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Una storia comune di Ivan Goncarov. I valori ideali e l’ironia fra carrozze e candele.

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Dal punto di vista critico Una storia comune di Ivan Goncarov (Fazi Editore, traduzione di Patrizia Parnisari) è un romanzo facilmente riconoscibile come una delle forme dell’idealismo astratto, come l’ha raccontato il giovane Gyorgy Lukacs. Un eroe pieno di idee fisse e assolute sul mondo, formate sui libri e non sull’esperienza vissuta, va incontro a una serie di avventure che distruggono, una per una, tutte le così apparentemente solide costruzioni della sua anima: l’amore, l’amicizia, la vita sociale, i rapporti con i familiari. Al contrario che nel prototipo di questo tipo di romanzi – Don Chisciotte – qui il protagonista riesce a ricostruire il mondo delle sue convinzioni, “rinsavisce” e finalmente partecipa a quella vita borghese, moderata negli affetti e radicata nei valori materiali e non nei sentimenti, che gli era inizialmente tanto incomprensibile e ostica.

Una storia comune non è però tutta qui. Affidandosi all’ironia di Goncarov – che proprio con questa risorsa sa distinguere i suoi lavori da quelli dei contemporanei Dostoevskij, Tolstoj, Turgenev, non esattamente degli scrittori qualsiasi – si scopre che questa storia comune, pur nell’apparente classica forma del “romanzo di formazione”, racconta la storia di due protagonisti. Aleksandr deve la sua trasformazione da romantico sognatore a maturo uomo del suo tempo allo zio Pjotr, il quale però non è affatto un monolitico uomo cinico e pragmatico fino in fondo; proprio lui, alle soglie del coronamento della sua carriera, si accorge che la sua aridità ha contagiato la donna che ama, e decide di abbandonare tutto per rincorrere la speranza che non tutto l’amore sia perduto – proprio quell’amore romantico e appassionato che con infinita pazienza aveva convinto il nipote ad abbandonare.

Scherza anche col lettore, Goncarov, e lo invita a non dare nulla per scontato, come invece hanno fatto Aleksandr e Pjotr. La più radicata delle convinzioni può essere scardinata in pochi minuti oppure resistere per decenni, e in entrambi i casi si può essere felici: sia perché tutti i propri sogni sono stati accantonati per la più soddisfacente delle realtà, sia perché si può abbandonare la più tranquilla delle posizioni sociali per tentare di rincorrere un sentimento accantonato tanti anni prima. Una storia comune è quindi la solita storia degli esseri umani: non c’è alcuna definitiva ragione che ne determina le azioni, ci sono solo le relazioni da mantenere vive pur nei tanti cambiamenti di valori, abitudini, convinzioni.

Chi vorrà misurarsi con una prosa felicissima, decidendo di fregarsene che nel 2016 si legga di carrozze, candele, piume d’oca e giacche da passeggio, si godrà un romanzo solo apparentemente facile e piatto, e un’ironia riguardo le esperienze umane che resiste agli anni e alla comparsa della tecnologia. A proposito di contemporaneità e di argomenti ormai desueti: Aleksandr, inizialmente, vuole fare lo scrittore. Ma allora da quanto vengono scritti romanzi il cui protagonista vuole fare lo scrittore?

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