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Utopie e il trauma storico rimosso

Isola Utopia

Il 2016 è stato il cinquecentenario della pubblicazione di Utopia di Tommaso Moro: vi sono stati molti dibattiti, conferenze, convegni, presentazioni di libri, dentro e fuori l’accademia, cui abbiamo partecipato anche noi. C’è stato chi ha auspicato un ritorno all’utopia e chi ha continuato a criticarla da un punto di vista marxista o popperiano, noi abbiamo provato come Associazione Psicogeografica Romana a portare avanti una critica secondo un’impostazione psicogeografica e psicanalitica del tutto diversa, per poi rilanciare. Quello che segue è un ragionamento che ci ha preso molto tempo. Siamo partiti dall’argomentazione per cui gli ideali di giustizia dell’utopista vengano fortemente scossi a seguito di un trauma della propria civiltà, che essi siano visti come compromessi e che egli prenda a provare, dunque, un sentimento di inferiorità, d’incompletezza e d’imperfezione cui occorre una compensazione psicopolitica.

Per compensare l’utopista produce una risposta creativa finzionale che possa portare a sentire, contrariamente, un senso di superiorità, di completezza e perfezione. La sua compensazione è tuttavia anche psicogeografica, la risposta è anche quella di dislocare in un “non luogo” e o in “un luogo migliore” un’intera civiltà in cui siano rimosse tutte le ingiustizie di quella reale, un luogo superiore, completo, perfetto. Il movente individuale della compensazione psicogeografica è dovuto a una dissociazione socio-politica della civiltà di appartenenza a seguito di un trauma storico.

Il trauma storico può essere una guerra persa, un governo tirannico, un dominio straniero, il declino di una civiltà, la scoperta di nuovi territori, la crudeltà nei confronti dei loro abitanti, le enclosures come cambiamento drammatico dalla tradizionale proprietà collettiva a favore di quella privata, la corruzione degli ordinamenti della propria civiltà, la corruzione di una religione, la lotta tra Chiese, il primato della speculazione dei dotti sul pensiero teologico-religioso, una rivoluzione nella religione, le acquisizioni della scienza e la messa in discussione delle vecchie strutture cognitive, la persecuzione di coloro che agiscono per il progresso scientifico, la profonda iniqua disuguaglianza tra i ricchi e i poveri, l’emersione della civiltà industriale.

Il trauma storico produce una dissociazione socio-politica della civiltà producendo uno stato di coscienza collettivo alterato in cui si perde il senso della realtà. Tale dissociazione socio-politica è dovuta alla necessità di rimuovere l’evento del trauma storico e dimenticare. Per dirla con van der Kolk: le civiltà traumatizzate ricordano contemporaneamente troppo e troppo poco. Ritorna continuamente una narrazione storica di comodo sulla quale una civiltà insiste per giustificare il proprio comportamento distaccato dalle proprie ingiustizie e forme di corruzione, il potere diviene paranoico, la società non riesce a produrre una riflessività su stessa, la religione, le superstizioni e l’animismo divengono sempre più influenti, non si è in grado di riconoscere la verità dei propri oppositori per una perdita del senso di realtà, sono i momenti ciclici della post-verità. Troppo poco perché tale comportamento di una civiltà è dovuto a una parte della propria Storia rimossa che resta nell’incoscienza e che se ricordata la libererebbe.  Se la Storia ordinaria è adattiva, flessibile e può modificarsi per adeguarsi alle circostanze del momento, riscrivendosi a ogni generazione per difendere i rapporti di forza in vigore, per compensare la sua parte di memoria rimossa. La Storia traumatica della civiltà è congelata, resta immutata ed è rappresentata spesso da un concatenamento di eventi isolati, umilianti, alienanti. La civiltà traumatizzata ha un popolo scisso. I popoli scissi credono che la loro società sia eterna e che non possa cambiare, che al cambiamento vi siano ostacoli insormontabili. Non si aprono più a nuovi elementi e alla loro assimilazione. Hanno come abbiamo visto una Storia duale, in cui quella rimossa continua a lavorare producendo sintomi che spesso si presentano nella forma di ideologie condivise reazionarie, tiranniche, corrotte e distruttive. Solo l’associazione, l’integrazione della memoria storica dissociata del trauma nella narrazione e nell’azione storiche correnti può liberare una civiltà, come spesso dicono gli psicoanalisti più avanzati: “quello è successo allora e questo sarà ora, d’ora in poi”.

