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L’arte non è faccenda di persone perbene. Conversazione con Lea Vergine

Lea Buoncristiano, è questo il suo cognome da nubile, meglio conosciuta come Lea Vergine, cognome che assimilò dal primo marito, dopo il matrimonio,  come racconta nel libro autobiografico presentato al Museo Madre di Napoli in una sala gremita. L’arte non è faccenda di persone perbene, pubblicato nel novembre 2016 è edito dalla Casa editrice Rizzoli.

Tra i più autorevoli critici d’arte degli ultimi cinquant’anni, Lea Vergine ha collaborato con numerose testate tra cui “Paese Sera”, “Corriere della Sera”, “Domus”, “Panorama”, e con la RAI ed è autrice di numerose pubblicazioni per Rizzoli, Garzanti , Feltrinelli, Skira, Il Saggiatore, Archinto, Arcana, Charta, Gli Ori, tra cui Il corpo come linguaggio, Body/ Art (1974 riedito per Skira nel 2000), pietra miliare nella storia dell’arte contemporanea per importanza storico-artistica. Autrice di numerose mostre tra cui  L’altra metà dell’avanguardia nella quale furono esposte oltre quattrocento opere di più di cento artiste europee, russe, americane, appartenenti alle avanguardie storiche, le cui pratiche ed il cui ruolo nella definizione della storia dell’arte contemporanea furono poi raccontati nel volume L’altra metà dell’avanguardia 1910-1940. Pittrici e scultrici nei movimenti delle avanguardie storiche (2005).

Tutta la sua vita e quindi la sua attività professionale, è stata contraddistinta dalla tenacia e da uno sguardo anticonvenzionale, coraggioso, libero, fuori dal mainstream dell’arte; le sue mostre, le sue pubblicazioni, i suoi articoli lo dimostrano, un modo di procedere assai poco “perbene”, che ritroviamo anche in questo libro, nel quale racconta della sua infanzia, delle sue paure, delle ombre che hanno intessuto il suo vissuto, del passato che non passa, del rapporto con una famiglia disgregata ed una madre assente, della perdita dei fratellino e della sorella, del senso di inadeguatezza e della costante paura dell’abbandono. Racconta poi dell’ incontro con la scrittura ed il mondo dell’arte contemporanea a Napoli prima e poi  Roma e Milano, che le dava la possibilità di ”essere dentro le cose, di scrivere dell’oggi” siamo andati ad incontrarla per qualche domanda.

Lea Vergine: Come mai lei è qui?

Marina Guida: Amo interloquire con i protagonisti dell’arte, ascoltare le loro parole.

LV: Io non sono tra i protagonisti, per carità del cielo, diciamo che sono il più grande critico d’arte contemporanea mai esistito, che adopera una scrittura come neanche i più grandi scrittori sanno fare. I protagonisti sono gli altri…

E sorride …

LV: Non posso fumare….

Ed accende subito una sigaretta

Cover, Lea Vergine

MG: Mi piace molto il titolo che ha scelto per il suo libro. Chi sono i “Perbene” e perché l’arte non è per loro?

LV: Significa quello che tutti sapete signori miei. I perbene, sono quelli che vanno alle mostre d’arte per informarsi, ma soprattutto per godere, divertirsi, per provare quella che loro chiamano emozione, ma che emozione non è. Maleducati, non nel senso dello sputo per terra ovviamente (e ride), ma tutte quelle persone intrise di perbenismo e cultura con la C maiuscola, o col K se preferisce, le persone più convenzionali che ci sia dato d’incontrare nel mondo dell’arte insomma.

MG: E l’arte contemporanea non è per loro

LV: Per carità l’arte è per tutti, ma dovrebbero fare lo sforzo di studiarla, va studiata per essere capita, che sappiano qualcosa almeno, che non siano così zebre come sono. L’arte se c’è una cosa che non fa e non deve fare è consolare.

MG: Se l’arte non ha una funzione consolatoria, qual è allora la sua funzione? Sempre che ne abbia una.

LV: Guai se lo fosse. Lo dice bene Morton Feldman nell’esergo del mio libro. L’arte non serve a niente e non deve servire a niente. Dev’essere il lusso supremo, l’inatteso, la meraviglia che ti coglie e che ti colpisce, se non è questo, non è niente, è artigianato.

