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Giochi di mano di Manuela Lunati. Mostrare la violenza senza dirla.

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Una delle distinzioni più ostiche che ricordo di aver affrontato nel corso dei miei studi di filosofia è quella tra “dire” e “mostrare”. Nello stesso fenomeno linguistico possono esistere e coesistere cose che vengono dette e cose che vengono mostrate, e spesso senza alcun rapporto tra loro.

Giochi di mano (Ed. Rai Eri), il romanzo di Manuela Lunati non dice cos’è la violenza, ma lo mostra. Non spiega nulla, racconta; non fornisce un apparato di spiegazioni, ma costruisce una storia di emozioni. Il risultato è  mostrare come viene lentamente costruito un immaginario simbolico – non nel senso di “non materiale”, ma nel senso di “pieno di significato” – né psicologico né patologico, verso la violenza.

C’è una grande necessità di queste narrazioni non saggistiche e non solo perché è molto complesso seguire un ragionamento di scienze umane applicato al tema della violenza di genere. La narrazione può fornire molto più generosamente di un saggio tutta una serie di strumenti che il lettore può riportare alla socialità che ha intorno.

Non si deve credere a un facile meccanismo empatico, bensì al più complesso rapporto tra esperienza e comprensione. Troppo spesso si giudica la prima come qualcosa di personale e poco generalizzabile, e invece alla seconda come quella “essenza” dei fenomeni che ci permette di comunicarne il significato. Al contrario, sono proprio i romanzi a dimostrarci ormai da secoli che è la comprensione a essere molto meno comunicabile dell’esperienza, la quale assume un valore simbolico che nessuna spiegazione scientifica dei fenomeni potrà mai avere.

Manuela Lunati non risparmia nulla della storia di questa violenza, in grande equilibrio tra distacco e partecipazione. Il linguaggio rubato e poi liberato, il lento soffocamento di un potere sempre più costrittivo, la sistematica distruzione di una identità sono perfettamente raccontate e mostrate senza il minimo tentativo di trasformare questi elementi in metafore o in insegnamenti – ed è questo il loro pregio. Pur se raccontato col senno di poi, Giochi di mano tocca le corde più intime di ogni rapporto – il corpo e il linguaggio, soprattutto – risultando scritto in un continuo presente che a volte offre una nitidezza insopportabile. Insopportabile ma salutare, perché si tratta di un romanzo, anche se il sapere che questa è solo una costruzione dell’immaginazione non ci toglie nessun piacere né nessuna ansia nel leggerlo e nel vedere poi il mondo con occhi più esperti.

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