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Noi, l’amore e la paura. Ecco Qualcosa a cui pensare

Un divano liso, un ragazzo con l’espressione e i modi che oggi qualcuno ama definire hipster, e uno schermo gigante che proietta Super Mario Bros.
La tipica casa di un ragazzo di oggi tra i venti e i trenta, l’ambientazione della casa del fuori sede che per alcuni diventa subito porto di mare, per altri un guscio ma anche un luogo dove seppellirsi.

Per un attimo, si pensa di stare per assistere all’ennesimo testo sull’apatia del post adolescente contemporaneo, sull’indolenza e l’assenza di prospettive. Quello che scrive, insomma, chi della generazione dei nati negli anni Novanta non fa parte. O fa parte troppo.
Nulla di più sbagliato. Emanuele Aldrovandi – che pure di anni ne ha poco più di trenta – ha scritto qualcosa di più. E di molto meglio.  Qualcosa a cui pensare e su cui pensare, portato in scena al Teatro Libero di Milano.

È vero, un dubbio può sorgere nel momento in cui scorgiamo Giacomo – anzi, Jeer, che suona meglio  – impegnato nella spasmodica ricerca di qualcosa a cui pensare, appunto, su cui arrovellarsi per dare senso alla propria giornata. Sembra confermarsi quando appare Paola – anzi, Plin – l’unica che in casa si rende utile, tanto attiva quanto il ragazzo è pigro. Che apparentemente lo detesta, ma si vede benissimo che è vero il contrario.
E gli ingredienti di quello che se fosse al cinema sarebbe un teen drama sembrano esserci tutti, inclusi due nomi che suonano come parodie dei personaggi di Moccia. E ci si illude di sapere già di sapere cosa si sta per vedere, quando ti accorgi che impedimenti a questo amore, in realtà, non ce ne sono. Antagonisti assenti. E quindi?
E quindi accade che i due ragazzi iniziano a parlare. E ci si accorge che di quello che sembrava così lineare non si è capito niente. Perché da un lato è vero, si sta parlando di una storia d’amore, o almeno di quella che vorrebbe esserlo.  In effetti c’è un ragazzo indolente e una ragazza volitiva. Ma le cose semplici finiscono qui, e anzi anche queste non lo sono quanto appaiono. Perché questo amore mascherato da odio, non ha bisogno del cattivo per non essere. Ad opporsi a questo amore sono i due protagonisti.

Che più che parlarsi parlano a se stessi, sfuggono a se stessi, sgusciando tra le loro stesse parole, che ammaliano e confondono insieme. Dove filosofia e pura quotidianità coesistono in una cascata ininterrotta di frasi. Così quello che intercorre tra i due non è un rapporto, è un’oscillazione in cui il ragazzo, l’anello debole, ricopre di parole la ragazza che vorrebbe, per non doversi confrontare con la realtà di che cosa potrebbe succedere lasciando la presa dai propri appigli. E tuttavia quando lo slancio arriva, è destinato a scontrarsi con un rifiuto, a cui tuttavia subito dopo averlo pronunciato la ragazza non sa dare una spiegazione neanche a se stessa.

Non è soltanto la “distorsione di un discorso amoroso”, (come da sottotiitolo) quella a cui si assiste. È un viaggio nella paura che ciascuno ha di se stesso.  Di cui si può ridere, ma solo per usare la risata da scudo per non volersi riconoscere in ciò che accade in scena. Una rincorsa tra gatto e topo, in cui però entrambi profondono tutte le loro energie per non afferrarsi mai. Come se il loro esistere fosse solo in quello stato di sospensione., e anche il trascorrere del tempo si sconta solo attraverso gli altri, attraverso un mondo condiziona le loro scelte, ma non li cambia. Cariche opposte che per questo si attraggono, ma che non possono poi far altro che respingersi, mancarsi, ritrovarsi e ricominciare da capo. Se avranno posa, non può essere dato sapere.

Una pièce tutt’altro che banale e prevedibile quindi, in un teatro quasi puramente di parola che, come nello stile ormai riconosciuto di Emanuele Aldrovandi si gioca completamente sul piano della cerebralità. Una caratteristica che, lungi dall’inaridirlo, chiede allo spettatore di essere seguito, così come lo sviluppo non consequenziale della storia dei due ragazzi. E che proprio nella sua assenza di immediatezza dimostra tutto il suo valore e il suo fascino. Una scrittura precisa e ed evocativa di per sé, dono di pochi.

Su queste basi anche la regia di Vittorio Borsari, non ha bisogno di espedienti pirotecnici, di voluti  eccessi, per dire il presente. Basta un divano e uno schermo che potrebbe essere una tv qualsiasi, vissuti entrambi. Tanto basta, perché tutto funzioni.
Una struttura che – va da sé – può mantenere il giusto equilibrio e interesse solo se si avvale  dei protagonisti giusti. Roberta Lidia De Stefano e Tomas Leardini lo sono. Perfettamente calati nel testo infondono concretezza e vividezza alla messa in scena con modi mai ampollosi o fuori dalle righe, mai teatrali in senso deteriore. Con la precisione, al contrario,  di chi padroneggia perfettamente le proprie capacità e il proprio valore di attore. Un meccanismo perfetto, dal quale lasciarsi, semplicemente, portare.

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