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Palazzo Lucarini Galleria Cinica#14. Văcŭus di How To Cure Our Soul. Intervista agli artisti

Galleria Cinica si veste di nuovo. Il programma del 2015, infatti, prevede un’inedita collaborazione tra curatori: Carla Capodimonti, Michele Gentili e Celeste Ricci. Tre menti da cui è scaturita una progettazione espositiva tutta imperniata sì sui giovani talenti artistici, ma soprattutto sul tema del site-specific concepito “come risultato di un incontro, di una relazione di scambio e di confronto tra l’artista ed il pubblico. Il museo, in particolare, è di per sé contenitore di vari aspetti legati alla comunità, ed è qui inteso sia come site-specific, spazio fisico e territoriale, sia nella sua accezione storica, sociale e culturale, vale a dire context.” Parole prese a prestito dal comunicato fattoci avere e che ben chiariscono gli intenti dei responsabili come una sorta di manifesto curatoriale. Caratteristiche specifiche che si ritrovano nella mostra allestita e visibile fino al 26 aprile.

Sonorità inconsuete e immagini vaghe, incerte e immateriali, accolgono e avvolgono lo spettatore che entra nelle sale di Galleria Cinica, presso Palazzo Lucarini Contemporary di Trevi (PG), dove si snoda l‘esposizione Văcŭus del collettivo How To Cure Our Soul, a cura di Carla Capodimonti.

Un’atmosfera sospesa prodotta dall’installazione video Silence che si rigenera e si ripropone nella chiesetta del Centro per l’Arte Contemporanea sopra citato, piccolo gioiello da poco tempo utilizzato come vano espositivo, in cui è proiettato Saigon, ultimo lavoro del duo abruzzese.

Paesaggio naturale e interiore si fondono nelle opere proposte per dar origine a inediti e affascinanti scenari accompagnati da un audio che ricorda la musica aleatoria di John Cage e le strutture compositive pre-minimal di Morton Feldam. Il tutto per riportarci al grado zero, a quella condizione animale ancor’oggi insita nel nostro essere con l’obiettivo ultimo di condurre l’utente ad una pura percezione degli eventi.

How To Cure Our Soul è un duo audio-visivo di base in Abruzzo (Italia), fondato nel 2010 da Marco Marzuoli (1982, Atri, Italia), affiancato successivamente da Alessandro Sergente (1983, Pescara, Italia), entrambi laureati presso l’Accademia di Belle Arti. Il duo è autore di un universo di visioni e suoni. Attraverso un utilizzo personale degli strumenti digitali e analogici, How To Cure Our Soul riflette sulla filosofia, sui paesaggi – naturali e umani – e sulla comunicazione, tramite la produzione di video, musica e immagini, risultato di una personale reinterpretazione della realtà.

Tra le principali partecipazioni: INCODEC (2014), a cura di Ivan D’Alberto – Inangolo, Penne, Pescara (IT); OLE.01 (2014) a cura di Lello Masucci – PAN, Napoli (IT); Dancity 2014, a cura di Carla Capodimonti – Palazzo Candiotti, Foligno (IT); Supermarket Art Fair 2014, a cura di Enzo De Leonibus – Kulturhuset, Stockholm (SW); About a Wall (2014), a cura di Enzo De Leonibus – Museolaboratorio, Città Sant’Angelo, Pescara (IT); Tempo Riflesso, a cura di Carlo Nannicola – Comune di Castelvecchio Subequo e Comune di Corfinio, L’Aquila (IT); Tabula Rasa (2012), a cura di Pepi Birliraki – House of Culture, Rethymno, Creta (GR); Tabula Rasa (2012), a cura di Luca Mazzoleni – Rifugio Franchetti 2433m d’altitudine, Gran Sasso D’Italia (IT).

Per approfondire ancora meglio, abbiamo intervistato il collettivo artistico How To Cure Our Soul.

Entrando nelle sale di Galleria Cinica il pubblico è totalmente investito dalle proiezioni e dal sound della mostra Văcŭus. I due video presentati, Silence e Saigon, sono stati da voi ideati per trasportare l’osservatore al di fuori della realtà e della vita quotidiana. Infatti, in essi le immagini sono volutamente offuscate per eliminare ogni riferimento con il mondo reale e favorire una ‘purificazione’ dai condizionamenti imposti dalla società, rimandando a identità arcaiche anche grazie all’utilizzo di un sound particolarissimo in cui è forte il richiamo a John Cage e alle strutture compositive, precorritrici del Minimalismo, sviluppate da Morton Feldman. Obiettivo ultimo della vostra produzione è, quindi, trasportare l’utente in un nuovo universo: perché?

“In realtà l’universo nuovo è un risultato collaterale, così come l’esperienza del fruitore nel relazionarvisi.

