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Libri Come #7. Due autori seriali a confronto. De Giovanni e Lucarelli dialogano.

Incontrare insieme Maurizio De Giovanni e Carlo Lucarelli è come incontrare contemporaneamente l’ispettore Coliandro e l’ispettore Lojacono dentro un ufficio di polizia mentre si scambiano informazioni su un caso. Pare proprio di vederli, al di là di una porta coi vetri opachi, che è idealmente lo schermo di un televisore, mentre gesticolano e discutono.

Si parla di serialità nel noir e non si può prescindere dal parlare di serialità televisiva. Il mondo letterario del noir nostrano già da tempo è approdato nel mondo della trasposizione cinematografica (pensiamo a Montalbano di Camilleri o ai Delitti del Bar Lume di Malvaldi), ma per fortuna di noi lettori gli autori di questi romanzi continuano a scrivere fregandosene dell’utilizzo futuro delle loro storie: ciò che conta sono i personaggi. In questo particolare e simpaticissimo dialogo tra De Giovanni e Lucarelli emergono alcuni fatti interessanti. Ogni storia è un viaggio durante il quale i nostri autori incontrano dei soggetti appassionanti, si affezionano a loro e cominciano a trovargli dei compagni d’avventura: da qui comincia la serialità, perché è difficile abbandonarli, addirittura impensabile farli morire. Lucarelli racconta l’aneddoto per cui i più grandi giallisti che, a un certo punto, hanno fatto morire i loro protagonisti (per esempio Poirot per la Christie) sono morti subito dopo, quindi attenzione!

Poi ci sono i luoghi, Napoli per De Giovanni e Bologna per Lucarelli. I luoghi spesso diventano protagonisti essi stessi, diventano quel mondo che gira intorno ai personaggi e che parla, come un condominio pettegolo di cui ascolti le voci e da cui vuoi sapere sempre di più. E se per Napoli è facile, quasi scontato immaginarla così, per Bologna è già più complesso. Come si fa a pensare a questa città come la scena di crimini efferati? E allora ecco che funziona inventarsela come sfondo (i portici, i vicoli del centro storico, il mistero che si cela dietro ogni angolo buio), perché un noir prenda vita.

Poi ci sono i suoni, i linguaggi, le ambientazioni. Il giallo italiano è dotato naturalmente di una straordinaria “polifonia”. Se prendiamo i romanzi di questo genere scritti da autori del nord Europa, notiamo che si somigliano tutti per sfondi, colori, atmosfere, ritmi. In Italia ogni regione, addirittura ogni città ha una sua peculiarità, e le ritroviamo tutte queste differenze nei racconti degli autori di noir. Una sorta di carta geografica del crimine, come dire “usi, costumi e tradizioni del nostro territorio”.

Sia De Giovanni che Lucarelli ci tengono a sottolineare come non si identifichino mai nei loro protagonisti. Magari c’è qualche sfumatura caratteriale che compare qua e là, ma tutto si ferma lì, perché raccontare di qualcuno che si conosce bene non solo a un certo punto farebbe arenare la storia, ma cesserebbe la curiosità che invita a saperne di più, quindi a scriverne di più.

Ma veniamo alla questione delle questioni: cosa accade quando una serie letteraria diventa serie televisiva? Questo argomento mi interessa molto perché, oltre che lettrice di noir, sono una grande “serial addicted” televisiva, riuscendo a tenere ben distinte le due tecniche narrative, anche nelle trasposizioni. Da sempre i lettori non amano quando le storie che leggono, i “loro” personaggi, vengono trasformati in qualcosa di visibile: le facce non sono mai come se le erano immaginate, i ritmi sono troppo veloci, le dinamiche spesso vengono cambiate, addirittura ci sono modifiche all’evoluzione stessa della storia. Non accettano insomma il fatto che la narrazione televisiva o cinematografica abbia delle esigenze e dei tempi molti diversi da quella letteraria. Ma in fondo, come ci fanno notare De Giovanni e Lucarelli, ogni lettore ha una sua idea, diversa da quella di un altro lettore, quindi la trasposizione in immagini non è altro che un’altra interpretazione. Certo è che anche le produzioni obbligano a scelte, in fase di sceneggiatura, a volte bizzarre. Un tempo, quando la TV era più “casta e pura” e certi argomenti erano tabù, c’erano dei limiti che rischiavano di snaturare la trama stessa della storia. In altri casi le esigenze utilitaristiche televisive (i costi, i tempi di messa in onda, il gradimento del pubblico) portavano le produzioni a richieste inquietanti. Una “falsa pista” all’interno di un romanzo doveva per forza portare a qualcosa; una trama complessa richiedeva una semplificazione (deve capirlo anche la signora che sta lavando i piatti), e a nulla valevano le riflessioni tipo “è un giallo, deve essere complesso”. Per fortuna i tempi sono cambiati e i nostri autori riescono a mantenere inalterati, quanto più possibile, lo spirito, il linguaggio, lo stile che li contraddistingue quando scrivono.

Un’ultima riflessione: l’autore di gialli, che è un serial killer letterario per definizione, è cattivo? Secondo Lucarelli un po’ sì, secondo De Giovanni ha solo più paura di ciò che può accadere, perché ne è consapevole e, scrivendone, fa in modo di non dimenticare mai che il male può annidarsi ovunque, anche nella più banale quotidianità.

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