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Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Josh Kline, Harun Farocki, Ed Atkins, tre mostre per riflettere.

Il rigido clima torinese riecheggia nelle mostre presenti alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo in cui sono sviluppate su problematiche odierne. Nell’architettura contemporanea dell’istituzione sabauda tre differenti artisti contemporanei si confrontano ponendo al centro del loro lavoro urgenti tematiche dando origine ad un ambientazione fredda ma meditativa.

Nella prima sala vengo accolta da un enorme schermo dove il sarcasmo nero di Ed Atkins fa capolino con l’opera Safe Conduct (2016), visibile fino al 29 gennaio 2017. Il giovane artista inglese, nato ad Oxford nel 1982, presenta un installazione video a tre canali le cui immagini, elaborate attraverso tecniche digitali iperrealistiche, riproducono un pietoso check-in, routine cui ogni passeggero è obbligato ad effettuare per potersi imbarcare. Un agghiacciante visione dove il monotono svuotamento delle nostre tasche è equiparato alla rimozione del nostro cervello a favore di un’illusoria sicurezza. Obiettivo ultimo del britannico è, infatti, evidenziare il modo in cui i linguaggi contemporanei convogliano e restituiscono le esperienze sensoriali di forte impatto emotivo. Nata per agevolare e rasserenare la nostra vita, la tecnologia ha, tuttavia, incentivato l’omologazione dell’individuo favorendo uno status di disagio, di negativi stati d’animo e di stress. A fronte di ciò, l’artista ci suggerisce una possibile via di uscita per recuperare la smarrita soggettività attraverso la messa in scena di una narrazione-beffa che ci schernisce grazie a quel sentimentalismo isterico che pervade le vite disperate dei suoi surrogati. Il protagonista, appunto, è dominato da quello stato di ansia che caratterizza la nostra epoca, dominata da paure e vulnerabilità, in cui la tecnologia dovrebbe garantire l’incolumità e la sicurezza dell’umanità arrivando, ciò nonostante, a prevaricare sulla privacy. Il tutto scandito da un crescendo musicale sulle note del Bolero di Ravel.

Il video citato è solo una parte della personale di Ed Atkins che continua presso il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea di Torino.

Nausea, senso di repulsione e oppressione sono, invece, i sentimenti che suscita in me Unemployment, la prima personale in Italia dello statunitense Josh Kline, visibile nella seconda sala della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo fino al 12 febbraio 2017.

Kline, classe 1979, è solito esplorare le trasformazioni politiche e sociali contemporanee attraverso installazioni, video e sculture col fine di offrire allo spettatore uno sguardo critico sull’influsso che la tecnologia e la “new economy” hanno sulla vita quotidiana di ogni individuo del XX secolo, portando al collasso le certezze cui il progresso ci ha abituato. Un invito a riflettere su ciò che concretamente accade nella società occidentale, dove sono minacciati la privacy, la libertà di espressione e lo status economico di ogni cittadino medio. Unemployment è solo il capitolo più recente di un ciclo di mostre realizzate dall’artista per porre attenzione su tematiche politiche, economiche e culturali emergenti.

La sua precedente esposizione, Freedom (2015-6), era incentrata sulle potenzialità offerte da azioni e discorsi politici recenti – come il discorso inaugurale del 2009 del Presidente Obama in cui egli auspicava cambiamenti che, tuttavia, sono rimasti vani – e sul destino della democrazia nella società odierna in cui i beni comuni sono stati privatizzati.

In questa mostra Kline, invece, si propone di osservare ed azzardare previsioni circa un possibile futuro, frutto delle attuali e impellenti questioni socio-economiche.

Unemployment , infatti, riproduce gli scenari di un ipotetico mondo ambientato nel 2030. Davanti agli occhi del fruitore si dischiude un’inquietante visione generata dagli effetti negativi prodotti dalla crisi economica del 2008, la quale, distruggendo la classe media e privandola del lavoro, ha comportato seri danni sia di ordine economico, sociale, personale sia a livello professionale e specialistico. Secondo lo statunitense il ceto borghese, disoccupato e impoverito, farà la fine degli stessi rifiuti che vengono smaltiti ovvero diverrà lo scarto della società avvenire. Uomini e donne in posizione fetale e incellofanati abbandonati agli angoli della strada e paragonati agli imballaggi in plastica non più utilizzabili riposti nei carrelli dei supermarket: uno scenario che convoglia la mente dell’osservatore a meditare sul presente e sull’avvenire. Ulteriore rimando all’accantonamento di questa fetta della collettività occidentale è ribadito nella sala adiacente, dove le vite di tale stato sociale sono racchiuse, più precisamente inscatolate, in sfere di vetro trasparente appese al soffitto: simbolo degli individui borghesi sospesi nell’oblio. Una cinica e spietata osservazione sugli effetti che l’Unemployment (in inglese ‘disoccupazione’) e la relativa automazione delle attività produttive e dei servizi potrebbe provocare se non si attueranno manovre politiche in grado rilanciare l’economia occidentale a favore della classe media. Una raccapricciante rappresentazione che stride con la resa esteticamente affascinante della messa in scena, dove l’impiego di medium espressivi innovativi – come le sculture umanoidi realizzate con la tecnica 3D e i video prodotti in 4D – non sono altro che la tangibile esemplificazione di quei processi di digitalizzazione incriminati come responsabili dell’annientamento del ceto borghese. Conclude l’esposizione il video Time of Live, realizzato attraverso la tecnica delle pubblicità progresso, in cui lo slogan Time of Live riecheggia costantemente per spronare la gente comune che quotidianamente utilizza la tecnologia, che ne è la protagonista, ad aprire gli occhi di fronte al catastrofico ed apocalittico futuro narrato dall’artista.

