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Antonio Ligabue e le bestie nel cuore – Mostra al Complesso del Vittoriano

Nei boschi di Gualtieri, accanto alla riva del Po, vaga un uomo che emette strazianti e incomprensibili versi con lo sguardo rivolto verso il cielo.
Lo ritroviamo all’interno di un fatiscente capanno vestito con abiti femminili per avere l’illusione del calore di una donna. Posiziona una tela sul cavalletto per iniziare un autoritratto ma qualcosa lo turba e ha una crisi.
In seguito lo vediamo seduto al tavolo di un osteria dove chiede ad una ragazza, la locandiera Cesarina, di dargli un bacio. “Dam un bès”
Si tratta di Antonio Ligabue nel video Il vero naif di Raffaele Andreassi del 1962, filmato tre anni prima della morte del pittore e trasmesso nel 1977.
Un (in)consapevole performer con quella sua straordinaria e unica fisicità.
Il volto/maschera rituale, i versi allucinati emessi per parlare con gli animali, i colori spalmati sulla faccia, gli atti di autolesionismo che richiamano il lavoro di molti futuri artisti della body art.
La danza arcaica in cui imitava i movimenti e i versi delle belve prima di ritrarli.
Una specie di rito sciamanico. Gesti magici in cui identificarsi con le fiere, acquisire un flusso di energie da rilanciare nella pittura.
Beuys e Ligabue si sarebbero trovati in sintonia.

Toni, così lo chiamavano i suoi amici di Gualtieri, si tormentava la tempia destra per cercare di far uscire gli umori malefici fautori di quei brutti pensieri che lo assillavano.
Si feriva ripetutamente il naso usando una pietra per fargli prendere la forma del rostro dei suoi amati rapaci; pensiamo alle operazioni di Orlan che si fa impiantare delle corna sulla fronte.
Si diceva che amalgamasse i colori con le secrezioni organiche del suo corpo come ritroveremo  negli artisti dell’Azionismo Viennese.

Ma cosa ne sapeva di avanguardia artistica, happening, body art questo ometto gozzuto da tutti considerato niente di più di un malato mentale?
Non aveva di certo avuto un’ istruzione regolare, non frequentava ambienti artistici però era dotato di un’ottima memoria visiva e qualcosa aveva appreso durante la frequentazione dell’atelier di Marino Mazzacurati.
Eppure visceralmente esiste sempre un richiamo, un fil rouge, un malessere storico/sociale che unisce coloro che si confrontano con la sperimentazione artistica prescindendo da stato sociale, razza o erudizione.
Dopo che Ligabue termina nella solitudine e quasi nell’anonimato la sua  martoriata esistenza, la sofferenza dell’artista va in scena.
Mostre importanti, spettacoli teatrali e un famoso sceneggiato televisivo di Salvatore Nocita.

Per la gente di Gualtieri Antonio Laccabue era solo Al Matt o Al tedesch, un essere emarginato che viveva da selvatico.
Rude, diffidente, sporco, soggetto a crisi maniaco-depressive e ad atti di autolesionismo che determineranno i numerosi ricoveri in istituti psichiatrici.
Un uomo segnato dalla sofferenza che ha inizio dall’infanzia a San Gallo, nella Svizzera tedesca, fino alla vita selvaggia nella golena del Po.
Malato, solo, non amato.
Emettendo quei versi cercava un dialogo col mondo animale. “Siamo tutti bestie”
La solitudine, il rifiuto, la mancanza di una compagna di vita, l’impossibilità di inserirsi in un contesto sociale.

La pittura è sempre stata la sua unica via di fuga.
Quell’atto in cui placare e sublimare il suo malessere esistenziale.
L’azione con cui cercare d’imporre il suo essere al mondo affermando la sua presenza non accettata.
Il paesaggio, la vita dei contadini, qualche sporadico ritratto ma ad attrarlo più di tutto è la rappresentazione degli animali osservati e studiati al Museo Zoologico di Reggio Emilia, nei circhi di passaggio, oppure semplicemente in campagna o nei boschi.
Con l’animale riesce ad avere una relazione perché non si sente giudicato.
Ne conosce bene l’anatomia. In pochi e rapidi gesti riesce a plasmarli magnificamente nell’argilla.

La tigre, il leone, la pantera, l’aquila, la vedova nera, il boa.
Ama cogliere l’attimo, l’agguato, in cui il predatore cattura la preda identificandosi nell’animale che aggredisce per esprimere quell’impeto di rivalsa nei confronti delle ingiustizie subite.

Il coniglio, l’antilope, la mosca intrappolata nella tela del ragno.
Allo stesso tempo si sente vittima; l’animale braccato che lotta per la sopravvivenza ma alla fine viene sconfitto.
Un artista viscerale, puro, in lotta per trovare quel riscatto sociale mai completamente raggiunto, nemmeno dopo il raggiungimento del successo.

Dall’11 novembre 2016 al 8 gennaio 2017 le sale del Complesso del Vittoriano – Ala Brasini di Roma accolgono la mostra Antonio Ligabue (1899-1965) a cura di Sandro Parmiggiani direttore della Fondazione Museo Antonio Ligabue di Gualtieri, e da Sergio Negri, presidente del comitato scientifico.
La mostra si divide in tre sezioni che  corrispondono  ai  tre  periodi  in  cui  è  suddivisa  la sua produzione artistica.
Il percorso espositivo intende far conoscere i diversi esiti dell’opera di Ligabue nel corso della sua lunga attività, dagli anni Venti fino al 1962 l’anno in cui l’artista fu colpito da paresi al braccio a cui seguì una forte crisi depressiva fino alla morte nel 1965 all’ospedale di Gualtieri.
Una panoramica storico-critica che ripercorre la travagliata esistenza di Ligabue.
L’evidente connubio tra naturalismo, espressionismo e visionarismo.
L’invenzione di una giungla padana dai colori infuocati con grandi predatori esotici a fauci spalancate.
La memoria impressa nei molti paesaggi che ricordano la sua infanzia in Svizzera con le diligenze del Postale in atmosfere onirico-fiabesche.
Il Ligabue scultore: Leonessa (1952-1962) o Lupo Siberiano (1936) in cui possiamo ammirare l’abilità plastica e la competenza anatomica.
I disegni tra i quali: Mammuth (1952-1962), Sulki (1952-1962), Autoritratto con berretto da fantino (1962) caratterizzati dalla potenza e padronanza del tratto grafico.
I celebri autoritratti. Ligabue ha prodotto nella sua vita circa 900 opere di cui 180 sono autoritratti.
Ci sono quelli in cui compare più curato, volendosi dare un tono da artista borghese  e quelli dove compare più abbrutito, in disfacimento, con le ferite sulla tempia e sul naso.

L’ultima opera dipinta da Ligabue è proprio un autoritratto Autoritratto con maglione blu del 1962.
Dal 1940 ritrae il suo volto ossessivamente nella sua impietosa evoluzione come per dire “Guardatemi!” questo volto non è piacevole, la mia testa è bitorzoluta, ho il gozzo, ho il naso sfregiato ma anch’io esisto.

“Un bès… Dam un bès, uno solo! Che un giorno diventerà tutto splendido. Per me e per voi” (A. Ligabue)

Info mostra

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