei new media mirato a “performare/perforare il quotidiano”. Non c’è dubbio che, al di là dei rigidi programmi scolastici, un primo contatto con il dadaismo di Duchamp possa spingere i ragazzi ad esercitare loro le capacità critiche sulla robotica di oggi e di domani, piuttosto che esporsi alle logiche di selezione artificiale più che naturale (Darwin) che dei robots senzienti potrebbero applicare sugli umani. Di certo l’arte di Insana e Liveri (in coppia denominati come compagnia Dehors/Audela) lascia proliferare dubbi ma pone al riparo dagli ordinari feticismi verso smartphones e tablets. C’è chi commenta: “Questa Fondazione è un trampolino di lancio per chi sa cogliere le opportunita’ che offre la tecnologia a tutte le età…” però è bene precisare che l’utilizzo più congeniale all’essere umano di tali mezzi è quello che sa amplificare la nostra inattingibile espressività, come quando vediamo Elisa vestita ancora di bianco muoversi fluttuando con un drappo bianco tra le braccia, e duplicata nel montaggio, replicare questo suo momento e queste movenze in un filmato proiettato in un altro punto dell’installazione in una simulazione dell’amorevole presa in cura di un bebè, cullato con tenerezza. D’accordo che, come detto più sopra, le cure parentali possono essere soffocanti, ma il primo effetto di una tale proiezione comunque ammorbidisce la lettura generale, riconducendo all’interno dell’impianto concettualmente problematizzato il ricordo struggente da vecchio super8. Di contro, ad un cerchio sospeso anch’esso a mezz’aria sono appese delle vertebre che sembrano aeroplanini bianchi, a simulare quei sonagli colorati che di solito sono sospesi sopra la culla per stimolare l’incanto dell’infante, e l’accostamento fa pensare che l’idea della fine sia come una spada di Damocle già fin dall’inizio della vita. In un altro video c’è ancora Elisa vestita ancora in bianco, su una soglia inondata di luce, in quello che è una piccola ricerca sulla fotoesposizione, mentre su una parete laterale foglie autunnali sono disposte in lunghe file insieme a serie di foto che rimandano la fragilità di piccoli sterpi in una campagna deserta, o immagini nebbiose e sovra-acquerellate di di campi sfumati nel grigiore indistinto, o ancora scatti selezionati dagli studi introduttivi del già citato spettacolo teatrale Strategia K, con Elisa protagonista, e ancora col bianco come colore dominante. A concludere questa discreta ma ipnotica carrellata di immagini minimal-naturalistiche, quella di un rametto contorto e quella che mostra una seconda ape, presumibilmente morta, piccola, al centro di campiture grigie. Non sarà certo la stessa ape, ma il rimando autorizza a credere che si può sfuggire una volta alle cure di un ragno, ma o si ricade in trappole analoghe, o magari si gira in tondo tra le incertezze fino ad ammorbarsi! Ogni spettatore può fornire la versione che preferisce del messaggio, e anzi Insana e Liveri hanno preparato delle domande da porre ai visitatori, a cui costoro rispondono scrivendo frasi, ciascuno su un foglietto post-it. Qualche esempio: “Come ti senti al risveglio?Mancante di tempo”; “Come fai a stare bene? – Ho imparato a mettere me prima degli altri”; “Cosa ti fa male?Il menefreghismo”; “Cosa ti fa bene? – Immaginare!!” La stanza in cui è collocata l’installazione è disseminata di queste risposte, che ogni fruitore ha lasciato nel punto che gli sembrava più consono, ma appare significativa la presenza di altri due oggetti: un busto in plastica di un uomo con gli organi interni allo scoperto, per uso didattico, ed il cranio spaccato, e un vecchio dizionario enciclopedico illustrato, aperto alla pagina in cui c’è la voce “rimedio”: ebbene, se pure ci si affanna nella cura, molto spesso quello che manca è un rimedio, non tanto perché abbiamo il cranio spaccato per il timore di non arrivare alla fine del mese, ma perché, tanto per citare l’ultima mini-proiezione (su una specie di sacco/punch ball sospeso), siamo come uccelli in gabbia. Insana scrive: “Sospendere (la pena?). Interrompere (il mal-trattamento?). La cura sta forse nel non avere soluzioni”. Accettandolo, si può procedere a piccole tappe, augurandosi che il curatore (d’arte) di turno ci premi nella lotta alla visibilità; non (ci) si espone per nulla, si mostra la propria (de)costruzione interiore ed esteriore, esponendosi a rischi di natura etico-storico-critico-estetica. Anche questa è lotta per la sopravvivenza; cosa vogliamo fare con un elemento che si chiama Insana, imporgli una correzione non ortopedica ma del cogito oppure selezionarlo come votato all’alternativa? Il suo è un bene incurabile ma anche un dono inalienabile.

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