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Percezione. Lo spettro dei mille significati.

Se esiste un problema estetico che, semplice all’apparenza, si rivela assai complicato, è proprio quello della percezione.
Nel linguaggio comune questa parola ha uno spettro di significati enorme, e quindi bisogna un po’ circoscriverne il significato per usarla in ambito strettamente estetico. Diciamo che con percezione s’intende la conoscenza di un oggetto reale, un contenuto della conoscenza, che viene dai sensi. In questo modo la si distingue dalla semplice sensazione, che non ha un contenuto definito.

Ecco che si apre subito un problema evidentemente estetico: o la percezione è un semplice accumulo di sensazioni a partire da un “oggetto”, la cui conoscenza è limitata appunto a ciò che dicono i sensi (Kant), oppure la percezione è un tutto complesso che non si forma per accumulo, ma si dà come un tutto organizzato di cui bisogna indagare una complessità che non è fatta a strati, dal più semplice al più complesso – e quindi attraverso la percezione abbiamo una rappresentazione della realtà che non è affatto “minore” rispetto ad altre, o facilmente ingannabile come si crede spesso, ma alternativa alla rappresentazione della ragione o del linguaggio.
In virtù di questa alternativa sempre presente tendiamo a dimenticare che la nostra percezione non è capace di cogliere valori assoluti – come invece parrebbe dalla traduzione linguistica delle percezioni ordinarie, che inseriscono tutto in etichette preconfezionate. Eppure la nostra percezione è in grado di accorgersi solo delle differenze, delle sfumature, dei cambiamenti di stato: è la cultura a mettere etichette alle percezioni, definendone alcune come più importanti di altre, e degne di essere chiamate, per esempio, “rosso”.
In questa interazione tra linguaggio e percezione sta tutto il problema estetico della rappresentazione di un mondo che sia il più possibile comune a tutti e tutte.

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