Così l’utopia stessa può essere considerata, in generale, come la compensazione psicogeografica a una dissociazione socio-politica dovuta a un trauma storico. Il trauma storico ne La Repubblica di Platone non è che quello del declino di Atene. La Repubblica fu scritta qualche decennio dopo, quando il trauma storico era stato già rimosso. La guerra del Peloponneso, il governo filo-spartano e d’impostazione atea e sofistica dei Trenta Tiranni, il ritorno di una democrazia conservatrice che niente aveva a che fare con quella di Pericle. La Repubblica è, inoltre, strettamente correlata con l’esperienza fallimentare della vita politica di Platone in Sicilia. La civiltà ateniese aveva vissuto una profonda dissociazione psicopolitica che aveva portato a comportamenti allucinatori come dimostra la modalità contorta con cui venne condannato Socrate. Nonostante le suggestive parole di Bloch, per Platone la speranza è parte del mondo delle opinioni, non ha alcun presupposto reale. Quindi La Repubblica resta nel dominio della finzionalità, una commedia, non in quello della prefigurazione verso un nuovo tipo di società comunistica possibile. Nell’Utopia di Tommaso Moro lo dice chiaramente Raffaele Itlodeo nel celebre dialogo sulla rigida giustizia inglese contro i ladri, i quali venivano impiccati sino a venti in un patibolo mentre gli assassini venivano trattati con incomprensibile tolleranza. Per Itlodeo la vera ragione di tanta crudeltà verso il furto aveva origine nelle enclosures di quegli anni (1516). Si tratta di un flashback che torna spesso in questo periodo storico ad agitare i fantasmi della società inglese e che viene represso aumentando l’ingiustizia e la crudeltà consapevole verso i poveri e i vagabondi. Itlodeo è lo psicoterapeuta che fa tornare il rimosso e produce una compensazione psicogeografica, ma senza riuscire ad evitare la dissociazione socio-politica. Anche qui Tommaso Moro alla fine ammette che non può aderire a tutto ciò che sa di Utopia, a tutto ciò che ha raccontato Itlodeo, e che ha poca speranza di vederle attuate. Da una parte Itlodeo dall’altra Moro stesso che si rifiuta di sperare in tanto.

Quanto a Tommaso Campanella egli aveva subito sia il trauma storico che quello individuale, dapprima il Sant’Uffizio, poi le torture dell’Inquisizione Spagnola cui sfuggì facendosi passare per incapace di intendere e di volere, poi il carcere dove nei primi cinque anni di prigionia s’impegnerà alla stesura della sua utopia (1602). Il sole è letteralmente ciò cui Campanella non può accedere, esso rappresenta sia la vita libera sia la libertà di studiare la natura e la magia che la Controriforma gli ha negato. C’è solo una differenza con Tommaso Moro, che la sua utopia per quanto più perfezionista, teologica e asfissiante, aspetto comprensibile vista la sua situazione disperata, ha una finale aperto, resta dischiusa. Egli aveva trovato sì una compensazione psicogeografica nell’isola di Taprobana nell’Oceano Indiano ma il Genovese non ha tempo di dire tutto sui Solari, perderebbe la nave. Finisce, nella versione volgare, con l’Ospitalario che dice: “Aspetta, aspetta” e il Genovese che risponde. “Non posso, non posso”.

