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A cosa serve Basquiat. Per un’apologia accorata e poco pretenziosa dell’Arte Contemporanea

 Quando, nella seconda metà del secolo scorso, la sociologia accettò di gettare il suo sguardo indulgente verso la platea ormai consolidata che puntualmente riempiva le sale buie dei cinema, elaborò tutta una serie di etichette per catalogare i tipi umani che, per un motivo o per l’altro, accettavano di buon grado di passare la domenica pomeriggio in file ordinate per godersi due ore scarse di proiezione.

E allora ecco lo spettatore esuberante, che a cavallo della sua immaginazione sfonda le barriere della sua esperienza e si getta a capofitto nella storia, ecco l’occhietto strizzato dello spettatore complice, ed ecco infine lui, il sempre indispettito, sempre impettito, scaltrissimo e intangibile, in assoluto il mio preferito: lo spettatore reticente. Quello che tanto a lui non lo fregano, quello che davvero c’è gente che spende soldi per vedere questa baggianata?

Ora, inutile specificare che la categoria dei reticenti e dei no-a-priori si estende ben oltre il perimetro angusto delle sale cinematografiche: sono quelli sempre attenti a non farsi fregare, sempre un passo avanti, sempre in difesa. Quelli che scuotono la testa alla fine delle conferenze e di gran lunga i più agguerriti in fila alle poste. Se non ne avete incontrati mai la situazione è chiara: o vivete in un posto meraviglioso o lo siete voi stessi o comunque, sicuramente, non studiate Arte Contemporanea. Sicuramente, non avete mai provato a spiegare a qualcuno la poesia silenziosa e mistica e terrificante che emana da un quadro di Malevič, o la rivoluzione copernicana che si cela dietro il taglio netto di una tela. Che se lo sguardo vacuo con annessa boccuccia semidischiusa dell’interlocutore non risparmia nemmeno le orazioni dei colleghi fisici, chimici o filosofi sfido chiunque di loro al duello sistematico e prometeico con il sempre sacro ma questo lo so fare anche io.

Come si può facilmente immaginare, una volta superata la fase adolescenziale dell’allora perché non lo hai fatto, idiota?, la vita da questa parte della barricata è piuttosto complessa: richiede impegno costante, continuo studio e aggiornamento, notevole prontezza nella risposta e un vocabolario estesissimo e pieno di parole desuete e poco spendibili, nonché una certa accuratezza nel vestire e nel comportarsi per dare sempre l’impressione di essere giunti – in via del tutto eccezionale – da un altro pianeta. Bisogna, in una parola, essere convinti. E io – credetemi – lo sono.

Ed è con la mia convinzione e un meraviglioso completo vintage acquistato al mercato dell’usato che ho visitato la mostra che quest’anno il MUDEC_Museo delle Culture di Milano dedica (dal 28/10 al 26/2) a Jean-Michel Basquiat.

Il MUDEC: il Museo Delle Culture di Milano, museo storico – etnologico – antropologico costantemente aperto all’Arte (in particolar modo quella contemporanea) che sorge nel bel mezzo di una ex zona industriale in via di riqualificazione.

Jean- Michel Basquiat: il mostro bambino, eroe splendido e insieme fallito della rivincita nera nella New York anni ’80, artista irriducibile a un qualsiasi binario che è riuscito a lasciare il segno delle sue unghie e dei suoi denti sulla copertina patinata e bianca dell’arte, prima di soccombere – a soli ventisette anni – sotto il peso dell’alcool, della droga e di chissà che altro ancora.

I presupposti, come si capisce, erano dei migliori. E anche l’allestimento non deludeva le aspettative: negli spazi enormi e come sospesi del MUDEC trovano posto novanta opere dell’artista: dalle ante delle finestre su cui appena diciassettenne scriveva poesie e si firmava SAMO (same old shit) fino alle tele realizzate in collaborazione con Andy Warhol passando per i disegni, le ceramiche, le opere polimateriche e via discorrendo. Tutto corredato di spiegazioni semplici ma esaustive e perfino una video intervista. Un lavoro davvero ben fatto come a Milano – sia lode a chi di dovere – non è così difficile trovarne.

