Patrizia Molinari e la luce tra denuncia e spiritualità

“Io penso che la luce sia innanzitutto un elemento concettuale che porta verso l’illuminazione  e la conoscenza, per me diventa poi il traslato di una non corporeità che io ricerco. Mi piacerebbe essere un’essenza luminosa, mente e luce, aspiro ad uno stato astratto che si rivela senza concetti mistici o religiosi, è semplicemente una voglia di spiritualità”.

Queste le parole di Patrizia Molinari, che costituiscono la sostanza della sua arte e del suo modo di affrontare l’esistenza. Il bianco, riconducibile ad una volontà di luce, è presente in tutto il suo percorso artistico nelle varie forme e nelle varie espressioni creative che ha utilizzato.

Nel suo lavoro ritornano sempre delle costanti sotto vesti diverse.

La Molinari, nata a Senigallia nel ’48, si laurea in Lettere all’Università di Bologna e frequenta il Corso di specializzazione in Storia dell’Arte all’Università di Urbino. Diventerà Professore Emerito di Storia dell’Arte all’Accademia di Belle Arti dal 1976. Comincia insegnando lingue a Roma nel 1973, e, durante questo periodo, senza una vera volontà programmatica compra chine rosse, nere e bianche ed inizia a realizzare quadri astratti in cui la sostanza si gioca fra inconscio e coscienza, appaiono solo leggere linee che emergono dal foglio bianco, linee che rappresentano ciò che si evidenzia da tutto il sommerso psicologico, il foglio. Poi comincia a dipingere, utilizzando acrilici ed olio, quadri con parti di colore come Ibiscus dove il mare della Grecia, totalmente bianco, è segnato dal blu del cielo e da una macchia rossa di ibiscus, o come Lindos dove l’oro, pigmento sacro e trascendente, disegna ai lati del quadro candido, in maniera astratta, da una parte l’acropoli più vecchia della Grecia che si trova, appunto, a Lindos, villaggio di Rodi, e dall’altra la tomba di Cleobulo, filosofo lì sepolto. Il passo successivo è la realizzazione di quadri tutti bianchi e completamente astratti con molte velature di acrilico, ad esempio Mare bianco è stato dipinto a Fregene ed ha un effetto perlato dovuto al fatto che il bianco acrilico iridescente è stato mischiato con colori come rosso, verde, azzurro, grigio. Le sue opere di questo periodo sono caratterizzate dalla sostanza luminosa che diventa la costante. La volontà di un’illuminazione epifanica la porta ad un candore quasi irreale con cui si misura la potenza di un’immagine assente, punto di arrivo di una rivelazione. L’ultimo quadro prima che smettesse di dipingere a metà degli anni ‘90, è stato Buco nero in cui una forma bianca circolare si staglia bianco su bianco: doveva rappresentare l’immergersi di tutte le energie in questa forma, e poco dopo è apparsa sui giornali la prima immagine di un buco nero che aveva le stesse caratteristiche del quadro, da qui il nome.

Successivamente Molinari si dedica ad i collage fotografici usando diapositive già esistenti, questo tipo di espressività l’accompagna a lungo. Solo a metà degli anni 2000 inizia a lavorare con nuove fotografie, prima a colori e poi, naturalmente, torna a dominare il bianco. La tecnica fotografica diventa un forte luogo di sperimentazione. Sole bianco è uno scatto realizzato al tramonto su di un traghetto che attraversava l’Egeo; in Tuz Golu appare il deserto del sale di questo luogo della Turchia. Spesso nella fotografia ritornano elementi già presenti nel suo precedente percorso artistico, ad esempio gli interventi con l’oro.

Si apre poi negli anni 2000 un’altra fase in cui i concetti di trasparenza e di luce si esprimono in maniera diversa, realizza i suoi sassi: sono opere in vetro di Murano dove un nucleo dorato, ed ecco che ritorna l’oro ancora una volta, è inserito all’interno della scultura. Il significato può alludere alla nascita e all’origine del cosmo mentre la loro fruizione non è solo visiva, è anche tattile, ed insieme si modifica a seconda delle ore del giorno e dell’illuminazione, così cambia l’identità di ciò che si vede. Un’opera fondamentale nel percorso di Patrizia Molinari è l’obelisco Verso lo spazio costruito a Tor Bella Monaca a Roma in cui sessanta metri di luce ed acciaio si stagliano sulla periferia romana: alto diciotto metri, di giorno riflette i palazzi del luogo grazie alla sua superficie specchiata e di notte, invece, grazie all’illuminazione, diventa una colonna di luce che si vede oltre al Raccordo fino ai Castelli romani.  Alla 49° Biennale d’Arte di Venezia l’artista realizza un’opera in Bunker Poetico, lavoro chiamato Schegge per Olu Oguibe: espone vere, appuntite schegge di vetro, materiale che tratta in altro modo rispetto ai sassi, su cui impone, ben visibili, frasi della poesia del poeta nigeriano Olu Oguibe scritta per ricordare un altro poeta nigeriano che era stato impiccato durante una protesta contro lo sfruttamento delle energie. L’opera è più aggressiva rispetto alla sua solita linea delicata che la contraddistingue. Perché la tendenza dell’artista è quella di evocare e sublimare…; ma a volte si manifesta la violenza quando le tematiche che tratta sono quelle dure, o feroci, come nei quadri drammatici che ha creato per denuncia: sono grandi astratti degli anni ‘90 sul cancro, l’Aids, Cernobyl, la strage di Colle Oppio, piazza Tienanmen, la prima guerra in Iraq.

Molinari si avvicina di nuovo alla scultura con opere che rappresentano le costellazioni: ogni stella è rappresentata da un punto di luce in fibre ottiche inserite in una struttura di metallo. Ed ancora lavora con lamine di metallo su cui crea dei segni, la volontà è di alludere a specchi in cui non ci si specchia: la struttura vuole portare a vedere oltre ciò che si rappresenta nell’immagine comune, nella quotidianità, andando al di là delle convenzioni. Un supporto che ha sempre utilizzato è la carta giapponese che è l’elemento portante anche nella sua ultima personale Angkor 2015 vista alla galleria Acta International di Roma e a cura di Manuela De Leonardis. Fotografie fatte con l’iPhon immortalano il tempio di Angkor Wat in Cambogia, voluto dal re Khmer Suryavarman II che lo dedicò a Vishnu, risale al 1113-1150 d.C.. Qui sono rappresentati i racconti epici del Ramayana e del Mahābhārata, testi sacri della religione induista. Cosa si scorge di ciò, negli scatti della Molinari? L’emozione di un luogo millenario che conserva ancora intatto il valore della sua spiritualità; il cammino dell’autrice, del resto, è costellato dall’esigenza di spiritualità che si manifesta anche nelle sue forme predilette come la spirale, dichiara:

“la spirale è un mio segno che allude all’infinito, al continuo finire per poi ricominciare, diventa il momento in cui ci si ferma, si gira intorno, per poi ripartire.”

Claudia Quintieri

Claudia Quintieri

Claudia Quintieri, classe ’75, è nata a Roma, dove vive e lavora. Si è laureata in Lettere indirizzo Storia dell’arte. È giornalista, scrittrice e videoartista. Collabora ed ha collaborato con riviste e giornali in qualità di giornalista specializzata in arte contemporanea. Nel 2012 è stato pubblicato il suo libro "La voglia di urlare". Ha partecipato a numerose mostre con i suoi video, in varie città. Ha collaborato con l’Associazione culturale Futuro di Ludovico Pratesi. Ha partecipato allo spettacolo teatrale Crimini del cuore.

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