Se l’utopia di Campanella ha un finale aperto, quella di Bacone, pubblicata postuma, ha un finale incompiuto, egli riuscì a scrivere da una posizione di sicurezza rispetto a Galileo Galilei, tuttavia anche qui abbiamo un utopista che era stato un potente politico e che quando scrisse La Nuova Atlantide (1624) era caduto in disgrazia. La sua compensazione psicogeografica è dovuta alla sua intima convinzione che il tempo sia ciclico e che il ritorno alla barbarie sia sempre dietro l’angolo, che la tecnica non è neutra, ma può essere utilizzata per il male come nel caso delle guerre o dalla costatazione che, inoltre, gli uomini di scienza abbiano vita più difficile fuori dall’Inghilterra, perseguitati dal Sant’Uffizio e messi al rogo. La nuova Atlantide non è che la vecchia Atlantide, superiore perfino ad Atene, popolata di uomini che non sono figli di Noé, regrediti dopo un diluvio e costretti a ricominciare d’accapo. Nell’isola di Bensalem la compensazione corrisponde al tentativo di proiettare una società dove la concezione del progresso sempre a rischio di Bacone è rassicurata con una perfezione, completezza e superiorità che sembra al riparo da qualsiasi ritorno alla barbarie grazie a regole morali severissime e all’austerità dei costumi, tanto che lo stesso scegliersi per il matrimonio nudi di Utopia è fin troppo avanzato moralmente a Bensalem. Anche per Bacone la speranza è buona a colazione, ma pessima a cena.

Insomma filosofi, magistrati, sacerdoti, scienziati, a ogni società il suo psicoterapeuta che la salvi dal trauma storico ma manca sempre il coraggio di portare a termine la terapia fino in fondo.

Ogni volta che vi è un trauma storico va riaffermato che vi è una perdita del senso di realtà. Ad esempio l’attuale crisi economico-finanziaria ha la sua origine nell’emersione di un potente movimento studentesco e operaio negli anni ’60 e ’70 che produsse uno choc alla civiltà capitalista. La civiltà capitalista reagì rimuovendo quel movimento dalla propria Storia corrente e negandolo del tutto quando si presentavano flashback. Non volendo riconoscere i sintomi e da dove provenissero la civiltà capitalista ha continuato a prenderli come il suo carattere ordinario e non psicopolitico-patologico: pensiero debole, relativismo anomalo, competizione abnorme, individualismo cinico e intossicato, libertà come auto-sfruttamento a auto-vessazione e sfruttamento e vessazione altrui, perdita del senso di realtà (i noti ritornelli postmoderni: “anything goes”, “le classi non esistono più”, “è solo una tua opinione”), immaginario depresso, allucinatorio e distopico, rifugio nell’eterno presente e nel frivolo o nell’eclettismo storicista (il passato revisionato, le origini reinventate, il piacere per l’oscuro gotico). Inoltre, il fallimento del comunismo storico, nonostante si trattasse di dittature sul proletariato, aveva permesso di compensare il senso di inferiorità che le società occidentali ne avevano, per via del suo monopolio degli ideali di giustizia nel mondo, permettendo loro di sentirsi superiori con la concessione di una società più libera, funny e garantita, ora veniva meno. L’accanimento verso la parte di Storia rimossa che tendeva a riemergere attraverso flashback ha portato la civiltà capitalista a distruggere aggressivamente del tutto la potenza del lavoro che la sosteneva, frantumandola, disperdendola, dislocandola. Una terapia choc che si è rivelata sbagliata, quella neomarginalista che asseconda i sintomi del trauma portandoli alle estreme conseguenze, ha creduto di riportare il senso di realtà incorporando la sua ricchezza negli immobili. Di restituire il principio di realtà inchiodando la popolazione al suolo. Da una parte la popolazione sopravvive alla distruzione del lavoro e alla relativa diminuzione del potere d’acquisto del salario e del salario tout court grazie alla proprietà della casa il cui valore iniziale tende a scendere vertiginosamente e, dall’altra, la civiltà capitalista ha potuto compensare a questo di stato di cose attraverso la produzione di denaro a mezzo di denaro, ovvero dissociandosi dalla produzione reale e comprandosi il futuro della popolazione. Tutta la storia del capitale può essere vista come una reazione continua agli choc prodotti dalla lotta di classe. In quest’ultima fase la civiltà capitalista sta peggiorando le proprie condizioni perché la dispersione della potenza del lavoro ha spossato le lotte di classe, evento che le ha fatto perdere la sua capacità di reazione e resilienza e, quindi, di recupero. La crisi corrisponde al declino di una civiltà, quella occidentale, che avrebbe bisogno di ricordare la sua parte di Storia congelata: quella del movimento operaio e, più recentemente, quella del movimento studentesco e operaio degli anni ’60 e ’70. In caso contrario continuerà a non riuscire a vedersi allo specchio, non riuscirà a nominare la propria epoca, non avrà capacità di immaginare il futuro delle generazioni a venire, la relazione tra competizione e cooperazione continuerà a restare in un perenne stato di psicosi, la verità sarà impossibile da riconoscere e il popolo scisso penserà o che non vi sia alcuna alternativa o seguirà ideologie lavoriste, oscure, individualiste, reazionarie, tradizionaliste, tiranniche, corrotte e distruttive.

