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L’uomo dall’elmo d’oro

Ho sempre avvertito un contrasto tra l’attenzione tributata all’opera di un grande artista e quella rivolta alla sua scuola. Per quanto magnifica, la coerenza non paga mai abbastanza, almeno non tanto quanto l’interesse tributato ad un caposcuola.
Ma se accadesse il contrario? Se fossimo invitati a considerare un capolavoro e poi scoprissimo che non era opera dell’autore cui era stato accreditato, o se non ne conoscessimo affatto il vero autore, saremmo in grado di continuare ad apprezzarlo come merita?

Quando questa domanda era rivolta a mio nonno, a proposito di un quadro esposto nel suo ufficio, dimostrava quella capacità che hanno i romani di ostentare indulgenza, ascoltava con attenzione, guardando negli occhi il suo interlocutore e poi, con gentilezza, rivolgeva una domanda: “Lei dice?”.

Il tono cortese non era di disapprovazione: “E’ una copia del famoso Rembrandt?
Lei dice?

Ovviamente quel quadro era una riproduzione, ma nonno amava scherzarci su, lasciando intendere che potesse trattarsi di un originale. Ritraeva un anziano guerriero con un elmo d’oro sul capo ed io lo ricordo da sempre sulla parete più ampia dell’ufficio, sopra la scrivania.

L’immagine dipinta sembrava immensamente triste, come lo erano i racconti della battaglia del Piave, con cui spesso mi intratteneva il nonno. Le sue parole avevano un tono simile a quel quadro: mesto e pieno di solenne dignità, mentre mi narrava della prima guerra mondiale, quando era stato ufficiale del genio pontieri. Le sue storie si concludevano sempre con l’esibire la spilla del Cavalierato di Vittorio Veneto e le cicatrici della pallottola che gli aveva trapassato il cranio, lasciandolo miracolosamente illeso.

Saranno state quelle impressioni, quella teatralità non priva di orgoglio, a farmi pensare che il volto del ritratto fosse quello del padre di mio padre? Oggi ne sorrido anch’io.
Senz’altro quel quadro aveva impresso un senso di solennità al vecchio ufficio, con la gigantesca scrivania dalle zampe di leone e le poltrone di pelle scura, con i bottoni; la luce sollevava pulviscoli luminosi, filtrando dalle ampie vetrate e potevi ascoltare i rumori di quel rione romano, provenire dabbasso: il chiacchiericcio di un mercato, il suono dei filobus che riecheggiava monotono.

Sarebbero passati molti anni, prima che potessi vedere l’originale di quel quadro, in un museo di Berlino e, quando accadde, ne fui emozionata e delusa al contempo: vederlo mi fece sentire di nuovo bambina nella grande casa dei nonni, sebbene il quadro apparisse di dimensioni assai più ridotte di quanto ricordassi. Ma non fu la sola ragione della mia delusione.
Chiunque osservi con attenzione quel dipinto, può convenire che appaia assai più di un semplice ritratto: grave e melanconico, pieno di riflessività e di stoico coraggio; scommetto che avrà esercitato su molta gente un incantesimo speciale, forse perché il contrasto tra lo splendore dell’elmo e l’incarnato del vecchio, rendono partecipi delle forze oscure del mondo di Rembrandt.

Come Jacob Rosenberg, studioso della Harvard University asserì in Life and work of Rembrandt (Vita ed opere di Rembrandt): “In tutti i suoi lavori si percepisce una fusione tra il reale e la visione, e questo dipinto provoca le sensazioni della musica, piuttosto che quelle di un’opera pittorica”.

Simile ad un magico incontro tra vedere e sentire, trapelano qualità sonore immaginifiche, che esaltano stati d’animo contrastanti, tra tristezza e meraviglia.

Nel suo libro Rosenberg pose a contraltare del proprio apprezzamento, l’analisi della genesi dell’opera. Si prodigò per scoprire chi ne fosse stato il modello, rintracciandolo nel fratello maggiore di Rembrandt, un calzolaio di Leyden (l’odierna Leida, nei Paesi Bassi): un volto che nell’estro del pittore sarebbe divenuto maestoso.
Il ritratto, datato 1650, realizzato su tela con tecnica ad olio, è ora custodito nello Staatliche Museum di Berlino e, durante quella visita, seppi che il suo valore ammontava a più di 20 milioni di marchi.

