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Chinglish. Il nuovo mondo a teatro per creare ponti

Chinglish

Portare a teatro l’industria e la finanza sembra una strada sempre più percorsa, da lavori che vogliano dirsi contemporanei. Una scelta per molti versi rischiosa ma che sembra aver portato notevoli fortune, se si pensa alla circolazione globale avuta da alcuni titoli, come quelli firmati da Stefano Massini. È tuttavia possibile fare anche il percorso inverso: importare in Italia le cose più interessanti prodotte all’estero. Occorre tuttavia una accurata valutazione, che non può prescindere da due fondamentali criteri: evitare la coazione a ripetere e mettere in scena qualcosa capace di essere autenticamente voce del presente, di analizzarlo e farne spunto di riflessione e, ove possibile, anche di precorrere il prossimo futuro. Questo appare essere il tentativo di Chinglish, in scena al teatro ATIR Ringhiera di Milano. Una commedia che ha divertito e convinto a Broadway, perché descrive un mondo di cui in pochi hanno realmente contezza. Cosa c’è, oggi, di più impellente della Cina, quando si parla di affari?

La vicenda di Daniel Cavanaugh e il suo disperato tentativo di vendere a una città di provincia dell’estremo oriente i suoi prodotti, in un Midwest americano impoverito dallo spostamento dei mercati, ma non solo. Cavanaugh. Immersosi in un territorio largamente inesplorato, manca degli strumenti per muoversi al suo interno. Non conosce la lingua, né la cultura del paese in cui si è recato. È così costretto a farsi aiutare da un inglese trasferitosi lì da tempo, scontrandosi con costumi, modi di agire e consuetudini che spesso non comprende. O forse che crede, di non comprendere.
Questo testo infatti, del cinoamericano David Henry Hwang, si muove infatti su due binari: il primo è quello che avvicina ciò che è apparentemente lontano. A percorrere tutta la pièce è la satira alla corruzione. Né l’imprenditore dalla “buona faccia”, né l’impettito viceministro, né la bella vice, né il maestro inglese, sono chi dicono di essere. Ciascuno tesse, esattamente come in tutto il mondo degli affari, una propria trama, che rende ognuno un carattere a suo modo grottesco, amaro e divertente insieme. Una costruzione che permette alla trama di accostare all’ironia colpi di scena fino all’ultimo istante prima che il sipario cali, mantenendo alte curiosità e attenzione e dando ritmo all’insieme.
Accanto a questo esiste però – ed è l’aspetto più originale della commedia – un elemento autenticamente cinese: a incarnarlo è l’uso di un bilinguismo pressochè costante, sostenuto dall’ausilio dei sovratitoli.  Una scelta originale che rende fruibile lo spettacolo in entrambe le lingue e consente un diffuso ricorso all’efficacia comica degli stereotipi linguistici e dei giochi di parole. Non è però un mero espediente per fare ridere: le incomprensioni, le disattenzioni con cui le parole di una lingua vengono riportate nell’altra, si fanno anche metafora della poca attenzione – quando non della deliberata malafede – con cui accade di rapportarsi all’altro. Sono i rapporti tra le persone a far sperare di poter essere motori di cambiamento, anche quando nascono fra un’industriale americano e una ambiziosa politica cinese. Eppure, ancora una volta, è necessario possedere tutti gli strumenti per comprendere davvero ciò che ciascuno fa accadere intorno a sé.

Omar Nedjani firma la regia di una messinscena ridotta all’osso, con un semplice fondale monocromatico che le luci di Roberta Faiolo sembrano a tratti voler avvicinare al teatro delle ombre orientale. Le scene di Stefano Zullo, per farsi – mutando a vista come parte dei movimenti scenici degli attori – sono sufficienti alcuni tavoli su ruote e alcune sedie,  e si ha l’impressione che non occorra nulla di più. Il fulcro è però una compagnia di abili attori: Valentina Cardinali, Angelo Colombo, Enrico Maggi, Federico Zanandrea e Annagaia Marchioro che danno vita a personaggi esilaranti, capaci di mantenersi di una credibilità agrodolce malgrado spesso l’intento appaia volutamente macchiettistico. È ridendo che si riflette, sembra voler suggerire Chinglish, ed è facendo ironia su noi stessi che è possibile avvicinare senza stucchevole retorica le culture.

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