Molte volte individui che compensano un senso di inferiorità raggiungono grandi risultati, ma in questo caso non trattandosi di un complesso di inferiorità come gli altri bensì di un individuo che prova tale sentimento non per sé ma a causa di un trauma della propria civiltà, la compensazione non basta. Questo è il grave problema delle utopie. Le utopie tendono così a essere dei sistemi chiusi, isolati, congelati nello spazio e nel tempo, anche se superiori, completi e perfetti.  È una risposta al trauma che tende a rimettere le cose a posto, come dovrebbero essere, secondo gli ideali di giustizia dell’utopista. Ma il suo senso di inferiorità lo danneggia in quanto la superiorità, la completezza e la perfezione sono raggiunte al prezzo di un’ulteriore ingiustizia: l’autoritarismo e la stagnazione della società perché priva di divenire e irregolarità. La dissociazione socio-politica è psicogeografica perché vi è un luogo duale, quello reale e quello fantasmatico, vi è il luogo ordinario e il luogo dove vi è celato il segreto della causa del trauma. Occorre leggere un’utopia per comprendere il trauma del suo tempo. Dunque l’utopia non è il lasciarsi alle spalle l’evento del trauma, è come uno psicofarmaco o una droga che permette di reggere ai danni del trauma, non di superarlo.

Il ritorno della storia rimossa è l’unico modo di far riemergere una civiltà dal suo stato psicopolitico-patologico, lasciarsi alle spalle l’evento del trauma e andare oltre, dal punto di vista socio-politico l’unico modo per guarire è con una qualche forma di rivoluzione, in cui il popolo scisso ricominci a narrare l’evento rimosso e a pretendere che la causa non si ripeta più. Le rivoluzioni dopo quella d’Ottobre, che va considerata una rivoluzione riuscita ma che ha dovuto subire un’evoluzione paranoide estrema (stalinismo) cui è seguito un crollo psicotico a causa del suo avversario traumatizzato i cui sintomi come la perdita del senso di realtà rendevano difficile affidarsi concretamente in tempo di guerra fredda ai suoi reali propositi (in pratica la società comunista ha avuto una ricaduta in quanto la controparte non ha saputo fare lo stesso passo di guarigione), sono false rivoluzioni.

