L’immaginazione e il potere. Intervista a Irene Fenara

Irene Fenara (Bologna 1990) è un’artista che usa la fotografia, senza dubbio, ma da sola, quest’affermazione è certamente riduttiva. Per conoscere meglio la sua poetica, l’abbiamo incontrata nello studio che occupa al Collegio Artistico Venturoli, nel centro storico di Bologna, poco distante dall’Accademia di Belle Arti, dal Teatro Comunale e dai ritrovi costantemente affollati. Quando però si richiude il pesante portone dell’edificio (Giovanni Battista e Giuseppe Antonio Torri 1690-1700), i rumori rimangono fuori e si colgono i passaggi di molte vite e di molte storie.
Il Collegio, fondato nel 1825 grazie a un lascito testamentario dell’architetto Angelo Venturoli (1749-1821), è destinato ad accogliere e promuovere le attività di giovani frequentatori dell’Accademia. Dal 1993 la Fondazione omonima prosegue e amplia gli obiettivi prefissati e con un concorso pubblico a cadenza periodica, seleziona alcuni borsisti ai quali offre i propri spazi ad uso di studio.
Per tradizione, poi, ogni ospite del Collegio lascia all’istituzione una delle proprie opere, raccolte e conservate in un archivio, assieme ai vari materiali che sono serviti per realizzarle o per approfondire la pratica artistica.
In occasioni particolari, i borsisti hanno deciso di condividere la bellezza del luogo aprendo l’accesso al pubblico con mostre ed eventi speciali.

Come ci si trova in una realtà che prevede, tra l’altro che tu conviva con una scultura, un prezioso quanto impegnativo Angelo, che tiene tra le mani un’arpa da tavolo (un modello in gesso del monumento sepolcrale del 1894 dello scultore Enrico Barbieri)?

“Ogni artista ospitato al Collegio divide il proprio spazio con un’opera realizzata da chi l’ha preceduto, o con arredi e affreschi storici. Sono presenze forti, che ci obbligano a fare i conti con l’importanza dell’arte, il ‘peso’ dell’antico rispetto al contemporaneo.

Da quando sono qui, ogni anno per ArteFiera, realizziamo progetti che ci vedono collaborare o agire separatamente. Dal 2015 il gruppo si è delineato e ristretto. In quell’anno, insieme agli altri artisti residenti Barbara Baroncini, Davide Trabucco e Simona Paladino, abbiamo deciso di invitare l’artista catalano Anton Roca, che con Humanitas: Transire e Rimanere, ci ha chiesto di sviluppare una riflessione personale partendo da (e con…) un mezzo molto comune come l’Apecar, metafora del carico da assumere su di sé; io l’ho dedicata a Bologna e ai frequenti rimaneggiamenti cui è soggetta. Nel continuo edificare appare come una città che mentre si ricostruisce, archivia se stessa e rimane bloccata in un circuito autoreferenziale.

Lo scorso anno il curatore Massimo Marchetti con Il silenzio dopo ci ha sollecitati a impostare un dialogo fra la nostra contemporaneità e le molte forme artistiche del passato che si ritrovano in questo luogo, per esempio la scultura di Farpi Vignoli Il guidatore di Sulki (simbolo dei giochi olimpici di Berlino negli anni ’30) istallata all’ingresso del cortile, oscurandone in parte la visione.

All’offerta di un antico Bello – afferma il curatore – si sostituisce un occultamento e all’eloquenza delle arti maggiori una censura: quello che resta è una serie di lacune, di spazi concessi ad un restauro esclusivamente mentale che può scegliere se scavare nel ricordo o proiettare un’idea di preziosità. In questo modo l’inevitabile confronto tra la via della ricerca e quella del rispetto può dare l’opportunità per un ripensamento dello spazio di lavoro. 

Per la recente edizione di ArteFiera, sotto la cura di Antonio Grulli, abbiamo presentato la mostra Under the Influence, con tutte opere incentrate sul concetto di segno e di disegno.

