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La volata di Gifuni restituisce corpo a Testori

Teatro e cinema hanno ormai reso labili i loro confini, soprattutto per quanto riguarda gli interpreti. Si è così diffuso anche sul palcoscenico il gusto di larga parte del pubblico di andare a teatro per vedere da vicino l’attore, piuttosto che scoprire la storia che questi ha da raccontare. Un costume che diventa palese quanta più fama circonda il protagonista che sale sul palco. Fabrizio Gifuni è senz’altro tra quelli che correrebbero in molti casi questo rischio. È invece fra coloro che meglio riescono ad evitarlo, se non il migliore in assoluto in Italia. Ne è prova evidente l’ultima delle sue sperimentazioni che si muovono sul confine fra teatro e letteratura, la lettura scenica del primo capitolo – espunto e poi reinserito nelle edizioni Mondadori – del Dio di Roserio di Giovanni Testori.
Sperimentata per la prima volta nel 2016 nel corso del Premio Testori, torna al Teatro Franco Parenti, questa volta in una forma scenicamente compiuta e curata. Il Gifuni che entra in scena a tratteggiare le prime fondamentali coordinate di quello che andrà a leggere, si muove in un quadrato di luce perfettamente delimitato, circondato da scheletri di biciclette. Si sta, infatti, parlando di ciclisti. O meglio, di ricerca di gloria in sella a una bicicletta. È la gloria nazionale quella che desidera l’astro nascente Dante Pessina, ma il prezzo per ottenerla potrà essere molto salato.
A farne le spese il suo gregario, Sergio Consonni, costretto da ordini di scuderia a porsi al suo servizio e che in realtà finisce col farlo di buon grado, perché così funzionano le corse in bici, anche quelle dell’immediato dopoguerra in cui sembra ambientata la vicenda.
E quella in cui Gifuni si lancia è una corsa a perdifiato in bicicletta fra Lecco e Milano, la Milanesi. Non soltanto fra le pagine, ma anche sul palco. I muscoli tesi dei due corridori, la loro fatica, l’adrenalinica incoscienza della volata apparentemente infinita di Consonni, si specchiano nell’impressionante sforzo fisico di Fabrizio Gifuni stesso. Alla messa in scena concorre ogni muscolo e ogni fibra del corpo dell’attore; e non potrebbe essere altrimenti – spiega prima di iniziare la corsa – perché le parole del drammaturgo novatese “vengono dal suo corpo e ad esso devono essere riportate agite”.
È questo agire a spogliarlo della veste dell’attore per trasformarlo concretamente nei corridori, assieme a un uso sapiente per lui consueto delle voci, delle modulazioni e di un lombardo sorprendentemente preciso, che lo rendono quasi irriconoscibile tra dentro e fuori il palco. La sua espressività calamitante non è quella di uno straordinario attore che declama, ma quella di un atleta che nel “noi” che evoca prima di iniziare raccoglie tutto il pubblico, chiedendogli di respirare, ansimare, sudare e faticare con lui e con Consonni.
Lo spettacolo o è così o non è. Ma Gifuni ha il talento per fare in modo che sia. Che esistano le fette di limone, le volate e il vortice senza respiro in cui è il paesaggio a muoversi, a piegarsi e schiantarsi addosso ai ciclisti, in una esaltazione del moto sospesa fra il futurismo e l’atmosfera visionaria in cui il mondo perde forma e sostanza.
Fino a riacquisire quella più dolorosa: un sasso che colpisce Consonni, caduto dalla bici. Spinto dall’uomo che voleva aiutare, e instupidito forse per sempre. Eppure è la sua la voce cui Gifuni si è prestato, in un vorticoso mulinare di salti temporali tra il ricordo e il presente che la lettura sa rendere limpidi. Ciò che ne deriva è uno spettacolo che acquisisce piuttosto i tratti dell’esperienza, affascinante e riuscitissimo, una caduta dentro al prezzo che Pessina ha dovuto pagare per essere ciò che sognava, nel “delitto senza castigo” che lo tormenterà per il resto della vita. Ma soprattutto una meravigliosa cavalcata accanto alla gioia di un uomo felice di ciò che faceva, insensibile alla velenosa rabbia del compagno di squadra mentre ne disegna i tratti con la prosa artistica e a tratti persino sensuale nella concretezza quasi tattile che Testori gli attribuisce.
Tanto Pessina è maligno, tanto Consonni è pervaso – e il pubblico con lui e con l’attore che in lui è scomparso, dalla gioia di correre. Dove l’uno nel raggiungere il suo obbiettivo si perde, l’altro – anche cadendo – lascia al pubblico seguirne il volo.

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