In principio lo scopo era quello di oltrepassare quanti più livelli sovrastrutturali possibile, in primis quello del linguaggio (compositivo o visivo che sia), costruire un nuovo alfabeto capace di rappresentare, quindi sviluppare delle possibilità semiotiche primitive e reazionarie alle convenzioni sociali. Nel suo reiterarsi tale pratica è però divenuta ‘maniera’, contraddicendo profondamente il suo viscerale bisogno di libertà assoluta. Abbiamo impiegato molto tempo per capire come risolvere il problema, l’improvvisazione diveniva meno radicale e con il passare del tempo eravamo sempre più incastrati in questa fasulla illusione della liberazione totale del linguaggio… nel frattempo ciò che ci colpiva era la crescita tumorale del metodo. Ovviamente le coordinate rimanevano quelle del riduzionismo, dell’estetica minimale.

Con ogni probabilità noi per primi abbiamo bisogno di smarrirci in paesaggi vergini, conferendo al nostro ‘praticare’ un valore pacificatorio e curativo; in questa fase, “How to cure our soul”vive anche di una forte e muta gestualità. I nostri lavori sono ancora incoscienti nei confronti del suo pubblico, non vi è una vera e propria progettualità se non transitoria.

Il trittico modulato Vacuus nello specifico, è a sua volta un esperimento: il tentativo di  ripetere per eliminare e nello stesso tempo comporre. Non siamo sicuri funzioni universalmente, ma probabilmente trascende dalla predisposizione dello spettatore a divenire parte integrante del lavoro ri-leggendone i contenuti.  

Trattandosi di video site-specific, che relazione essi hanno con il luogo fisico-ambientale in cui sono collocati e per il quale sono stati pensati?

” Nelle due sale di Galleria Cinica gli elementi sono stati allestiti per creare dei dinamismi in relazione allo spazio, le tre proiezioni alle pareti, e le due fonti sonore, sono pensate appositamente per la galleria trevana, al fine di conferire all’installazione generale dei momenti di alternanza fra pieni e vuoti, fra suono e silenzio, caso e rigore. Una composizione quasi aleatoria, in cui l’interpretazione dell’esecutore (ovvero l’intervento di How to cure our soul) si inserisce sullo spartito (lo spazio museale) attenendosi ad un numero controllato di possibilità.

L’anteprima di Saigon (situata nell’antica Cappella dei Lucarini) invece è un dialogo fra due realtà in cerca di definizione. Saigon, infatti, non ha ancora visto la luce, così come la chiesa non ha ultimato il suo restauro, di sicuro l’impasto di questo lavoro è molto più immersivo ed accogliente del precedente, quasi pastorale, seppur ebbro di un immaginario tanto impossibile ed esotico quanto umano e gozzaniano. “

Dove sono stati girati i video?

“Dunque, il video dell’installazione Vacuus, inizialmente chiamato Silence, è stato girato sul Gran Sasso d’Italia nella primavera del 2011 a 2300 metri circa slm. Saigon, invece, è stato ripreso in Vietnam, a Saigon appunto (attuale Ho Chi Minh), nel 1959, guarda caso anno d’uscita de La Via dello Zen di Alan Watts.”

Osservando Silence, video ubicato nella prima sala di Galleria Cinica, ho notato una certa assonanza con alcune immagini del fotografo giapponese Hiroshi Sugimoto, classe 1948, come World Trade Center del 1997 poiché in questa fotografia è ravvisabile un simile processo di sfocamento della realtà circostante. Vi ritrovate in questo fotografo? Cosa pensate di questa mia considerazione?

“Seppur fra le nostre fonti d’ispirazione la fotografia sia subordinata al cinema ed alla musica, Hiroshi Sugimoto è uno dei fotografi che prediligiamo, assieme a Mario Giacomelli, Roni Horn e Wolfgang Tillmans. Nell’opera in questione, Sugimoto, si rivela nel suo carattere più orientale, interpretativo e calligrafico: World Trade Center appare come il risultato di una lunga meditazione propedeutica, l’immagine è svuotata, purificata dal suo valore reale (che pur si percepisce) ed intrappolata, proposta nella sua semplicità costruttiva alla rielaborazione del fruitore, che, di sicuro, l’apprezza a fondo se in sintonia con tale stato di sospensione. Non osiamo certamente accostarci allo spessore del maestro Sugimoto, ma i meccanismi fenomenologici, che coordinano la nostra parte di ricerca relativa a Silence, sono assolutamente molto analoghi. Inoltre (casualmente), il significante della foto è lo stesso del lavoro video Trailer for 1000 Films di William Basinski e James Elaine, un enorme punto di riferimento estetico in campo di trattamento mediale del supporto audiovisivo, e che allude ad uno stato di trascendenza simile, seppur filtrato dall’esperienza del New American Cinema oltre che dagli esperimenti visivi di Brian Eno nella sua serie Mistaken Memories of Mediaeval Manhattan.

Con la tua scelta hai perfettamente centrato la materia di cui ci piace nutrirci.”

Se per la musica è evidente il nesso con quella sperimentale prodotta da John Cage e da Morton Feldman, per quanto riguarda le immagini proiettate, così offuscate, a chi vi siete ispirati?

