La potenza estraniante e creatrice dell’erranza. Intervista a Roberto Perrotti

La quarta edizione del Festival dell’Erranza ha per titolo I Confini e i Volti e vuole essere una riflessione sul significato di confine, di linea reale o mentale, che delimita l’Altro. Il con-fine è infatti il luogo dove l’io e l’altro hanno la loro fine per poi necessariamente incontrarsi in una relazione diretta: ‘faccia a faccia’. Il Volto dell’Altro sorprende e la nostra risposta diviene spesso un modo per interrogarci sulla nostra stessa identità.

Ne parliamo con il Direttore Artistico Roberto Perrotti

Quando è nata l’idea di un festival dedicato all’erranza e qual è la necessità che ti ha portato a  indagarla.

Dopo aver viaggiato a lungo e percorso a piedi un buon numero di cammini, ho avvertito l’esigenza di stabilire un luogo che somigliasse a una stazione di posta, dove non solo viaggiatori ma anche filosofi, religiosi, scrittori e artisti potessero incontrarsi e riflettere sull’arte di girare il mondo, sulla tendenza al nomadismo e sulla fatica di migrare.

Cos’è l’erranza e perché ci affascina e ci seduce così fortemente?

All’interno dell’idea del viaggio che tutto comprende, esiste un avanzare progressivo e non lineare, un procedere con digressioni, che si presenta come un vagare senza meta. Un movimento con una sua dinamica che prevede svolte, anse, anfratti, rischio e incognita. Questa esperienza, profondamente umana, si muove fra “il disordine” e “l’ordine”, rappresentando per me l’idea più autentica di erranza. Ma c’è di più. Tale posizione richiede spesso una ricerca di senso e di sé. Non esiste erranza, a mio parere, che proceda in solitaria e ignori la necessità delle relazioni. Rappresenta spesso una scoperta, uno stupore rispetto all’Altro, comportando fatica e difficoltà nell’incontro e nell’accoglienza.

Nomadi, pellegrini, viaggiatori, gente in cammino, vagabondi, movimenti, scambi. Sono la cifra della contemporaneità? Cosa lasciamo? Dove speriamo di giungere? O basta solo andare?

La mobilità è una forma propria della nostra epoca, prende le mosse dalla lunga e progressiva storia di conquista del nostro pianeta. Penso ai flussi migratori, alla tensione che essi creano. Eppure esistono più forme di mobilità, Marc Augè, lo ripete spesso, quelle dovute a povertà o persecuzione, che si trasformano spesso in forme di sedentarizzazione forzata, campi profughi e altro, e una mobilità che riguarda una élite economica e culturale, che fa del mondo la propria scacchiera.  Si potrebbe, quindi, comporre una gerarchia sociale in base alle capacità di mobilità.

In questi anni di Festival da quanti punti di vista hai affrontato l’erranza? Quali sono state le narrazioni più potenti.

All’inizio ci siamo interrogati sulla crisi antropologica che investe la nostra contemporaneità e sui “passaggi “ per affrontarla. Negli anni successivi abbiamo riflettuto sul significato della Dimora, luogo di sicurezza e di residenza, ponendola a confronto con l’Altrove, luogo di rottura e di diversità. In altra edizione la nostra attenzione si è fermata sul tema dello straniero, inteso come dono di conoscenza e fonte d’interrogazione, volgendo lo sguardo anche alla mutevolezza e all’indecifrabilità delle nuvole.  La frontiera, il limite e il confine saranno i temi al centro dell’edizione di quest’anno, con inevitabili confronti con l’immagine viva e vulnerabile del Volto.

Secondo te l’errante, l’essere in cammino, perde la memoria? O, invece, andare è un modo per renderla dinamica, arricchirla, ritornarle il potere che il tempo le ha tolto?

Il tema della memoria è legato a quello dell’erranza, ogni sua forma sperimenta sempre un confronto con l’Altro richiedendo l’esperienza di vuoto, lo spingersi nell’ignoto e la creazione di uno spazio interiore. In questa ottica, quindi, ciò che s’intende solitamente per memoria non è di grande utilità. E poi l’essere-per-vianon si conforma a strutture già date, presupponendo uno svuotamento che rinunci alle mappe predefinite e che prediliga l’abbandono all’accumulo, lo scomparire al visitare, il dimenticare al ricordare.

Quanta spiritualità è racchiusa nel procedere verso una nuova meta? E davvero è possibile riuscire a viverla semplicemente mettendo un passo dietro l’altro fino a giungere alla meta?

La “Wanderung”, visione dell’erranza, considera questa come un vagare senza meta, un viaggio digressivo ma non per questo vuoto. La meta, in questo caso, è rappresentata dall’opportunità di rinnovamento, dalla riscoperta della propria identità attraverso il confronto con l’Altro. In questa prospettiva si riconoscono gli sviluppi spirituali. Non sfugge, a riguardo, l’insegnamento del monaco buddista Thich Nhat Hanh nel proporre la Meditazione Camminata. Egli invita a procedere lentamente con il cuore aperto all’esperienza della pace, senza alcuna fretta, perché, ammette, non si sta andando da nessuna parte: “ la meta è ogni passo”.

La parola erranza ha anche il significato di trovarsi in errore , in dubbio, in confusione. Ma non sono tutti stati della mente e del corpo di chi vagabonda?

Ogni cammino prevede un margine di rischio e in una prospettiva pedagogica (dell’erranza), il limite, l’errore e il perdersi, sono considerati elementi fecondi di cambiamento. Quindi, in questa luce, errore e verità, perdizione e riscatto non sono elementi contraddittori e inconciliabili ma facce di un’unica realtà. Accettare di sbagliare senza ritenere di essere “sbagliati” è una grande consapevolezza per la crescita esistenziale. Sentirsi “estranei “ e “fuori luogo” rientra nell’esperienza dell’erranza e incoraggia la ricerca di un sé autentico. L’esperienza del perdersi bussa forte alla porta dell’esigenza di orientarsi.

Infine quali sorprese ti ha riservato questo Festival? Quanto ne sei stato sorpreso e quanto ti hanno portato ad una crescita?

Mi meraviglia come il festival in pochi anni abbia scelto un proprio cammino e abbia posto gli stessi organizzatori nella posizione di riconoscere in itinere i suoi cambiamenti. Sono meravigliato (e contento) che il festival sia riconoscibile a livello nazionale benché giovane, piccolo e dislocato nel sud dell’Italia. Certo, lavoriamo con onestà intellettuale in una cornice di semplicità e di forza ma c’è ancora qualcosa che sfugge, che ci precede, mantenendoci in uno stato di transizione, d’immutata riflessione.  Chissà, dipenderà proprio dalla potenza estraniante e creatrice dell’Erranza.

Isabella Moroni

Isabella Moroni

Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.

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