Un linguaggio forse poco contemporaneo, che sembra richiamare l’Accademia – scrive Grulli – e che mal si adatta all’ossessione imperante per il contesto che attraversa l’arte di oggi. Ma che forse proprio per questi motivi, e per la sua capacità di costringere l’artista a un lavoro raccolto e legato alla propria individualità (con tutti i suoi limiti e le sue potenzialità), è in grado di portare con sé un lato più rivoluzionario e scomodo degli altri mezzi a disposizione degli artisti di oggi.”

 Pratichi l’osservazione e la riflessione su immagini, le ricerchi, le trovi, le realizzi e le indaghi nel profondo. Come imposti il tuo lavoro?

“Per ora seguo principalmente due percorsi, la sperimentazione con la fotografia e la video istallazione: di entrambi forzo l’uso per spingermi oltre la consuetudine, in assonanza con il concetto trattato da Giorgio Agamben in Profanazioni, dove per profanazione di un dispositivo si intende il riappropriarsi di ciò che era stato ‘sacralizzato’ riportandolo all’uso comune o al di fuori dei canoni per i quali è stato pensato.

Per quanto riguarda la video istallazione?

“Io mi servo del video in tutte le sue articolazioni per sondare il rapporto con lo spazio e la capacità di visione. Nel caso di “Mentre la terra compie i suoi giri attorno al sole” ho appeso un’action camera (la videocamera preferita dagli sportivi per le ridotte dimensioni e l’ottima qualità di ripresa anche in velocità) a un cavo, ottenendo una specie di pendolo di Foucault. Nel video il pendolo appare fermo, mentre si muove l’architettura intorno, l’esatto opposto della normale condizione e ciò provoca un senso di vertigine perché percepiamo un’immobilità che è solo apparente. E’ un modo per affrontare il tema cosmico da una dimensione umana e immaginare di fissare il centro dell’universo ovunque io mi trovi. Se il cielo fugge è un progetto del tutto site-specific, realizzato per la galleria Adiacenze, dove mi è stato assegnato un ambiente completamente libero, senza alcun vincolo. Al risultato, estremamente straniante, sono arrivata istallando al contrario foto di paesaggi, con cambi di orizzonte e di soggetto, nella successione delle stanze e riprese all’indietro che annullano i riferimenti spaziali di sopra/sotto e interno/esterno, mettendo a dura prova la capacità dell’occhio di regolarizzare immagini capovolte o opposte rispetto a ciò che ci si aspetta di vedere.

Splendido isolamento è nato da una residenza artistica a cui mi hanno invitata due giovani artisti, Simona Andrioletti e Alessandro Mazzatorta, a Carloforte sull’isola di San Pietro in Sardegna, dove le donne trascorrono gran parte del loro tempo in casa o in paese e non conoscono l’isola ‘selvaggia’, sebbene sia piccolissima. Sono definite ‘vedove bianche’ perché per lunghi periodi vivono separate dagli uomini, che lavorano in mare, perennemente in viaggio. Ho chiesto a una signora molto anziana di elencarmi i luoghi dell’isola che non aveva mai visto e sono andata a filmarli. Quando glieli ho mostrati nel televisore di casa, ho ripreso la scena, per disporre così di un doppio schermo. La reazione della donna è stata inattesa: non si coglieva il minimo coinvolgimento emotivo, come se non percepisse la differenza tra la finzione del video e la realtà dell’ambiente appena fuori casa sua, perché non ne ha mai fatto esperienza concreta… si comportava esattamente come se assistesse ad un programma televisivo, distante, freddo. Il marito, al contrario, si è molto emozionato riconoscendo tutti i luoghi a lui familiari, la sua isola mediata dalla televisione. Quando me ne sono andata, la signora mi ha chiesto di rimettere su Canale 5…”

…ecco perché definirti solo fotografa, pare un po’ riduttivo, sei più incline, come recita il titolo di una tua opera, a “Praticare la Vertigine”

“Praticare la vertigine per me è il tentativo di familiarizzare il disorientamento contemporaneo dell’uomo, anche rispetto all’allargamento dei confini dell’arte. La sperimentazione è importante, per esempio in alcuni lavori che ho realizzato con la Polaroid, Studio e Termia, mi sono concentrata sulla resa chimica e fisica del supporto: l’azienda Impossible ha acquisito, di Polaroid, le strutture per produrre le pellicole ma non la formula chimica. I vari tentativi non hanno ancora portato esattamente al risultato voluto, per esempio la resa dei colori nello sviluppo dipende dalla temperatura ambientale nel momento dello scatto. Trovo molto stimolante quest’effetto, sorprendente e imprevedibile. In Termia le foto ottenute sono montate poi su supporti di gesso e appaiono come finestre poste su un limite che scambia continuamente lo sguardo sul dentro e il fuori.