MG: E gli artisti?

LV: L’artista innanzitutto cura se stesso come la maggior parte di quelli che svolgono lavori intellettuali. Molti hanno una loro personalità scissa completamente, sono cortigiani, servi, imprenditori dell’anima, di tutto. Non è male vero imprenditori dell’anima? Che le pare?

MG: L’artista che maggiormente l’ha ispirata, impressionata?

LV: Non credo nell’ispirazione, mi hanno impressionata in tanti, da Bosch a Bruegel finanche a Jacobello del Fiore secoli prima, fino a Kounellis, Fontana. Sa io sono piuttosto fredda nel giudicare queste cose, non mi lascio prendere da furori. Se lei legge un bel libro è contenta lo apprezza, mica ha un mancamento. Gli artisti hanno sovente una doppia personalità, possono essere anche dei mostri nel privato, pensi a Picasso. Poi hanno questo mistero che è quello dell’arte, per cui riescono a fare delle cose di una levità, di una leggiadria, di un’intensità straordinarie.

MG: Se non avesse scelto questa professione, di cosa si sarebbe occupata?

LV: Probabilmente quello a cui mi avevano destinato i miei

MG: A cosa l’avevano destinata?

LV: Le professioni di famiglia, la Legislatura da una parte e la Medicina dall’altra.

MG: Invece lei s’iscrisse alla facoltà di Filosofia

LV: Ho sostenuto l’esame su Plotino ed ho chiuso con l’Università.

MG: In quel periodo si sposò ed incominciò a scrivere di arte per varie testate, si è sposata giovanissima

LV: S’, mi sono sposata prestissimo. Vergine è il cognome del mio primo marito, poi ho divorziato e mi sono risposata. Ho vissuto tanto, posso anche morire tranquilla.  Ci sono ancora molte cose che mi piacerebbe però fare.

MG: Quali?

LV: Pescare, giocare a poker, ballare.

MG: Qual è stata la spinta, l’intuizione che l’ha fatta approdare nelle redazioni, la passione della scrittura com’è nata, cosa cercava, ha trovato quello che cercava?

LV: L’ho fatto per essere riconosciuta. Così come mi piacciono le foto, perché come diceva Roland Barthes, tutto quello che è fotografato è avvenuto. Siccome io non credo ancora in me, cioè credo in quello che scrivo, ma non credo di esserci, ecco, le fotografie ed il resto di quel che ho fatto, suppliscono a questa falla d’infanzia di affetto mancato.

MG: Quand’è che si rimarginano le ferite? Quand’è che si risolve il passato che non passa?

LV: Se uno non pretende il massimo e si contenta del poco o del molto che la vita le dà. Si chiudono le ferite.

MG: Quale suggerimento darebbe ai suoi nipoti? Un consiglio importante di cui tener conto nella gestione della vita.

LV: Mio nipote di nove anni un giorno mi ha detto, “nonna i soldi non hanno importanza” gli ho detto è vero, fino ad una certa età. Dopo i cinquant’anni hanno importanza, perché ti danno l’indipendenza, dopo i settant’anni ancor di più.

MG: Nel libro parla della gestione e diversa percezione del tempo e del corpo durante la vecchiaia, attraverso le parole di sua nonna.

LV: Mia nonna straordinaria, giustamente aveva notato che la settimana ad una certa età dura tre giorni e noi piccoli le chiedemmo il perché, lei disse la verità: “perché quattro se ne vanno di manutenzione”.

MG: Napoli è stata la sua città natale, nel libro delinea una lucida ed appassionata descrizione della sua duplice e contraddittoria anima.

LV: Io non credo che esista un napoletano, nato e vissuto a Napoli che non percepisca questa città come matrigna per un verso ed adorata d’altro, è comprensibile che sia così, perché questa non è una città per persone perbene”, grazie a Dio non è una città “normale”.

 

L’intervista si è tenuta in occasione della presentazione, presso Museo Madre di napoli, lunedì 23 gennaio 2017, de libro di Lea Vergine L’arte non è faccenda di persone perbene,  2016, Rizzoli Editore.

 

 

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