Nessuna delle civiltà che ha fatto la rivoluzione dopo quella di Ottobre (tranne la guerra civile spagnola e le esperienze di rivolta consiliare che si sono manifestate sporadicamente qua e là, fino al Rojava) si è lasciata alle spalle il suo evento traumatico e questo perché hanno continuato a tenere congelata la propria parte di Storia danneggiata congelata. È nella storia ordinaria che si è svolta la cura rivoluzionaria e non in quella rimossa. Come si può arrivare al ritorno della storia rimossa e una reale rivoluzione?  Riteniamo che si debba passare come fu in passato ancora per l’utopia, ma in una forma nuova. Essa non si dovrà più presentare come una forma di compensazione di un senso di inferiorità, ma come una talking cure diffusa, condivisa, reticolare, cooperativa, meticcia, sincretica, libidica, una narrazione aperta e collettiva e non come la proiezione pulsionale sul mondo di un solo autore maschile. Né ripetere gli errori delle utopie moderne opera di donne (come SCUM) in cui il processo di compensazione avviene come rivincita immaginaria contro il patriarcato, il patriarcato va vinto nella realtà e non attraverso un’attività creativa fantasmatica o consolandosi con la costatazione delle origini ginecratiche della civiltà occidentale. Non partendo da un senso di inferiorità e producendo un trasferimento dell’intera civiltà in un luogo migliore chiuso, isolato, superiore, completo, perfetto si otterrà un’utopia all’altezza dei tempi.

La dislocazione psicogeografica è necessaria, ma la narrazione produrrà l’essere in comune delle differenze in un luogo singolare. Occorre che l’utopia sia aperta, incompleta, non perfetta, non superiore, ma differente, le irregolarità le gioveranno perché saranno spiragli che fanno scorrere il divenire e che quindi spezzeranno il suo isolamento, la sua chiusura, il suo autoritarismo. Solo con un’utopia collettiva di questo tipo la Storia rimossa riemergerà e renderà possibili le condizioni di una reale rivoluzione verso una società differente che abbia superato il trauma di quella precedente.

Una civiltà completamente guarita probabilmente non sarà più una civiltà, perché l’origine antico del trauma è proprio nel processo di civilizzazione stessa e la sua guerra psichica permanente. Abbiamo bisogno per questo di far entrare tutti i barbari alle porte.

Una bibliografia, una mappa per orientarsi…

SULLA COMPENSAZIONE:

  • Adler A., Inferiorità e compenso psichico, Mimesis, Roma, 2013.

SULLA PSICOGEOGRAFIA:

  • Debord G., Oeuvres, Gallimard, Paris, 2006.
  • Vazquez D., Manuale di psicogeografia, Nerosubianco, Cuneo, 2010.

SUL TRAUMA:

  • Freud S., Ferenczi S. Abraham S., Simmel K., Jones E., Psicoanalisi delle nevrosi di guerra. Newton Compton Editori, Roma, 1976
  • van der Kolk., Il corpo accusa il colpo. Mente, corpo e cervello nell’elaborazione delle memorie traumatiche. Raffello Cortina, Milano, 2015.

UTOPIE:

  • Bacone F., La Nuova Atlantide, TEA, Firenze, 1991.
  • Campanella T., La città del sole, Laterza, Roma-Bari, 1997
  • Moro T., Utopia, Laterza, Roma-Bari, 1970.
  • Platone, Repubblica, Laterza, Roma-Bari, 1970.

SULLE UTOPIE:

  • Bloch E., Spirito dell’Utopia, La Nuova Italia, Scandicci, 1972.
  • Bloch E., Principio Speranza, Garzanti, Milano, 2005.
  • Marx K., Engels F., Manifesto del Partito Comunista, Mursia, Milano, 1973
  • Mumford L., Storia dell’utopia, Donzelli, Roma, 2008.
  • Popper K., La società aperta e i suoi nemici, Armando, 1973, vol. 1.
  • Rosenthal B., Fine delle utopie sul buon governo, Arcana, Roma, 1979.

SULLA PSICOPOLITICA:

  • Blissett L., Totò, Peppino e la guerra psichica, AAA, Bertiolo, 1996.
  • Han B.-C., Psicopolitica, Nottetempo, Roma, 2016.

SULLA SOCIOPOLITICA:

  • Debord, Commentari sulla società dello spettacolo, Sugarco, Milano, Italia, 1990.
  • Rosenthal B., Miseria della politica, La Pietra, Milano, 1978.

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