In Cercare per mare e per terra sono arrivata persino ad utilizzare foto che avevo scattato io da bambina, con le macchinette usa e getta, durante piccoli viaggi. In un primo momento rivedendole mi sono sembrate poco significative. Ho pensato allora di dar loro una nuova lettura e le ho riassemblate in una forma che ricorda un mondo o un paesaggio completo, come isole fluttuanti con il cielo intorno.”

…l’elemento del cielo torna spesso…

“Sì, il cielo è quasi sempre presente (anche nell’ultimo lavoro selezionato da Fondazione Fotografia di Modena, incentrato sui concetti di visione e potere, sulla commistione tra tecnologie e natura). Il video Up and again, invece, lavora sull’eterna lotta, in una tensione verticale, tra i grandi sogni e la realtà quotidiana, nelle immagini di una videocamera di sorveglianza che io forzo a guardare il cielo, per perdermi per brevi momenti nel passaggio delle nuvole e tornare poi automaticamente alle rigide architetture di un allevamento danese. Il cielo rappresenta la necessità di sognare e guardare verso l’alto per continuare ad alzare la testa nonostante le costrizioni.”

Le tue opere oniriche evocano forti suggestioni nello spettatore. Come nascono e quali sono le riflessioni che le hanno generate?

“Ho studiato all’Accademia di Belle arti di Bologna, diplomandomi in scultura, poi sono passata alla fotografia tramite Polaroid, attratta dal fatto che la specificità attuale di questo mezzo non sia più la stessa di quando è nato, cioè l’istantaneità, dato che in realtà, occorrono anche 40 minuti per lo sviluppo, tempo incredibilmente lungo se lo rapportiamo all’effettiva immediatezza delle fotocamere degli smartphone. Sono interessata, invece all’oggettualità: dallo scatto si ottiene un risultato materiale e questo forse è il legame con la concretezza della scultura.”

E’ una controtendenza, visto che attualmente molto di rado la foto diventa oggetto, mentre con la Polaroid la stampa è praticamente un passaggio obbligato, insito nel mezzo stesso…

“Sull’argomento, ho prodotto un’istallazione intitolata Alta frequenza, sollecitata dalla continua visione di persone che fanno foto per catturare momenti, che però rapidamente vengono sostituiti da altri. Su un treppiede con un congegno rotante ho montato una macchina fotografica che ha scattato meccanicamente durante le giornate di apertura della mostra, ricavandone sei schede di memoria. Volevo sottolineare quanto siamo saturati da immagini che registriamo e che non lasciano altra traccia se non quella elettronica… invece io vado per mercatini a comprare vecchie foto…”

 …eliminando così anche l’oggetto per fotografare…; si creano salti temporali notevoli tra le vecchie foto e gli strumenti attualissimi che impieghi…

“Sì, con lo scanner riporto sul piano bidimensionale la mia ossessione per l’immagine-oggetto di cui cerco di appropriarmi mediando tramite lo sguardo dello stesso scanner. Per Identità mobile ho trovato un ritratto, probabilmente degli anni ’50, di una donna sconosciuta, che mi aveva attratto per le somiglianze personali. L’ho rielaborato con dispositivi diversi, tra cui l’Instant Lab (fotografa lo schermo dello smartphone e stampa in Polaroid): il risultato appare come un fotoritocco digitale, mentre è prodotto da un’azione molto concreta, infatti sono io che spostando l’immagine creo una traccia, una distorsione. È un’osservazione digitale assistita da un movimento manuale, che mi stimola riflessioni sull’identità.”

Anche in altri casi hai usato immagini non tue?

 “In Paesaggio mobile ci sono vecchie cartoline, assolutamente anonime, slegate da me. Proprio da una di queste cartoline con un paesaggio di montagna ho iniziato la sperimentazione con lo scanner, scorporando oggetto e sfondo da usare successivamente.

