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Antico. L’artificio che ci separa dall’antichità

Tempio di Nabu, Palmira

Siamo portati da un’educazione scolastica e da un tradizionale rispetto a riconoscere bellezza in tutto ciò che è antico, in quanto appartenente a civiltà scomparse, che siano state o meno in relazione a quella cui apparteniamo. Al di là delle informazioni storiche ci poniamo in relazione con prodotti umani di cui lodiamo la rarità, le dimensioni maestose, la precisione tecnica, la capacità di significare, la vicinanza emotiva che ancora ci arrivano attraverso tempi disumani come i secoli o i millenni.

Riflettiamo poco invece su cosa la riflessione estetica poteva significare per quelle civiltà. È noto che per i greci antichi l’indagine estetica non si limitava all’ambito letterario (poesia), ma coinvolgeva tutto l’essere e il divenire del mondo intorno a loro, compreso quel campo che poi si sarebbe chiamato psicologia. Per loro quindi l’estetica non era un campo di studi autonomo, ma riflessione sulla sensibilità, sul bello e sull’arte in un senso complessivo per noi smarrito e irrecuperabile. Per i moderni l’estetica è riflessione sull’opera d’arte prodotta e studiata come indipendente  e autonoma da qualsiasi scopo utilitaristico o morale; ma nel mondo antico l’arte era una competenza tecnica, esecutiva, artigianale, che serviva a produrre oggetti di uso pubblico in spazi e momenti istituzionalizzati (feste popolari, cerimonie civili o religiose) i quali dovevano riflettere un ordine, un’appartenenza cosmiche di cui noi non sentiamo più il bisogno.

I concetti di ‘arte’ e di ‘bello’ che noi usiamo sono lontanissimi dai loro corrispondenti termini della lingua greca o latina, perché il mondo di concetti e la rete linguistica alla quale appartengono sono completamente diversi. Ciò che vediamo in quei resti – ecco, ad esempio: potevano i Greci avere il nostro concetto di “rovina”? – è perlopiù una nostra proiezione. Noi distinguiamo l’antico dal contemporaneo come se fossero separati solo dal tempo, per quanto lontano; ma non mettere più in relazione il bello con il cosmo (il kalòs con il kosmos), né considerare l’arte come una téchnē ci separa dall’antichità come da una civiltà aliena, che nella nostra immaginazione costruiamo per forza di cose con i tratti antropomorfi necessari a riconoscerla come tale. Ma è solo un nostro artificio.

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