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Uomini che si voltano. Fabio Ciriachi racconta gli anni lontani del cambiamento.

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Se è vero che c’è una generazione che non può fare altro che ricordare, che ha un bisogno urgente e terribile di raccontare tutto quello che è avvenuto, dalla più piccola e lontana inezia, alla Storia questa è la generazione di chi, fra gli anni 60 e gli anni 70 ha iniziato il cambiamento, immediatamente seguita da quella dei fratelli più giovani, quelli che il cambiamento lo hanno reso reale ed istituzionale e poi lo hanno perso.
È la generazione dei narratori, purissimi, quasi asceti, che conserva e discioglie la memoria, affinché nulla di ciò che è accaduto vada smarrito: come se dimenticarlo volesse dire non avere vissuto, non avere cambiato, non avere sperato.

Uomini che si voltano di Fabio Ciriachi (Coazinzola Press, 2014) è un romanzo fatto di racconti, brani di diario, articoli, storie brevi, lunghe riflessioni. Alcune pubblicate su riviste e giornali o antologie. Perché sono pietre miliari e non si può aspettare che venga il tempo adatto. Escono correndo dal foglio di carta o elettronico e s’avvinghiano anche alla vita di adesso.

Fabio Ciriachi è poeta e la sua scrittura costruisce mondi che oggi non esistono più. Mondi vissuti in prima persona non lesinando in confusione, amarezze, gioie; camminando in bilico fra la norma e la rivolta, sempre cercando nella parola la chiave per la bellezza. Una scrittura che nasce da un modo di essere, da una generazione tanto unica quanto perduta e inutile. Una scrittura d’epoca, perché legata a sentimenti e realtà sempre più lontane e per questo avvincenti e illuminanti quasi capaci di darci il lasciapassare per tornare indietro e dirsi questo lo rifarei. O forse no.

Si voltano gli uomini di questo libro, forse non tutti. Qualcuno cade, qualcuno sopravvive, ma triste e non perché, oltre ai capelli, s’imbiancano anche i pensieri, ma perché nonostante tutto quelle parole non sono bastate, o forse non servivano proprio. C’era, però, la necessità di trovare un senso, qualunque questo fosse, al proprio vivere. Ed è proprio questo che il libro racconta.

Una generazione di pionieri, come molte altre ce ne sono state. Ma questa volta dolorosamente pionieri dell’anima, persone che hanno seguito il loro sogno, il loro immaginario, ed hanno ricercato, scoperto e sperimentato tutto quello che solo qualche decennio dopo sarebbe diventato moda, commercio, luogo comune.

Scrive Ciriachi: “… abbiamo trovato lavori e valori, filosofie e ignoranze, case, poderi, sporte per poche cose essenziali, scrigni per custodirci patacche. Abbiamo imparato a viaggiare, a drogarci senza morirne e anche a lasciarci la pelle, a guardare negli occhi, a dare il colpo di grazia, a sacrificarci e a fregarcene. Tutto questo abbiamo imparato durante gli anni. Occupando poderi che altri avevano abbandonato per sfinimento. Ripopolando poggi deserti, in anticipo sulle normative Cee e sulle comunità montane. Riparando le case con le nostre mani, coltivando poderi destinati a rimanere a sodo.[…] Vivevamo nelle smagliature della storia.

La comune in città, la casa collettiva in campagna, le certezze che diventano gabbie, gli amori che lasciano sempre tracce indelebili. Cambiano gli intenti, i luoghi, le fatiche e ci si ritrova ad essersi mutati senza neanche ricordare perché, senza averlo voluto, forse, solo seguendo il flusso. Tutto sembrava essere per la prima volta, allora. Il sesso, l’amore, le avventure, i figli, gli amici, gli ideali, i progetti, il futuro infinito davanti che man mano si ritrae.

Ma il progetto dello scrittore, quello della sua anima è quello di “dare voce a un mondo che è rimasto sconosciuto. Un mondo composto da persone che non si sono identificate, dopo il Sessantotto, né con la politica tradizionale, violentata dallo stragismo, né con la deriva terroristica, nevrotica scorciatoia borghese della quale si è molto trattato in ambito letterario; e tanto meno con le brillanti carriere di quelli che sono saliti sul carro del vincitore e, dall’alto dei loro poteri, non si stancano di ripetere che solo gli stupidi non cambiano idea. I viaggiatori di una quarta via creativa e utopica: sono questo o protagonisti del mio romanzo. Racconterò di persone per le quali è stato importante sperimentare forme di vita alternative. Parlerò di me. Di comuni urbane e agricole, di scelte politiche fondate sul rifiuto dell’entrismo, del mercato, della famiglia. Parlerò di fallimenti e del difficile ritorno nella società. Dirò cosa vuol dire saltare al volo sul tremo della storia. Com’è che da diplomati e laureati si diventa artigiani (falegnami e muratori, soprattutto); com’è che ci si dà al commercio (piccolo antiquariato orientale, in massima parte)…”.

Non nuovo a narrare della memoria Fabio Ciriachi già mi aveva avviluppata nei suoi racconti di infanzie di borgata. Sapori pasoliniani addirittura più reali di quelli di Pasolini. Forse perché guardati attraverso l’occhio di un’infanzia vissuta nella sfida della libertà piuttosto che con quello dell’adulto che guarda e censisce gli eventi.

Ma la penna è la stessa. Qui più grave e appassionata perché ricordare la giovinezza è un dolore liberatorio.
Mi piace la sua cura per le parole, l’uso degli aggettivi che nel suo racconto non sono mai troppi, ma sono sempre luminosi e capaci di edificare atmosfere in cui non occorre essergli coetanei per comprenderle. Mi piace l’alternare secchezza di parole a immaginifici paesaggi, mi piace il ricordo e la filosofia che lo sostiene, mai persa nonostante il passare degli anni.

“… occorre vivere. Senza cause maggiori da servire che non siano quelle della passione e dell’entusiasmo. Anche se questo  nocerà ad altri non ci si può fermare. Che si risponda di ciò che è veramente nostro. Che si mobilitino le viscere. Tutto poi, seguendo questa legge, potrà essere pagato. E sarà sempre il giusto prezzo.”

Non sono queste, anche se viscerali e ruvide, le stesse parole che usano le filosofie spirituali per indurre gli adepti a vivere nell’armonia?
Non sono forse gli stessi dettami di qualsiasi manuale che offre strategie per lavorare bene e vivere meglio?
Sì, sono le stesse perché la vita è semplice. E non ci sono altri modi di viverla che privilegiando i propri sentimenti e i propri sogni.

1 commento

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  • E’ stato veramente così come dice Fabio Ciriachi e come ha commentato Isabella.
    Grande periodo vissuto e perduto.