Quali caratteristiche dello scanner te lo fanno impiegare così spesso?

“Mi piace definirlo strumento miope perché ad una distanza superiore ai due centimetri, non distingue più né forme né colori e li registra come variazioni di luminosità.”

I tuoi sono lavori concettuali, sostenuti da un percorso di riflessione e di analisi; l’immagine è il mezzo per socializzarlo e al contempo, per fissare i vari momenti. E’ curioso come riflettere e fissare siano due parole che ci riportano alla fotografia classica.

Riflettere è un termine legato in particolare ad un altro mio lavoro, Pontormo, realizzato con uno scanner portatile che consente il solo movimento verticale. Ne è risultata una serie continua di riflessioni d’immagini tratte da un libro su Pontormo. Anche in questo caso, ho individuato il limite dello strumento e l’ho sfruttato. Per il momento non ho un forte legame con la fotografia classica, analogica, non mi dà molti spunti per sperimentare, molto è già stato fatto. Sento maggiormente la necessità di appropriarmi degli strumenti della mia contemporaneità, soprattutto dei dispositivi ottici di visione.”

Prima hai citato Agamben, noto critico e storico dell’arte contemporanea. Quali sono, se ci sono, altri tuoi riferimenti?

“Sicuramente Francesco Jodice e anche Giovanni Troilo con il quale ho potuto affrontare un argomento che mi sta molto a cuore, quello degli interstizi che si creano tra le varie espressioni artistiche, entro i quali le diverse caratteristiche si mischiano. Ora m’interessano molto le teorie di cultura visuale, che si occupano di storicizzare la visione, riordinando le discipline storiche ed artistiche secondo nuovi canoni. Un importante esponente è l’urbanista e filosofo, Paul Virilio, che ha approfondito il tema del modo e della velocità con cui la tecnologia si sviluppa e influenza tutto il resto, soprattutto la percezione dello spazio-tempo: Estetica della sparizione e Velocità di liberazione sono i testi che rileggo più spesso perché mi attivano il pensiero.”

Insomma la tecnologia portata all’estremo è sempre al centro delle tue tematiche.

“Da un po’ ho iniziato ad usare le riprese delle videocamere di sorveglianza perché mettono in relazione il potere e la visione. Seguo da vicino il lavoro dell’artista americano Trevor Paglen sulle Seeing Machines, un concetto ampliato di fotografia che comprende strumenti solitamente estranei all’arte, come appunto videocamere di sorveglianza, autovelox, satelliti, droni, che acquisiscono meccanicamente immagini al solo scopo di controllo ambientale, una sorta di automazione della percezione.”

Hai all’attivo un gran numero di mostre, collettive e personali.  In questo periodo dove possiamo trovarti?

“Sono alla Fondazione Prada a Milano nella collettiva Give me yesterday  (http://www.fondazioneprada.org/project/give-me-yesterday/), aperta fino al 14 maggio, a cura di Francesco Zanot con il progetto Ho preso le distanze, una selezione di 33 Polaroid (su circa 50 dell’omonimo video del 2013) istallate creando una sorta di piano cartesiano su quattro livelli: le linee orizzontali rappresentano lo spazio, dalla più lontana alla più vicina, mentre sulle linee verticali ho ordinato il tempo, dalla più recente alla più vecchia, per una lettura delle mie relazioni affettive di quel momento e della loro evoluzione. E’ un’esperienza molto positiva, grazie anche al buon dialogo con il curatore, che mi ha aiutata a trovare una nuova veste per un lavoro un po’ acerbo rispetto agli attuali, adatta ad una mostra così importante.