Eppure, a dispetto di tutto ciò, un mistero si era fatto avanti a proposito di questo quadro, fino ad allora considerato l’opera più prestigiosa di Rembrandt, l’acme della sua genialità pittorica, esaltato come uno dei capolavori più sublimi di ogni tempo…
Attraverso numerosi test tecnici e comparazioni effettuate sulla tela, gli studiosi sono concordi, quasi all’unanimità, che questo quadro non sia stato dipinto dal grande pittore.

Il curatore della sezione dei dipinti danesi e fiamminghi al museo di Berlino, fu chiarissimo in proposito: “È un originale della sua scuola, non già un falso o una copia, e come tale ha un suo proprio valore”

Questo mi fece riflettere su come la prima valutazione di un’opera d’arte fosse di tipo emozionale: se ne poteva trarre più o meno piacere nell’osservarla, ma sapevo bene che dopo l’impatto estetico, si passava al confronto con altre opere artistiche, al periodo storico ed all’autore, ossia alla lettura iconografica, che è una specie di lettura tecnica del linguaggio dell’opera.

Ma questo non spiegava la mia delusione.

Mi chiedevo se non fosse un po’ come per Amleto: potremmo attribuire a questo dramma teatrale un diverso valore, se invece di essere stato scritto da un leggendario Shakespeare, fosse stato opera di un onorevole Sir Francis Bacon?
Allo stesso modo, l’Odissea: il fatto di non sapere se il nome “Omero” fosse appartenuto ad un uomo, ad una donna o celasse il lavoro di più autori, toglieva forse valore al poema?.

Suppongo si tratti della stessa istanza da cui discende una particolare metafisica della percezione, che fece dire al filosofo George Berkeley, in un suo trattato: “Se un albero di una foresta cade, mentre nessuno si trova lì, produce rumore allo stesso modo?”.

A lui fece eco Einstein, duecento anni dopo, quando domandò al suo allievo Niels Bohr: “…la luna esisterebbe lo stesso, qualora nessuno potesse vederla?”.

Ebbene: conoscere l’autore di un’opera geniale, rende quest’opera diversa in qualche modo? Ne sancisce il valore? E non conoscerlo affatto?

La Cappella Sistina sarebbe meno bella se si scoprisse non essere stata opera di Michelangelo?

È pur vero che la storia è disseminata di istanze negate, una sorta di processo di apprendimento attraverso la punizione, un feedback negativo ben noto agli studiosi: la conoscenza si fonda spesso su concetti che vengono via, via invalidati nel susseguirsi delle epoche.
Molti dei fatti resi noti dalla scienza come verità assolute, che erano insegnati a scuola generazioni fa, si sono rivelati falsi, molte reminiscenze hanno mostrato le loro ambiguità.

A questo proposito la Duchessa di Sanseverina, indimenticabile eroina del romanzo La Chartreuse de Parme di Stendhal, constatò: ”J’ai a vu tomber tant de choses que j’avais crues éternelles” (“Ho visto decadere tante cose che avevo creduto eterne”).

E dunque, cosa possiamo salvare dall’obsolescenza dei giudizi? Di certo, al cospetto di un capolavoro dell’arte, sia esso pittorico, musicale o d’altro tipo, si gode di un arricchimento che permette di entrare in risonanza con esso e questo avviene a prescindere dal suo autore, o dalle intenzioni che lo avevano mosso.
Ecco perché alcuni capolavori artistici vengono considerati patrimonio dell’umanità: non è possibile ascrivere loro un valore in termini economici.

Come L’uomo dall’elmo d’oro, essi resisteranno in tutto il loro pregio, al sicuro da qualunque caducità della ragione o dei suoi autori, veri o presunti che siano.

Perché l’opera d’arte, che sia davvero tale, si sottrae alle leggi del mondo, per proseguire il suo viaggio nell’intimo di ciascuno di noi.

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