Monte Inferno da AlbumArte. Indagine su discarica, territorio e sulle conseguenze. Con spiragli di Bellezza

Sarebbe sufficiente descrivere semplicemente il materiale che è esposto, fino al 30 settembre nelle ex scuderie di Villa Poniatowsky ora vissute dalla no profit AlbumArte, per avere la misura, la profondità, la complessità, lo spessore del progetto di Patrizia Santangeli e Gabriele Rossi. Regista di documentari la prima, fotografo il secondo, Monte Inferno, così si intitola il progetto nato nel 2013 come ricerca documentaristica e fotografica, dopo tre anni è diventato tante altre cose, tra cui anche la mostra allestita nello spazio romano. Perché Monte Inferno, è un progetto collettivo, cui hanno preso parte, oltre a Patrizia Santangeli e Gabriele Rossi, anche Massimo Calabro, illustratore e graphic designer, Bonifacio Pontonio, graphic designer, Roberto Fanfarillo, graphic designer, Giancarlo Bovina, geologo (e proprio per la peculiarità di essere un progetto corale è pressoché d’obbligo elencarli tutti i protagonisti), anche perché fondamentale è stata la collaborazione dei cittadini i quali hanno messo a disposizione i materiali che negli anni avevano accumulato, e anche i loro ricordi, i loro racconti, le loro storie, la loro intimità.

Monte Inferno è quindi un’indagine, “un progetto sull’indifferenza, sull’abbandono, sia umano, nel senso di persone che hanno lasciato questo luogo, sia paesaggistico, è un progetto sulle conseguenze”, come detto dalla stessa Patrizia Santangeli. Tuttavia Monte Inferno, a cercarlo sulle carte geografiche non lo si trova, però, sul posto, il Monte esiste, ed è da anni davanti agli occhi degli abitanti della località di Borgo Montello. Un Monte che ha sconvolto l’orizzonte del paesaggio del Borgo, che ha cambiato le abitudini degli abitanti, che ha scombinato il microclima del luogo. Proprio perché sulle carte geografiche ufficiali non esiste, una mappa di Monte Inferno è stata autoprodotta, con il prezioso supporto del geologo, per tracciare le coordinate del Monte, della zona, di quello che c’era e di quello che non c’è più, piuttosto una mappa della memoria, dei ricordi, affinché non cadano definitivamente nell’oblio. Perché Monte Inferno ha infatti cancellato tanto di quello che era questa terra, non solo sotto il profilo ambientale e naturalistico, ma anche sociale.

Monte Inferno non esiste neanche nella toponomastica, perché è un nome dato dagli abitanti a quel monte che lentamente hanno visto crescere davanti ai loro occhi. È in tutto e per tutto un Monte, compresa la vegetazione che ha preso a nascere sopra, ma Inferno perché da lì e a causa di, si è generato l’Inferno. Quello individuale di ogni abitante, quello collettivo della comunità, quello ambientale del territorio. Perché Monte Inferno è una discarica di rifiuti, una discarica non controllata a cielo aperto, è un monte che si è andato lentamente formando per la sovrapposizione dello scarico dei rifiuti. Una discarica realizzata a partire dagli anni Settanta del secolo scorso senza i necessari criteri, come l’impermeabilizzazione del terreno con la relativa canalizzazione del percolato, lo sversamento indiscriminato dei rifiuti (molti dei quali certamente tossici) conferiti tal quali, senza controllo, senza differenziazione e senza un pre-trattamento. E proprio l’infiltrazione del percolato nel terreno e nelle falde acquifere sottostanti hanno determinato un inquinamento dell’area, compreso il vicino fiume Astura. Ciò ha comportato tutte le relative conseguenze a catena. Fino alla perdita di identità del borgo e al depauperamento ambientale. Ma tutto questo lo ri-costruisce la nostra immaginazione, perché nei materiali esposti non si vede né un sacchetto di rifiuti, né alcun tipo di rifiuto. Non si vede il degrado. Lo si intuisce. È questo ciò che maggiormente colpisce: gli abitanti, attraverso i loro disegni, le loro istantanee, i loro video, non hanno mai testimoniato la bruttura, ma, come persi nella bellezza dei loro ricordi, hanno cristallizzato quello che avrebbe potuto esserci e che invece non c’è più. Ma non è un’assenza, bensì una nostalgia, una costante sofferenza nel vedere la loro terra maltrattata, nell’impotenza di fermarne la distruzione.

Colpisce che, seppure sia materiale realizzato più per personale archivio di ogni singolo abitante, ognuno ha espresso una certa forma di artisticità nella formalizzazione privata di questa impotenza, sofferenza, inesorabile distruzione. Ecco allora il video, quasi ossessivo, di Carla che per anni e in più momenti della giornata, riprende il volo dei gabbiani sopra al Monte. O le cinquantatré polaroid selezionate tra le centinaia scattate da Antonio nel corso degli anni. O il racconto di Carlo che si inframmezza alle voci dei giornalisti che danno la notizia della morte del parroco Don Cesare Boschin, nel video a immagine fissa di Nessun Colpevole di Bonifacio Pontonio, morte archiviata quattro mesi dopo l’omicidio e tutt’ora irrisolto, seppure gli abitanti delle idee se le sono fatte, se non altro perché il parroco aveva denunciato lo sversamento illegale dei rifiuti ed è stato trovato morto “incaprettato”, ça va sans dire. Ma ci sono anche Antonio, che vive a 3.000m da Monte Inferno, Claudio a 2.700m, Nanda a 600m (che ha trasformato le sue serre prima destinate alla coltivazione di ortaggi e verdure, alla coltivazione di fiori), Sergio a 600 m, Donatella a 50m, Margherita a 50m, Carla a 10m. E poi ci sono le foto di Gabriele Rossi, di medio e grande formato, a colori e in bianco e nero, che raccontano il bosco, una fattoria, alcuni abitanti, gli animali che abitano queste terre.

Persone che vedono la bellezza ma che si sentono defraudate della propria casa, costruita con sacrifici e che adesso non ha alcun valore perciò non la possono abbandonare, per mancanza di un supporto economico. Una mostra che deve spingerci a riflettere e a pretendere. A riflettere sull’importanza di una corretta gestione dei rifiuti che, nella corrotta amministrazione provoca la distruzione del nostro territorio e il sorgere di gravi malattie. A riflettere che la responsabilità dei nostri rifiuti non cessa dal conferimento del nostro sacchetto all’interno del cassonetto, anzi, al contrario, è proprio da quel momento che inizia la nostra responsabilità. Pretendere che i rifiuti siano gestiti nel migliore dei modi a tutela dell’ambiente e della nostra salute. Perché l’indifferenza della politica è pagata dalla nostra pelle.

Ma nonostante tutto questo, gli abitanti di Monte Inferno, vedono ancora la bellezza del loro territorio. Perché, come nella scritta di Patrizia Santangeli allestita su due pannelli rossi con caratteri bianchi nella parete di fronte a quella d’ingresso, “tra il bene e il male/esiste un’intercapedine/fatta di una materia/vaga e sconfinata/che a volte coincide/con il sogno”.

Info mostra

  • Monte Inferno. Un progetto di Patrizia Santangeli e Gabriele Rossi
  • a cura di Chiara Cavallo
  • fino al 30 settembre 2016
  • AlbumArte – via Flaminia 122 – Roma
  • fino al 30 settembre 2016
  • orari: dal lunedì al venerdì dalle 15.00 alle 19.00
  • ingresso libero
  • info: t. +39 06 3243882 – info@albumarte.org
  • www.albumarte.org
Daniela Trincia

Daniela Trincia

Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cul(ture)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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