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Italia di Fabio Massimo Franceschelli. Ironia e critica di una Paese che non concede speranze. Neanche ai gabbiani

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I rischi di scrivere un romanzo-metafora del destino di un intero paese sono parecchi. Ci si può prendere troppo sul serio e scrivere con un tono di ammonimento, di apocalisse. Si può fare una semplice raccolta di luoghi comuni, senza critica o ironia. Si può essere tentati di raccontare la storia del paese, la geografia, il dato politico e civile senza fare parola delle possibilità, delle esistenze, del futuro. Per nostra fortuna Fabio Massimo Franceschelli nel suo libro Italia (Del Vecchio Editore 2016), ha evitato tutto questo: il suo è un romanzo spietato, ma non cinico; verrebbe da dire omeopatico, se non fosse che l’Occidente ha dimostrato da secoli che non ne vuol sapere di curare i suoi mali grazie ai suoi pur notevoli romanzi.

«Parleranno di lui come di un disadattato, usciranno interviste di conoscenti che non lo hanno mai conosciuto ma che lo definiranno comunque un tipo strano, chiuso. Scoveranno vecchie storie di precedenti penali, piccole cose, certo, ma sufficienti a costruirci su una storia di esclusione sociale, degrado, emarginazione, malattia mentale. Un’impalcatura solida di ermeneutiche mal raccontate, amalgamante e cementate da vecchi luoghi comuni e arcaici razzismi, spiegherà tutto. Ogni cosa si chiarirà

Se Italia è un’allegoria, allora divertiamoci a scegliere quale personaggio potremmo essere. Il sindacalista idealista o quello smaliziato? Il dirigente umano o quello algido? L’uomo tormentato dal sesso o la donna libera di farlo? La vecchia con i suoi santi o il comico con i suoi fanti? Duole dirlo, ma qui il rispecchiamento non funziona, l’empatia gira a vuoto. Ci si salva in vari modi da tanti disastri, e molti personaggi qui ci riescono; ma nessuno si salva da un paese che non concede speranze neanche ai gabbiani. A proposito: chi vuole essere un gabbiano?

«Il problema, per Sabelli, stava nell’individuare, isolare scientificamente, quella sottilissima linea che separa ciò che concerne il caso, o il destino, o comunque l’imponderabile, ciò che in nessun modo dipende da noi. La fiducia, una fiducia intelligente, razionale, va riposta solo nel primo caso, altrimenti si sfocia in una sorta di superstizione che chiama in causa gli effetti nocivi del carisma.»

Come nei grandi romanzi di una volta, leggiamo le cose che avvengono dal punto di vista di dio, che racconta spiega e fa digressioni tecniche, quando servono. Può non piacere, ma continua a essere un ottimo modo per non confondere ironia e umorismo. Nel romanzo si ride e molto, per situazioni comiche, battute, goffaggine slapstick e semplice ingenuità, ma senza confondere questo ridere con il guardare dietro ai fenomeni. Il romanzo volta continuamente le carte e svela il gioco come un incastro di giochi e di palcoscenici nei quali ciò che avviene è causa – ideale o materiale non conta – di quello che avviene altrove, nell’incoscienza di altri attori. Il lettore non può certo stare tranquillo, lì fuori, perché se c’è un dio che racconta le cose dall’alto, allora quel dio racconta anche del lettore.

«Scrivere parole, calibrarle, o almeno provarci, vuol dire sfidare il tragico. Sono utensili da ferramenta o ferri da chirurgia, millimetriche, fatte per operazioni di estrema precisione. Ogni parola ha la sua funzione specifica e la sua sfumatura unica. Ogni parola è nata per una sola cosa e ogni cosa ha la sua unica parola. Sono scalpelli per incidere la materia più malleabile che c’è, il vuoto. Modellarlo per farne qualcos’altro. Ma il vuoto ha memoria di forma, dopo un po’ torna se stesso. Si fa manipolare docile ma poi torna quel che era

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