Claudia Bruno. Fuori non c’è nessuno. Il pensiero di periferia e le domande che ci costruiscono

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Continuiamo a stupirci che i cosiddetti oggetti, ciò che è materiale ma non è dotato di vita, abbiano tanta importanza nelle nostre esistenze. Con un sincero stupore, a volte addirittura con biasimo, giudichiamo chi attribuisce importanza al possesso di prodotti industriali di serie come di cose create dal caso, dall’incidente, da presenze che non sono più; o alla strenua difesa di quattro mura, di tufi e laterizi dove un giorno è successo qualcosa.

Claudia Bruno, in questo romanzo, scambia di ruolo i protagonisti delle storie che spesso ci raccontiamo – gli umani e le cose. Esse sono imponenti, onnipresenti, condizionanti, grandi o piccole che siano; agli esseri viventi, umani o no, sta il compito di tentare di costruire relazioni, ricordi, vite.

Viene rappresentata così, in Fuori non c’è nessuno (Edizioni Effequ), una periferia come modo di essere non  degli esseri viventi ma delle cose materiali: edifici, strade, mobilio, fogli di carta, chincaglierie. Questa periferia senza tempo, in cui i ricordi del prima e le speranze del dopo non entrano, obbliga le protagoniste (è un romanzo soprattutto di donne) a un rapporto con il corpo e la mente periferico, a un pensiero di periferia, caratterizzato da una lotta tra dentro e fuori, tra qui e là, perché il luogo è più importante del tempo e la successione degli avvenimenti ha meno importanza del luogo nel quale sono successi.

«Da quella finestra avrebbe imparato che la mattina è uno stato d’animo fatto di allontanamenti e separazioni, prematuri distacchi e partenze incerte. Questi fiori puzzano, diceva Francesca alle maestre indicando il pergolato per motivare gli urti del vomito che spesso la coglievano durante le ore di gioco in giardino. Per tutta la vita l’odore del glicine avrebbe continuato a significare per lei l’abbandono».

Gli oggetti non sono più testimoni indifferenti attivati dal ricordo e dal linguaggio; essi, nell’imponenza delle architetture urbane come nella rigidità dell’arredo d’interni, ritagliano sempre di più gli spazi nei quali dovrebbero instaurarsi relazioni, e spesso s’impongono come altri confini, strutture, muri.

«Tra loro scorreva una linea sottile a tracciare perimetralmente due abitazioni, certi giorni Greta poteva vederla attraversare le stanze e arrampicarsi lungo i muri

Qual è il nostro primo ricordo? «Quindi non la sai la storia del pisello e della patata?»

Le domande costruiscono la nostra vita e le nostre esistenze, e Claudia Bruno sembra chiedersi non tanto qual è la nostra identità – la vecchia domanda di tutti i romanzi, da Don Chisciotte e forse da ancora prima – ma dov’è possibile che sia. La ricerca di una risposta le fa immaginare un luogo periferico dal quale non è possibile uscire, perché la periferia è appunto già esterna a qualcosa, e quindi è ovunque. I nostri corpi e i nostri pensieri sono fatti, in periferia, così com’è fatta lei, «perlopiù da asfalto, ferro e cemento, materiali altamente resistenti ai cambiamenti di forma e colore», ma ci sono luoghi dove ciò non succede.

Ai posti brutti e alle ragazze che si perdono è la dedica del libro.

Lorenzo Gasparrini

Lorenzo Gasparrini

Lorenzo Gasparrini Dottore di ricerca in Estetica, dopo anni di attività universitaria a Roma, Ascoli, Narni in filosofia, scienze della formazione, informatica, ora è editor per un editore scientifico internazionale. Attivista antisessista, blogger compulsivo, ciclista assiduo, interessato a tutti gli usi e costumi del linguaggio.

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