Harun Farocki, ph. Daniele Bottallo
Harun Farocki, ph. Daniele Bottallo

Di altro avviso è l’altra mostra presente nella terza stanza della Fondazione torinese ovvero l’opera Parallel I-IV di Harun Farocki, una delle acquisizioni più recenti della Collezione Sandretto Re Rebaudengo.

Parallel I-IV è l’ultimo lavoro realizzato, tra il 2012 ed il 2014, dall’artista tedesco di origine cecoslovacca.

Filmakers, curatore e scrittore, Farocki (1944 – 2014) è riconosciuto come tra i più innovativi e influenti artisti e documentaristi del panorama mondiale. Come regista si è sempre interessato a produrre film in cui fosse applicata la prassi di un cinema teorico e politico. Utilizzando il mezzo cinematografico egli ha posto al centro della sua modalità espressiva un indagine basata sull’analisi critica delle immagini dell’esistenza quotidiana e, contemporaneamente, uno studio dei meccanismi del lavoro contemporaneo , come forma ideologica e artificiale.

In Parallel I-IV, ultima sua opera video, ritorna quest’attenzione ai rapporti esistenti tra l’individuo, società, politica e immagini in movimento, sulle forze che ci formano e che ci condizionano, e, infine, sulla violenza che ci circonda. Questa videoinstallazione, scorporata in quattro canali, riflette, in particolare, sull’influsso che i videogame hanno avuto sul cinema attraverso l’impiego delle metodologie su cui s’impernia la loro realizzazione e sulle regole che determinano le animazioni computerizzate.

La narrazione inizia con Parallel I: un video su due schermi sincronizzati che mette a confronto la ripresa di banali fenomeni naturali – come il vento che soffia sull’erba o il movimento delle onde del mare – con la loro trasposizione a livello grafico, prodotto utilizzando algoritmi matematici. In Parallel II, invece, s’incentra sulla straniante separazione esistente tra mondo-reale e mondo-finzione, in cui l’alternanza tra le due realtà finisce con la prevaricazione della seconda sulla prima; mentre in Parallel III lo spettatore si trova catapultato in un azione di guerra dove intelligenze artificiali sono condannate a compiere all’infinito gesti violenti, ripetitivi e meccanici. Infine, l’ultimo video (Parallel IV) è abitato da un protagonista solitario programmato a compiere una limitata serie di interazioni con altri personaggi, i quali spesso lo ignorano. Osservando integralmente l’opera è possibile cogliere come il regista ha voluto evidenziare il malessere dominante nella società contemporanea: la solitudine dell’individuo. Un disagio che l’artista prova a esorcizzare ma che risulta vanificato dalle regole astratte del gioco poiché la libertà di azione dell’individuo è molto limitata sia nella realtà sia nei videogiochi. Inoltre, il lavoro appena descritto produce una serie di riflessioni etiche e sociologiche sui limiti e sui comportamenti presenti nell’odierna umanità: l’impiego di questa specifica tecnologia agisce come una sorta di specchio deformante della collettività mettendoci, tuttavia, a conoscenza di molteplici informazioni. Farocki ricostruisce una storia creando un evoluzione ideale dell’estetica dei videogiochi: dall’iconografia basilare improntata su astrazioni elementari dei primi anni Ottanta, ad un figurazione iperrealistica dove immagini e movimenti naturali sono accuratamente riprodotti.

Info mostre

JOSH KLINE. Unemployment
HARUN FAROCKI. Parallel I-IV

  • fino al 12 febbraio 2017
  • Fondazione Sandretto Re Rebaudengo
  • via Mondane, 16 – 10141 – Torino
  • ingresso a pagamento: intero €5 – ridotto €3
  • orario: giovedì 20:00-23:00 (ingresso gratuito); venerdì – sabato – domenica 12:00-19:00
  • info: tel. +39 011.3797600
  • http:// www.fsrr.org | info@fsrr.org

ED ATKINS

  • a cura di Carolyn Christov-Bakargiev e Irene Calderoni
  • fino al 29 gennaio 2017
  • Fondazione Sandretto Re Rebaudengo
  • via Mondane, 16 – 10141 – Torino
  • ingresso a pagamento: intero €5 – ridotto €3
  • orario: giovedì 20:00-23:00 (ingresso gratuito); venerdì – sabato – domenica 12:00-19:00
  • info: tel. +39 011.3797600
  • http:// www.fsrr.org | info@fsrr.org

Ufficio Stampa

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