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Matteo Montani. La mostra da Sargentini e una conversazione con l’artista

Matteo Montani, L'incontro, 2016, olio su carta abrasiva montata su tela. Foto di Sebastiano Luciano
Matteo Montani, L’incontro, 2016, olio su carta abrasiva montata su tela. Foto di Sebastiano Luciano

Un giovane Matteo Montani inizia a sperimentare l’utilizzo della carta vetrata. Però, solo dopo la personale del 2007 a Roma, alla galleria L’Attico di Fabio Sargentini diventerà il suo supporto principale. Con questa tecnica, in questi anni, ottiene un risultato pregnante ed effetti soffusi. Un fascino quasi romantico per la pittura lo dirige verso il raccontare, con la materia cromatica, un mondo poetico e carico di intensità espressiva, epifanico. Ora la sua tavolozza si rivolge prettamente al blu, ricordiamoci che si è diplomato nel 1997 all’Accademia di Belle Arti di Roma con una tesi sulla funzione espressiva del blu. Il suggerimento iconico delle sue opere allude ad un paesaggio trasfigurato, un paesaggio immaginario che non ha a che fare con la realtà, ma con la fantasia, con l’accentuare un suggerimento visivo, con la propensione alla rielaborazione del dato empirico per una sublimazione.

Nel tempo il linguaggio di Montani si è evoluto, ha allargato la sua tavolozza con successi internazionali.

L’artista è ora in mostra alla galleria L’Attico di Fabio Sargentini con l’esposizione Racconto Rosso.

Cosa si dipana nelle stanze della galleria? Una nuova ricerca caratterizzata dal colore rosso  e da una sensibilità verso un altrove immaginato. Ma com’è nata questa mostra? Sargentini racconta come ad un suo vernissage, Matteo, forte del successo avuto alla  The Elkon Gallery di New York, gli abbia presentato un suo catalogo con nuove opere, chiedendo una seconda personale dopo quella di dieci anni prima. Sargentini ha risposto: “D’accordo, ma devi fare meglio di così”. Ed ha dichiarato di avergli trasmesso un: “Messaggio cifrato: Matteo, lascia stare la bella pittura per il momento e rimettiti a scavare dentro te stesso. E’ questa franchezza, del resto, che lui si aspetta da me e con la quale si confronta nel lavoro.” E durante luglio e agosto il gallerista e l’artista sono stati in continuo contatto e si sono confrontati sul percorso che stava facendo Montani. Sargentini vedeva nelle linee del paesaggio e nelle immagini che l’artista creava, qualcosa che aveva a che fare con il mistero, quasi in un sentore sacrale. Nei nuovi quadri di Montani, forme che si possono associare a guglie e pinnacoli, immaginati e ascendenti, figure mastodontiche che incombono su linee di paesaggio, sono testimonianza di un mondo ulteriore, ricordano presenze intangibili, manifestazioni di organismi animati che non possiamo ancora conoscere, ma in cui possiamo sperare. Quasi un elettrocardiogramma esistenziale che catalizza come un’antenna una realtà impercepibile, un diapason che sintonizza i nostri strumenti percettivi. Un divenire di energie e forze interne ed esterne che si compenetrano nella direzione di una metafisicità calata nel dubbio delle coscienze. Ci confessa lo stesso artista:

“La volontà è quella di trovare un movimento ascensionale che dovrebbe caratterizzare la condizione umana anche se può portare molta sofferenza

E, nel quadro principale della mostra, posizionato nel teatro della galleria, sembra arrivi un’astronave extraterrestre; Montani commenta:

 “Ad un certo punto arrivano queste pennellate dall’alto che sono la grande novità di questo lavoro. Non si capisce se siano consolatorie e se aiuteranno, ma sono sicuramente portatrici di un mistero. Si capisce che fanno parte di un’altra dimensione: il mistero di questa dimensione è ancora da decifrare.”

Matteo Montani, Canto urgente, 2016 ,olio su carta abrasiva montata su tela. Foto di Sebastiano Luciano
Matteo Montani, Canto urgente, 2016 ,olio su carta abrasiva montata su tela. Foto di Sebastiano Luciano

L’artista guarda quindi al cielo, ai suoi astri, ma nella sua pittura vuole creare con essi “un rapporto naif”, come egli stesso ci dice.

In un altro quadro si può scorgere un’ispirazione all’Isola dei morti, celebre opera – in più versioni –  del simbolista Arnold Böcklin. Su questo, Matteo commenta:

“è stata un’ispirazione subliminale, che riconosci a posteriori.”

Infine, ci dichiara:

“Importante nella pittura è la grazia di riuscire a trovare segni che si rinnovano negli anni, anche se la radice è comune, e ci si può riuscire solo lavorando.”

Per concludere un estratto del testo di Marco Tonelli:

“ In dieci dei nostri anni solari Montani dipingendo ha sviluppato effettivamente l’intero spettro delle frequenze: blu, poi bianco, poi oro e adesso rosso, con vari momenti intermedi di interazioni non fondamentali. Ha insomma apparentemente viaggiato nello spazio della sua pittura allontanandosi e questa odissea cromatica assume ora finalmente tutto il fascino di un redshift di tipo mentale e visivo, appunto perché è un prendere sempre più le distanze. Per arrivare dove?”

Info mostra

  • Racconto Rosso. Matteo Montani
  • Testo di Marco Tonelli
  • Fino 20 gennaio 2017
  • L’Attico – Fabio  Sargentini
  • via del Paradiso 41, Roma
  • Orari: dal lunedì al venerdì dalle ore 17 alle ore 20
  • Info: 06/6869846; www.fabiosaregentini.it

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