Attraverso il percorso espositivo con in mano il mio dépliant e il biglietto già strappato.  Nelle sale un silenzio semisacrale e le opere, sulle pareti grigie, sembrano spettri africani emersi dalle tenebre di un rito voodoo. Oltre agli addetti al controllo, siamo in cinque: un ragazzo parecchio androgino con pellicciotto bianco, una ragazza bionda slavata riga in mezzo gonna al polpaccio, una coppia con coordinato dilatatore – giacca oversize – berretto di lana stile marinaio di un film di Wes Anderson. E poi ovviamente io, che al confronto sembro uscita dalla foto della cresima.

Basquiat è un bombardamento di colori, di forme, di movimenti, di parole che non mi sono chiare o che forse non vogliono dire niente e solamente stanno lì, come poteva starci una pennellata o un triangolo. Nella girandola di stimoli mi trovo sbalzata lontano, molto lontano dal mio corpo e vedo la scena da fuori, dal punto di vista dei quadri: ci vedo muovere in silenzio, mandare un messaggio, annotare qualcosa, a volte qualcuno si abbassa e guarda le opere da sotto in su.

E lì nulla posso più contro la disillusione: tela bicroma con scritta fifty nine cent che senso ha? Cosa mi sta dicendo? Macchina rossa stilizzata su fondo nero Siamo qui per posa o per amore? Omino su grossa bicicletta E se amore, amore per cosa?

Basquiat era un ragazzo povero più volte scappato di casa, più volte espulso da scuola, che si comprava la droga e scriveva sui muri. Poi a un certo punto la cultura di strada è diventata di moda e lui diventato un bambino ricco che scriveva sulle tele e si comprava a droga. E più guardavo le sue forme ritorte più mi chiedevo ma che senso ha? Ma a cosa serve? Ma ne abbiamo davvero bisogno? E soprattutto, alla fine: non lo saprei fare anche io?

Basquiat era un artista cresciuto troppo in fretta e troppo male e lo sapeva bene, e urlava la sua rabbia e la sua rivincita con i colori e le forme che gli aveva insegnato quella cultura bianca e capitalista insieme ai comandamenti primo (taci) e secondo (fa’ il bravo).

Basquiat si comprava i colori con i soldi dei collezionisti che volevano il suo nome e nemmeno lo lasciavano finire, che lo visitavano senza preavviso nel suo studio di Crosby Street disturbandolo a tal punto da costringerlo a traslocare.

Basquiat ragazzino scriveva insulti davanti alle gallerie di moda e poi finì per entrarci con i quadri che dipingeva guardando i cartoni animati. Mi aiuta vederli muovere, diceva.

Quando lavoro non penso all’arte, cerco di pensare alla vita, diceva. Diceva e ancora dice, con una voce che sta sottopelle a tutte le sue opere, al di là delle figure che non mi sono chiare per metà, al di là dei colori stranianti e delle parole cancellate oppure proprio in tutte queste cose insieme, con una voce che si in-forma fuori dai gioghi di necessità, senz’altro motivo o scopo che la stessa volontà di farlo. È una voce che io conosco non perché l’abbia studiata ma in quanto voce dell’uomo che parla all’uomo e sono venuta qui per ascoltarla, solo per sentire quello che mi dice, senz’altro motivo o scopo che la stessa necessità, la stessa voglia di farlo.

Cambio sala, l’ambiente è più buio e sulla parete ci sono una serie di serigrafie tratte dal libro di anatomia che ricevette in regalo quando, da bambino, fu investito da un’auto e passò molto tempo in ospedale.

E mi sembra che tutta l’arte di Basquiat stia racchiusa in quelle ossa, in cui mi riconosco senza rispecchiarmi.

E se ancora debolmente mi chiedo a cosa serve tutto questo? a bassa voce (per non disturbare il ragazzo col pellicciotto); rispondo: a nulla, fortunatamente a nulla…, come sono inutili certe parole disperse al fondo del vocabolario, che se sparissero non se ne accorgerebbe quasi nessuno. Ma, grazie al cielo, sono ancora lì.

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