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I mille volti della Carne di Frosini e Timpano

Sotto la generica etichetta di drammaturgia contemporanea si possono ormai racchiudere le esperienze più diverse. Ma cosa la definirebbe davvero come tale? Forse l’uso di tematiche del presente, anche le più semplici, che possano essere  in varie misura trascese per diventare scenicamente significative. Se così è, Carne, andato in scena al Teatro I di Milano, è un testo senza dubbio contemporaneo.
La premessa è semplice e quanto mai quotidiana. Una coppia qualsiasi, divisa da un muro pressoché inscalfibile. Lei è vegetariana, anzi, vegana. Lui, invece, non è solo carnivoro, ma sembra aver sviluppato il culto della carne e del suo sangue.
Ciò che ne deriva è uno scontro a ritmi serrati, in primo luogo fra le ragioni di ambo le parti. Il testo, commissionato a Fabio Massimo Franceschelli, è però qualcosa di più che una presa di posizione sull’annosa questione del vegetarianesimo.

Apparentemente, infatti, nei loro dialoghi surreali e divertenti monologhi, tra odi al filetto e fantasiosi insulti, abbiamo a che fare soltanto con una coppia che ripercorre soprattutto gli ostacoli della propria relazione, dovuti alla loro insanabile distanza a tavola. Il primo appuntamento e la rabbia di lei per la bistecca, il sarcasmo di cui i vegetariani si vedono spesso investiti. Momenti, in sintesi, di piacevole levità, in cui prendere posizione su una questione, nel suo piccolo, attuale. In realtà, fra le righe ma tutt’altro che celate, occhieggiano riflessioni non così lievi.
Quello che infatti interessa ai due interpreti e registi, Elvira Frosini e Daniele Timpano, è più complesso.
La carne intesa come prodotto culinario è – per i due alfieri del teatro indipendente romano – un pretesto.
Il cibo prima di essere tale è stato corpo, e dopo di ciò, oggetto. È su questo duplice punto nodale che ruota il testo. Da un lato quindi carne sta per carnalità, fisicità, corpo. Anche e soprattutto quello umano. E c’è spazio per tutto. Da un lato la carnalità nei suoi estremi, parossistici e parodiati, dall’accesso di violenza al sesso. Dall’altro, di contro, il corpo inteso nella qualità di oggetto sacro, del quale avere cura, rispetto, amore. Della propria e della carne che dalla carne si genera.
Fra le risate c’è spazio per la filosofia, ma anche per l’etica. L’altro versante infatti, è quello che muove dalla carne che si trasforma. “La carne nasce, la carne cresce, la carne marcisce”. E dopo di ciò diventa oggetto e reifica, come accade a tutto ciò che attraversa il filtro del comune modo di agire occidentale. Così ad essere maschera grottesca di se stesso, in una tirata durissima e dai toni solo apparentemente folli, è non più la carne in quanto tale ma l’uomo occidentale – specificatamente in quanto maschio – nel suo bisogno di rivendicare la propria incontrastabile superiorità esistenziale su ogni cosa.

A sostenere un lavoro del tutto minimale, che si muove su un palco totalmente spoglio, sono un gran numero di musiche che compongono un interessante disegno sonoro, firmate da Ivan Talarico.
In scena, i due attori e registi sono sostenuti esclusivamente da due microfoni ad asta e dell’uso plastico dei propri corpi in una messa in scena a sua volta molto fisica, molto mobile, che tiene sempre desta l’attenzione. I due interpreti passano disinvoltamente e con rapidità attraverso una impressionante mole di registri espressivi, maneggiati con maestria. Dal cabaret ai motivetti che ricordano l’avanspettacolo, fino a passaggi di vera e propria interpretazione – a tratti inquietanti – con un uso accorto delle pause, capace anche di stupire.

Ciò che ne deriva è una originale commistione di modi espressivi difficilmente catalogabile, se non  come “contemporaneo”. Non cadere nel già visto oggi è difficile, la compagnia Frosini/Timpano ci riesce, ed è un merito tutt’altro che indifferente.

 

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