“Non sono solo Morton Feldman e John Cage a contribuire alle nostre influenze sonore… ascoltiamo moltissimo anche i citati Brian Eno e William Basinski, senza dimenticare Phill Niblock, il primo Rafael Toral, Kevin Drumm, Alan Licht, Alvin Lucier, Robert Fripp e musica più diretta e semplice come buona parte del rock psichedelico degli anni ’60 e ’70.

Per quel che riguarda la nostra estetica visiva, invece, le fonti ispiratorie sono più intricate. Siamo fermamente convinti che la pittura sia il massimo linguaggio di codifica per le arti visive, ma allo stesso tempo adoriamo il movimento ed il Tempo del cinema.

Se con ogni probabilità Gerhard Richter è ormai un’imprescindibile pietra miliare della contemporaneità, il nostro interesse pittorico spazia da Giovanni Fattori ed i Macchiaioli fino a Mark Rothko, passando per Kazimir Malevič ed i monocromi dei nostri conterranei TU M’. Il massimo godimento fruitivo del duo, però, è essenzialmente cinematografico, non possiamo che menzionare, fra i tanti, i nomi di tre geni assoluti del recente passato: Werner Herzog (1968-2000), Andrej Tarkovskij ed Ingmar Bergman.

Mentre nelle immagini di Silence si nota ancora qualche riferimento agli oggetti reali, in Saigon, proiezione situata nella chiesetta di Palazzo Lucarini, è annullata ogni attinenza con entità tangibili. Osservando quest’ultimo video le uniche associazioni che mi vengono in mente sono la fluidità dell’acqua, le incorporeità delle ombre o il lento scorrere delle nuvole ovvero essenze immateriali. Mi sembra che in esso sia maggiormente evidente l’invito ad allontanarsi dal mondo reale per avvicinarsi e sentire il nostro io, la nostra interiorità per poi riaccostarsi a ciò che ci circonda attraverso uno sguardo vergine. Concordate?

“Hai perfettamente ragione, Saigon va vissuto come un evento naturale: quando vi si è al cospetto lo si può subire, analizzare, goderne, senza condizionarne il passaggio. La sua timeline è variabile in base all’attenzione dello spettatore, così come soggettivo è ciò che infonde in quest’ultimo, e relativo al suo stato psicologico. Per semplicità possiamo trovarvi un tentativo di consonanza con i prodigi di Olafur Eliasson e James Turrell, in una ‘modesta’ rilettura videoartistica.

Il girato del video non ha subito correzioni cromatiche e figurative in post produzione, il suo legame con la natura è forte, seppur interpretata. Crediamo che in questi anni l’opera d’arte stia vivendo una fase di subordinazione tecnologica, eccessiva e snaturante nei confronti della spontaneità della ricerca estetica, una sorta di gear acquisition syndrome da cui prendiamo le distanze. Per scelta ci siamo prefissi di contemplare i media da noi usati nella loro imperfezione ed umanità, accettandone la limitatezza e considerandoli alla stregua di materiali più poveri e tradizionali quali la carta o il colore. Tale attitudine ci porta a cercare soluzioni artistiche in immaginari lo-fi, slegati dalla corsa all’avvenerismo tecnologico, perdendo la controllabilità nei confronti del risultato finale, che, gradualmente, subisce metamorfosi dal suo divenire estremamente biologico e generativo.

Gran parte della nostra produzione visiva, inoltre, origina dalla ripetizione nella cattura di un medesimo soggetto, la rappresentazione dello stesso è quindi condizionata dal contesto ambientale e dallo stato di chi lo osserva: c’è una connotazione performativa nella sua genesi.

Saigon è un’esperienza, che, come giustamente osservi, tende alla purificazione, alla cura, all’eliminazione del superfluo al fine di ri-scoprire un nuovo immacolato Io percettivo. Non a caso l’intero progetto How to Cure our Soul rivendica la sua attitudine e missione terapeutica nel suo nome, un chiaro riferimento all’effetto benevolo della pratica della produzione artistica sulla nostra anima e coscienza collettiva. 

Viste la complessità e la particolarità della mostra e delle opere-video: come ha reagito il pubblico osservando i video proposti?

“Il pubblico è sembrato incuriosito ed attratto, l’aspetto molto interessante e che gli spettatori che riescono/vogliono penetrare nel lavoro non hanno bisogno di alcuna spiegazione. Le installazioni penetrano esponenzialmente se gli è concesso il tempo di farlo. Qualcuno ci ha parlato di sensazioni fisiche ed animali, conseguenti ad un primo stato di estraneità, della riscoperta di un primitivo godimento percettivo successivo ad una iniziale fase di vertigine e smarrimento. È molto bello, ci fa tornare a pensare al nostro lavoro come cinematografico, intangibile oltre la sua fruizione, capace di offrire delle sensazioni senza svelarsi nei suoi ingranaggi, distante da quella tendenza contemporanea a considerare l’opera epifania di mentalismi esasperati, e l’arte applicazione collaterale di altri ambiti di ricerca.

Amiamo l’immagine romantica dell’artista liberato dal rigore scientifico.”

 Info mostra

 

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