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Viva Arte Viva. La Biennale, la vernice.

Sicuramente la cosa più chic della Biennale d’arte più importante al mondo è il termine usato per la sua inaugurazione: vernice. Questo sostantivo viene proprio dalla pratica di verniciatura messa a lucido, che veniva data sui quadri pochi giorni prima della mostra per dargli una migliore lucentezza. Parola che viene usata poco in italiano, ma che invece per la Biennale di Venezia indica proprio quei 3 giorni in cui, solo quello che io chiamo il circolo virtuoso o meglio vizioso dell’arte, assale la città già affollata dai cinesi, che ormai non sono più gli unici a fare foto a qualsiasi cosa.

In questi giorni, che per la 57. edizione sono stati il 10, 11 e 12 maggio, correre è la parola d’ordine. Critici affannati, curatori carichi di sacche piene di fogli appunti e cataloghi, collezionisti vestiti di tutto punto, giornalisti, e poi si anche loro naturalmente, gli artisti. Infine ci sono quei personaggi che fanno sempre da cornice ad un evento del genere, gente che con il suo look e il suo eccentrico (a dir poco) abbigliamento, trova qui per 3 giorni, il suo habitat naturale.

A me questo circo è sempre piaciuto, e devo dire che  incontrare e parlare, con tutte queste persone ti da sempre modo di avere uno scambio ed un confronto vero. Inoltre non manca mai quella ‘corsa’ per dire qual è il padiglione migliore, l’artista da premiare o la mostra dove ti consigliano di andare.

Io, come al solito, non ho consigli da dare o giudizi da esporre: posso solo raccontare le mie emozioni; insomma: la mia Biennale.

Viva Arte Viva curata da Christine Macel, io inizio a vederla dall’Arsenale, vari i padiglioni (anzi Trans Padiglioni) a tema. L’inizio è la Terra, dove trovo per esempio, Michel Blazy che ha allestito una particolare serra con vecchie scarpe da ginnastica, dalle mie amate Adidas alle New Balance,  rigenerate in vasi pieni di piante aromatiche e fiori. La mia attenzione è poi attratta da un video con davanti due cactus il titolo è: Le scimmie delle nevi del Texas: chissà se le scimmie delle nevi si ricordano le montagne innevate?. Ecco: voi magari non ci avevate mai pensato, un quesito, che giusto un artista come il giapponese Shimabuku poteva porsi no? Non solo, lui per avere la risposta è andato in Texas a vedere come si erano  ambientate queste scimmie portate lì nel 1972 dalle montagne  Giapponesi di Kyoto. E dopo aver trascorso alcuni giorni con loro ha deciso di realizzare una montagna di ghiaccio per loro, per vedere se si fossero ricordate del loro passato. Ecco avete mai pensato a nulla di più romantico?

Tra Tradizioni, Sciamani, Colori, cammino in mezzo a tessuti, fili da intrecciare, un artista che spazza la luce, e costruzioni di labirinti tra specchi e vuoti che ti fanno perdere il senso della realtà.

Arrivo davanti ad un grande cerchio con 1.500 maschere, il Cile, in un’installazione dell’artista Bernardo Oyarzùn. Le maschere appartengono alla piccola e sopravvissuta comunità dei Mapuche Collòn, tutte che guardano il pubblico, sorrette da aste di metallo. Sulle pareti a caratteri rossi scorrono i loro cognomi, quasi 7000, per ricordare al mondo che ci sono e vivono portando ancora avanti la loro antica etnia. L’arte che comunica, che mette in relazione anche popoli sperduti con il resto del mondo.

Esco dal Cile ed inizio a pensare cosa troverò al padiglione Italia, chi lo so già, la curatrice Cecilia Alemani aveva già annunciato da tempo i suoi tre artisti: Roberto Cuoghi, Adelita Husni-Bey e Giorgio Andreotta Calò.  

Così varco la soglia de Il mondo magico; Roberto Cuoghi  prende una buona parte del padiglione con una fabbrica di figure devozionali ispirate al testo medioevale Imitation Christi. Meravigliosa costruzione di un luogo non luogo, che mi fa subito pensare ad una delle mie serie preferite (sarò dissacrante),  Wayward Pines. La storia di Wayward si svolge in una cittadina popolata da sopravvissuti del genere umano, costretti a proteggersi da creature mutanti, che vivono nel bosco attiguo la città. Questi esseri mostruosi si chiamano Abi, diminutivo di aberrazioni feroci,  ma che a fine serie sembrano cercare una ‘collaborazione’ con gli altri umani (la storia è un po’ più complicata, naturalmente). Comunque,  io mi sono sentita come un umano che varcava l’ingresso del bosco, camminando in mezzo agli Abi. Nelle micro stanze create da Cuoghi si sentono e si vedono anche gli odori e mutamenti diversi su questi corpi corrosi dalle muffe. Decomposizione e composizione, morte e rigenerazione (quanto mi piace questa parola). Imitazione di Cristo è certamente una delle più belle ed emozionanti opere di questa Biennale.

