#scattiemigranti 1. Partita senza fine di William Nessuno sulla foto di Franz Giustincich

È nato da un’idea della scrittrice (e nostra collaboratrice) Cetta De Luca, il contest fotografico dedicato alle migrazioni. #scattiemigranti il titolo, il web la piazza su cui raccogliere le proposte. Libere le modalità di proposta: potevano essere foto antiche di migrazioni lontane nei secoli, oppure attuali di cui abbiamo sempre meno orrore, o anche quelle che compiono gli italiani per trovare spazi migliori in altre nazioni. La pubblicazione su art a part of cult(ure) il “premio”.
Ne sono arrivate molte; una giuria formata dai fotografi Claudio Drago, Gianrigo Marletta e Carlotta Valente, dalla ideatrice Cetta De Luca e dalla giornalista Isabella Moroni ne ha scelte sette.
Ma il gioco del concorso non finiva qui. Le sette fotografie vincitrici sono poi state “affidate” a scrittori e poeti che, ispirandosi all’immagine, hanno scritto una storia, una poesia, una lettera, un testo…

Questa fotografia di Franz Giustincich dal titolo Aprile 2006 – Bangladesi giocano a cricket al parco degli Acquedotti è stata affidata a William Nessuno (Giuseppe Iannicelli) che ha scritto un racconto intitolato Partita senza fine.

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PARTITA SENZA FINE

1- Wicket Keeper

Devo stare sempre attento.
Devo tenere d’occhio la palla, devo tenere d’occhio mio fratello che potrebbe sbagliare la battuta.
Non è che sbagli spesso, eh.
Per esempio questa volta ce l’ha fatta. L’ha colpita, l’ha mandata lontano.
Non so come abbia fatto perché la palla è vecchia, allora viaggia storta, è più difficile colpirla. Mandarla lontano è difficile: quasi impossibile.
Corri fratello, corri adesso.
Nel caso non fosse riuscito, avrei dovuto rimediare. Cercare di fermare il lancio. Stare attento a non far cadere i wickets.
Al negozio devo stare sempre attento perché i ladruncoli vengono.
Mio fratello a volte si distrae, o forse lascia rubacchiare quelli che sa hanno più bisogno.
Un’arancia. Una banana.
Però si accorge sempre quando stanno per rubare una bottiglietta di birra. Quello proprio non lo ammette. La birra non serve a niente, a dice. Non muori senza birra, dice.
Io di solito intervengo per fermare i ladruncoli ma mi fermo se mio fratello mi fissa negli occhi e mi dice di no con lo sguardo.
Non approvo. Guadagniamo già così poco…

2- Battitore

L’ho fatto soprattutto per mio fratello.
Sì, dico questa cosa della squadra con tanto di divisa… Divisa che, insomma, indossiamo in modo simbolico, spesso non completo. Con scarpe sbagliate. Non certo scarpe da sport, tantomeno di marca. La divisa è costata, ma era indispensabile. Un po’ di psicologia che ho studiato anni fa me la ricordo ancora, eh.
Ma mio fratello sente e sentiva molto questa cosa dell’identità, di sapere che appartiene al Paese del Bengala ma l’ha visto solo da bambino.
Soffriva questo trovarsi in un paese straniero dove spesso non veniamo accettati anche se facciamo di tutto, sorridiamo a tutti, e, se ti viene voglia di cipolle a mezzanotte meno un quarto, scendi sotto casa e noi te le vendiamo…
Insomma c’era bisogno di un’affermazione di identità, di qualcosa che permettesse a lui e ad altri come lui di essere orgogliosi delle proprie origini.
Non siamo forse una comunità qui, in questa nazione? Certo che lo siamo.
Allora. Cricket.
Qualcuno potrebbe obiettare che il cricket è un retaggio coloniale. Britannico.
Ma: la nostra Squadra Nazionale non partecipa forse alla Coppa del Mondo? Non giochiamo forse da bambini nei campi di casa nostra, in Bangladesh, spelacchiati come questo o forse pure peggio?
Ho corso come un disperato, non so nemmeno quanti punti ho fatto. Poi lo capirò.
Adesso ho il respiro cortissimo.
Mio fratello mi incitava. Un po’ mi dispiace perché non gli ho lasciato nemmeno stavolta dimostrare quanto è bravo nel suo ruolo. I suoi guantoni non sono serviti.
Un po’ come quando al negozio non gli lascio fare il suo lavoro di bravo guardiano delle merci e pizzicare qualche innocuo ladruncolo affamato.
Ma lui è contento lo stesso perché stiamo vincendo.
E quel lanciatore straniero che viene a giocare ogni tanto, mio fratello lo sa, è davvero forte.

