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Hic iacet omnipotens homo sapiens. Cronache da un carcere di carne. Nel Museo di Arte di Olomouc.

After the End – Hic Iacet Omnipotens Homo Sapiens, Věra Nováková

È una domenica pomeriggio di marzo quando entro per la prima volta entro nel Museo di Arte di Olomouc. Olomouc che è l’ex capitale dell’arcivescovato di Moravia, che è una delle regioni della Repubblica Ceca, che è quel paese dove la birra costa pochissimo, la parola “arte” si traduce con una sequenza impronunciabile di nasali e alveolari (umĕní) e i musei alla domenica sono gratis.

Dicevo, è una domenica pomeriggio e io sono arrivata qui in Erasmus da poche settimane: devo vedere ancora quasi tutto e comincio dal museo. Lo faccio perché la goffa traduzione di google dice che la mostra in corso si chiama Un frullio d’ali: la figura dell’angelo nell’arte dal Medioevo a oggi.

Una scelta folle come potevano farla solo qui: dieci secoli di tele e sculture che si rincorrono sullo stesso piano. E mi piace riconoscere le forme che mi hanno insegnato da piccola: la spada agli angeli guerrieri, quattro ali ai cherubini, le parole dorate dei messaggeri.

Ma la mia preparazione è sempre più inutile man mano che avanzo: negli anni la figura angelica si leviga o meglio si spoglia di ogni implicazione escatologica per farsi – più che messo di una realtà oltre e dopo, immagine e anzi spettro di un’ansia (di una rabbia, di una paura) che è tutta quanta qui e ora.

 Dispersa l’antica nobiltà, gli arcangeli si fanno spettri malati, fantasmi delle paure più antiche e più nuove di soccombere, di invecchiare, di essere dimenticati. E l’era post atomica li plasma con i lineamenti di un’umanità che non è stata per un soffio e forse sarà, neutralizzata e consumata, così decomposta da essere tornata allo stato germinale, di nuovo impotente e nuda e pura all’ inizio del ciclo dopo averne superato la fine.

Si chiama così (After the End – Hic Iacet Omnipotens Homo Sapiens) l’opera di Věra Nováková davanti a cui mi fermo per la gioia di chi, per schivarmi, deve schiacciarsi contro la parete del corridoio troppo stretto.

Mi fermo per quei due bambini metastatizzanti e quasi eterei nella loro notte d’apocalisse senza giudizio. Mi fermo per quell’angelo blu che cala dal cielo forse per chiamarli forse per (di nuovo) cacciarli e lo interrogo per capire cosa mi dice, che sia speranza, che sia paura, una paura dannata il suo messaggio ora che per decifrarlo non me ne faccio nulla di quello che ho imparato, ora che la sua voce si ripiega su se stessa e sceglie la sua lingua, ora che perde di colpo tutti i secoli di stratificazione simbolica. Mi dico: abbiamo perso una cultura secolare e siamo analfabeti senza saperlo. La voce di ogni oggetto dipinto si stratifica ben oltre la sua immagine ma in pochissimi hanno gli strumenti per poterla ascoltare. Cos’è, la noncuranza, la fretta ad averci fatto perdere il nostro vocabolario simbolico?

Lo chiedo, fra gli altri, al mio professore di Antropologia (ne ho uno, qui in Repubblica Ceca: è  spagnolo e il suo inglese ha il ritmo sincopato di una canzone degli Ska-p). Lui mi guarda stranito perché la domanda o è insensata o è posta male.

Quando? Quando avremmo perso il nostro vocabolario simbolico? (Non si riferisce chiaramente alle ampolle di acqua limpidissima dei fiamminghi, ma non so come intervenire e lo lascio parlare). Dice: l’ uomo è in prima istanza animale simbolico e simbolica è tutta quanta la sua organizzazione del mondo. Simbolo è la giacca che indossi o il fatto che tu ti sia fatta o meno un tatuaggio. Simbolo è il modo in cui cammini, se sostieni uno sguardo o invece lo abbassi. E stupida io che piangevo la scomparsa della più umana delle lingue. Che è sempre solo nostro il tristo privilegio di chiamare tutte le cose, di poterci leggere addosso i segni della nostra identità, così che ogni gesto sia in realtà la sillaba di un nome che a volte dimentichi di star pronunciando, soprattutto quando il nome che ti danno si fa troppo grande o troppo piccolo e l’immagine che ti si legge addosso è stilizzata, stretta, soffocante. E i vestiti i capelli la forma del tuo naso il colore della tua pelle da simbolo sono ora condanna, e non puoi mai scappare se a denunciarti è  la tua voce, se la tua colpa è il tuo corpo, non puoi scappare come prima di te non sono scappati i neri e gli ebrei, come ora non scappano gli omosessuali ceceni che non sapevano bastasse un nome per descriverli, figurati per mandarli a morire nei gulag.

Leggo che è stato il simbolo a separarci dalla scimmia, e l’impero del nome sta alla base della supremazia dell’ homo sapiens sapiens. E forse un po’ mi terrorizza che sia quest’ansia di dare nomi e di tracciare confini a farci uomini. Mi terrorizza per la forza spropositata che ha, per lo spietato sadismo con cui ce ne aggrappiamo. Mi chiedo dove possa portare e mi tornano in mente quei progenitori postapocalittici, gli Adamo ed Eva bambini della Nováková, disperati e invincibili nel loro tenersi per mano. Mi chiedo: resti e insieme semi di un’umanità che ha perso tutto: se potesse ricominciare da dove inizierebbe. E ancora: farebbe tutto daccapo?

Io lo so che sono domande molto lunghe ma d’altronde il museo di domenica è sempre gratis e io sono quasi sempre libera.

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