Con Massimo Marchetti sono impegnata in un progetto sul tema della luce, che verrà esposto nel prossimo settembre a Milano per il premio San Fedele. Sono poi stata selezionata assieme ad altri 4 giovani fotografi per la mostra del decennale di Fondazione Fotografia di Modena, “10 years old”, (http://www.fondazionefotografia.org/mostra/10/) aperta dall’11 marzo fino al 30 aprile. La mia opera intitolata 21st Century Bird Watching è una raccolta di frame da video streaming da una videocamera di sorveglianza che ne riprende un’altra. Le immagini, tutte dallo stesso punto di vista e con la stessa inquadratura, raccontano la dimensione temporale di una porzione di cielo in cui s’intromette, prepotentemente lungo la diagonale, un dispositivo tecnologico. Il supporto della videocamera inquadrata diviene ben presto, però, un trespolo su cui sostano una svariata quantità di specie volatili. L’esperienza dell’attività di bird watching diviene così mediata dalla stratificazione di tecnologie visuali e di livelli di lettura, a partire dall’osservazione del cielo e di quello che vi si nasconde. Centrale è, inoltre, l’atto di visione. Guardare è l’attività principale di tutti i soggetti presi in causa: gli uccelli, le videocamere e l’osservatore. L’aquila, come la videocamera, osserva ma è anche osservata, evidenziando il carattere bivalente di un dispositivo ottico, sovente usato come strumento di controllo. L’esercizio del potere viene spesso attuato tramite dispositivi visuali, in cui la visibilità stessa è la condizione di controllo disciplinare.”

Recentemente hai condotto un workshop con studenti delle scuole medie, cosa hai tratto da questa esperienza?

“La mia prima prova d’insegnamento mi preoccupava molto, anche perché il mio obiettivo era far comprendere la potenza dell’immaginazione e provare il senso della libertà e del limite: la curiosità dei ragazzi ha risolto tutto. Ho proposto un percorso completo di sperimentazione con lo scanner, la Polaroid, il disegno, le varie modalità di distorsione dell’immagine e affrontato il tema dell’errore bello. Alcuni scatti dei ragazzi hanno avuto un problema tecnico e inizialmente erano tutti un po’ delusi. Allora abbiamo lavorato insieme per far emergere le qualità positive apportate dagli errori, rendendo più interessanti i risultati. Un ragazzo, a casa, si è esercitato a realizzare altre immagini; al momento della stampa, però, alcuni colori del toner erano esauriti, il ché ha prodotto un effetto inatteso, che mi ha poi riportato la volta successiva, molto soddisfatto del suo personale errore bello.”

Proprio in questi giorni Christine Macel, curatrice della prossima Biennale d’Arte di Venezia, ha sottolineato le valenze politiche e di responsabilità insite nel concetto d’arte, tu cosa ne pensi?

“Penso che la responsabilità sia nella produzione di un qualche tipo di differenza. Differenza nel tipo di sguardo, nel tipo di pensiero, nel modo di fare le cose, nel modo di fare scelte. La fortuna e la salvezza di avere l’arte sta nel fatto che tende sempre a creare una differenza, che la differenza è un valore, mentre spesso viene considerata nella sua accezione più negativa. L’arte è una via che si permette di andare a indagare il particolare, il dettaglio, la piccola storia. Diventa un modo di guardare e conoscere il mondo. E il mondo è molto più complesso, sfaccettato e imprevedibile di quel che si è soliti pensare.

Una mia riflessione a proposito della responsabilità dell’educazione è espressa nell’istallazione “Elastiche” del 2014. Applicai a una sedia scolastica da prima elementare un grande elastico rosso, teso tra due pilastri del colonnato laterale nel cortile del Collegio Venturoli, che rappresentavano i pilastri emotivi e istituzionali delle nostre vite, come la scuola e la famiglia: se uno dei due viene a mancare, questa sorta di fionda si sbilancia e il lancio che ne consegue può risultare disastroso.

Rispetto alla valenza politica della fotografia, è interessante il fatto che sia da sempre ritenuta il mezzo che rispecchia fedelmente la realtà, che ha valore di documento, di testimonianza incontestabile. Tutto ciò è smentito dalla possibilità di intervenire sulle immagini anche in camera oscura, con le pellicole in analogico, per indurre all’equivoco o al falso.”

E così si torna, ancora una volta, alla relazione tra potere e visibilità di cui si parlava prima.

Cristina Villani

Cristina Villani

Vive a Bologna, dove lavora come logopedista al Servizio di Neuropsichiatria Infantile occupandosi prevalentemente di disturbi della comunicazione, del linguaggio e dell'apprendimento, è appassionata da sempre di Arte, in qualunque forma si presenti. Da alcuni anni ha iniziato un percorso nel campo della fotografia

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