3- Spettatore Solitario

Questi so’ matti.
Che me pare pure ce possa sta’ qualcosa de illegale a giocà qua in mezzo a ‘ste rovine preziose storiche che sicuramente qualche superintendenza potrebbe avecce qualcosa da di’. Ma nun dicono. Ma ‘ntanto chi controlla? Ce sta qualcuno che controlla? No. Questi fanno i comodi loro, come sempre. De giorno, de notte… Altro che archeologhi. Altro che antichi romani. Altro che caput mondi.
Questi giocheno a un gioco che manco se capisce. Co’ ‘ste mazze…
Corono, corono… Ma ‘ndo cori!
Che poi un mio vicino de casa che c’ha Uichipedia m’ha pure detto che questi oltre che scuretti potrebbero esse pure mussurmani. Ai voja! Je lassamo fa’ tutto a questi.
Che poi magari prima o poi ce mettono ‘na bomba!
C’ho semo meritato.

4- Lanciatore (Sujet Absent)

Non è stato proprio facilissimo, eh!
M’è andata bene perché alle volte non ci sono abbastanza giocatori. Allora un lanciatore in più serve pure a loro. Certo, mi son dovuto adeguare a giocare con scarpacce inadatte che mi fanno pure male, ma ne vale la pena. Altrimenti avrebbero potuto accorgersene. Dovevo essere simile a loro. Uno che gioca per passatempo. Imbucarsi in una delle due squadre, quella praticamente senza divisa, è stata la parte difficile. Gioco praticamente  in un team misto, ci giocano parecchi indiani e gente di qualche altra nazionalità che nemmeno so. Gli altri, quelli con la divisa, invece sono tutti del Bangladesh.
Non capisco quasi niente di quello che dicono, a volte non si capiscono nemmeno tra di loro: per fortuna alcune parole fondamentali del gioco sono inglesi e internazionali.
Praticando questo sport a un certo livello e sapendolo tutti, una volta un’amica, Giada, mi ha raccontato con tono sarcastico e divertito, con quella sua voce un po’ petulante ma alla fine simpatica che, “non lo sai Attilio? Ci sono dei bengalesi che giocano ogni domenica in mezzo ai ruderi! Che storia, eh?“.
Allora sono andato a vedere. E sono rimasto stupito. Ci sono giocatori dilettantissimi, eh, per carità.
Ma poi… Ci sono quelli che questo sport ce l’hanno nel sangue. Potrebbe sembrare un’affermazione un po’ razzista, ma non intendevo quello, è solo un modo di dire.
Se giochi a cricket fin da piccolissimo, se il cricket è il tuo sport, se magari poi hai pure giocato in qualche squadra al college o semplicemente a scuola… C’è rischio che sei bravo. Molto bravo.
Come quel battitore che mi ha intercettato il lancio. Una spin bowling action coi controfiocchi e con una palla già bella consumata e inaffidabile di suo.
Eppure. Lui l’ha colpita. E l’ha pure spedita lontano. Non so quanti punti sia riuscito a fare.
C’è molto da imparare, su questo campo improvvisato, anche se giochi ad alto livello in una squadra italiana.
Poi magari hanno le scarpacce e il wicket senza bails.
Ma c’è molto da imparare.
Spesso moltissimo.

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E’ un magazine nato con l’intento di trattare in maniera agile e approfondita, di promuovere, diffondere, valorizzare le arti visive e più in generale la cultura della contemporaneità nelle sue molteplici manifestazioni

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