Salone del Libro di Torino #3. Oltre il confine. Confini

“Oltre il confine”: il tema del Salone del libro di Torino si concretizza visivamente nella partecipazione, nel calore elettrico che si respira nell’aria, nei numeri che hanno superato ogni aspettativa. Anche i piccoli editori – il Salone sta lì, in fondo, nel poter parlare con chi nell’editoria ci lavora, e che oggi manifesta qualche timido ottimismo in più rispetto all’anno scorso.

Nella giornata che vede la vicina Milano attraversata dalle centomila persone che marciano contro i muri, per una società più accogliente e giusta, ci si aggira fra sale e stand, in mezzo a una kermesse caotica e quasi sempre composta, cercando di cogliere la chiave di lettura che si offre, palese, quasi ovunque.

Prendiamo la lezione su Ungaretti di Carlo Ossola (Ungaretti, poeta, Marsilio 2016). Al di là dell’accusa, in sé non del tutto fondata, di adesione al fascismo, la vicenda umana e poetica di una delle voci più importanti del panorama poetico del Novecento. Ungaretti, è il poeta dei fiumi, e i fiumi non hanno radici, ma vanno e scorrono; toscano nato ad Alessandria d’Egitto sboccia poeticamente in una Parigi che, agli inizi del XX secolo, era un coacervo di culture, e proprio per questo terreno fecondo. Ma è con La terra promessa che il tema dell’appartenenza assume un rilievo centrale, trasfigurato nella figura evanescente di un Enea che incarna ogni profugo, ogni anima errante. Ed è segno del profondo legame fra Ungaretti e la cultura europea che Paul Celan, poeta ebreo rumeno (ma di lingua tedesca), come viatico del suo viaggio in Terra Santa decide di tradurre proprio quest’opera ungarettiana.

Lo sfondo storico nel quale si inquadra la storia della famiglia Mann (Tilmann Lahme, I Mann. Storia di una famiglia, EDT 2017) è analogo, diverse le fortune di questo complicato gruppo familiare nel quale tragedie private e successo planetario si confondono. Una famiglia in cui sangue ariano brasiliano si confondono, in cui i confini, una volta fuori dalla Germania nazista, fra Svizzera, Italia e Stati Uniti, sembra non esistano più (salvo poi concretizzarsi proprio negli USA, durante il maccartismo, nei confronti della figlia Erika). Tanto che uno dei figli di Thomas si chiede, svagato, quale noia sarebbe stata la sua famiglia se il padre non avesse sposato un’ebrea.

Muoversi in Europa, oggi, può avere molti colori diversi, può significare rifondare una famiglia, o avere relazioni a distanza con quella d’origine. È questo il tema del libro di Giacomo Mameli, Come figlie, anzi (CUEC 2017), nel quale l’autore raccoglie, senza intervenire, le testimonianze di quelle che chiamiamo “badanti”. Donne che spesso provengono dalle terre dell’Est e che si prendono cura di anziani a volte lasciti soli dalle famiglie. Un vuoto colmato da donne che con cura e amore riempiono un vuoto, creando legami che ricostruiscono, di fatto, nuove realtà familiari. Le donne intervistate da Mameli spesso hanno una qualifica che nel nostro paese non possono spendere, laureate capaci però di fare anche le infermiere o l’idraulico, se necessario. E che di fronte ai compiti da figlia che di fatto vengono loro richiesti, devono gestire la relazione a distanza con i figli, con i mariti. Le badanti sono depositarie di memorie, crocevia vive di lingue, culture, sapori. Storie non tanto lontane da noi, se il libro si conclude, senza concludersi, con la storia della giovane sarda Gonaria, che parte per Londra alla ricerca di un’occupazione che nella sua Sardegna non trova.

Ma oltre il confine ha anche il senso dell’attraversamento delle lingue, e del tempo: la traduzione è l’altro nodo che questo Salone intende affrontare. E valicare i confini della lingua e del tempo è impresa ancora più ardua, con la quale si cimenta Stella Sacchini (Lo specchio dell’uomo. Frammenti greci sul vino, Armillaria 2016). Tradurre come operazione di mediazione culturale, non solo di erudita filologia. Il confronto con testi che nella loro brevità, talora enigmatica, concentrano un peso da macigno. Ma tradurre è necessario, sempre: ogni traduzione arricchisce il testo, e la lingua di arrivo. Questa, in particolare, è una traduzione moderna, che veicola anche le esperienze che la traduttrice ha fatto con la contemporaneità, e che prova a renderci, a noi così lontani nello spazio e nel tempo, il suono della ritmica antica.

Il Salone è questo, è molto altro che si perde inevitabilmente, mentre ci si sposta da un punto all’altro del Lingotto, e ci rammarica di non essere ubiqui.

 

Lidia Massari

Lidia Massari

Nasce in una piovosa notte d'ottobre, tenendo desti i genitori per quella e per molte altre notti a venire. Impara a leggere a quattro anni, e nei quaranta (e rotti) successivi non smette di farlo, anche per conto di terze persone. Si laurea con una tesi sperimentale sulla malattia d'amore. Da allora vive tentando di insegnare lingue morte a giovani teste vive ideando curiosi esperimenti (frequenti i fallimenti). Giura alla luna che non scriverà mai niente, ma è una menzogna notturna. Sta attualmente valutando cosa fare da grande.

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