Nella sala successiva un video di Adelita Husni-Bey, The Reading/La Seduta, realizzato con un gruppo di ragazzi americani. Si tratta di un workshop con una serie di incontri per far riflettere e parlare i giovani su temi come l’ambiente e lo sfruttamento della terra.

Mentre stavo per uscire dal Padiglione Italia mi rendo conto che mi mancava il terzo artista, ma ero di passaggio in una stanza completamente buia con dei ponteggi, guardo bene, metto a fuoco, e vedo un po’ di fila verso una scalinata di ferro. Vado e l’attesa secondo me, avrebbe comunque dovuta metterla come ‘regola’ Giorgio Andreotta Calò, per la sua installazione Senza Titolo (la fine del mondo). Stare lì ferma, e cercare di vedere le espressioni delle persone che a fine scalinata si giravano per guardare cosa c’era là sopra, era bellissimo e creava ancora più curiosità dando spazio all’immaginazione. Riesco a salire anche io, volutamente mi giro solo all’ultimo gradino. Una meraviglia, il tempo fermo per avere la possibilità di capire poco a poco cosa aveva costruito l’arte. La parte superiore dell’edificio divisa in due da un pavimento che capisci solo dopo che non è ricoperto da uno specchio, ma da acqua. Ferma immobile, riflettente. Il doppio e la sua simbologia.

E’ un vero mondo magico.

La mia corsa continua ai Giardini.

Il Giappone propone come artista Takahiro Iwasaki Capovolta è una foresta. Nato e cresciuto ad Hiroshima, il suo lavoro e la storia del suo paese sono marcatamente presenti nelle sue opere. Entro solo nella parte superiore del padiglione, per via della fila chilometrica che c’era in quello inferiore. Trovo sculture realizzate con cipresso giapponese e un cumulo di stracci in mezzo alla stanza. Lenzuola, asciugamani, abiti raccolti a Venezia ed in Giappone, con dei fili tirati dai tessuti, Iwasaki crea dei piccoli tralicci che compongono montagne russe o rotaie ecc… Ma la cosa singolare è che tutte le persone che erano in fila al piano di sotto, una ad una, sbucavano fuori con la testa dal centro dei panni assemblati a terra. Ho fatto bene a non mettermi in coda.

Notevole, sempre per me, Tracey Moffatt (Australia) My Horizon con una narrazione video e fotografica sulla questione dei viaggi della disperazione degli esseri umani.

Ma il padiglione che mi ha fermata veramente è l’Egitto con l’artista Moataz Nasr, The Mountain. Enormi schermi, un odore forte di terra e sassi sui quali sedersi, la scena ricostruita ti fa stare perfettamente in sintonia e dentro la storia raccontata. Una sequenza sfalsata di video, un cortometraggio con il racconto di una bambina che poi diventa donna, scappa e poi torna nel suo paese. Questo  per cercare di uccidere le sue paure, le sue ansie e i miti che lei e tutti noi ci creiamo molto probabilmente per proteggerci. She’s died? She’s alive?.

Mi rendo conto che si è fatto pomeriggio, ma io come per un dolce a fine pasto, mi tenevo quello che credevo il padiglione più interessante per ultimo. Non vedo l’ora di incontrarmi faccia a faccia, separati da un vetro naturalmente, con i doberman della performance di Anne Imhof (Germania). Invece arrivo lì e niente cani, soprattutto niente performer, era già tardi. Incrocio  solo  due doberman passare al guinzaglio, cattivi e agguerriti, naturalmente addestrati a fare questo. Entro comunque e immagino, o almeno provo a farlo. La costruzione del luogo comunque fa capire molto, il pavimento è alzato da terra di forse un metro e trenta con un secondo pavimento tutto in vetro. Quindi cammino con una certa instabilità con la paura di cadere in continuazione, vedo oggetti, mancano i corpi e i suoni, purtroppo, ma il senso di inquietudine e di insicurezza è forte. Ed è in fondo l’insicurezza dei nativi-digitali, quella che hanno loro di fronte al mondo, dove vivono cercando punti di riferimento. Esattamente come camminare su un pavimento trasparente.

Tornando a casa con ancora il mal di mare che mi fa girare la testa, penso che l’Arte è si Viva e forse inizia anche a dialogare meglio con il pubblico, e che per fortuna è sempre contemporanea al suo tempo. Ma soprattutto, l’Italia dopo tanti anni finalmente, ha mostrato il suo lavoro più bello, anzi magico.