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Burlesque. Donne imperfette ma sensualissime irridono gli stereotipi femminili

Il termine Burlesque si associa a un genere di spettacolo parodistico nato nella seconda metà dell’Ottocento nell’Inghilterra Vittoriana e adottato poi negli Stati Uniti dove ebbe un tale successo popolare da essere definito le foliès dei poveri. Il motivo di tale acclamazione era dovuto alla leggerezza e alla comicità della mise-en-scène ma soprattutto alla presenza di nudi femminili che divennero veri e propri siparietti che via via si fecero portanti dell’intera rappresentazione.

Candy Rose [2014.05.17] by Guido Laudani
Tra le prime dive del burlesque di quegli inizi si annovera la ballerina londinese Lydia Thompson che con la sua troupe, The British Blondes, portò il suo piccante spettacolo in Europa e negli Stati Uniti. Accanto – la britannica Nellie Farren al Gaiety Theatre, tra tutte – e dopo altre la seguiranno aumentando nella pantomima gli aspetti più audaci e portando il burlesque a conoscenza anche del gran mondo. Ad esempio, negli anni Venti e Trenta un’esotica Josephine Baker, più burlona e fuori dagli schemi della rivista rispetto all’antagonista Mistinguett, divenne una vera icona Art Deco di recite vaudeville quasi già burlesque molto frequentate e pubblicamente applaudite. Poi, fu un’autorevole, serissima fotografa nata nel Bronx, Margaret Bourke-White – prima corrispondente di guerra donna e la prima donna fotografa per il settimanale “Life” – a narrare per immagini questo mondo, nel 1936, spiando nel Backstage.

Dal primo dopoguerra questa rappresentazione si ritagliò un posto autonomo tra gli show leggeri insistendo, con il passare degli anni, sulla licenza di spogliarsi: nomi come Barbara Yung, Gipsy Rose Lee, Jennie Lee – che sognava una Burlesque Hall of Fame, museo di livello mondiale, con alloggi economicamente accessibili per i ballerini in pensione e una scuola per aspiranti burlesque-girls (e man) –Dixie Evans – che proseguì e concretizzò il sogno dell’amica www.burlesquehall.com, Tempest Storm, Blaze Starr, Ann Corio, Sally Rand, Lili St. Cyr hanno fatto della particolare vestizione e svestizione un’arte dell’ironia e dell’autonomia femminile che è passata anche attraverso tabù e moralismi: superati con ostentata, colorata levità.

Da quei suoi primi anni, il burlesque si è modificato, scandalizzando ma anche interagendo con i cambiamenti della pubblica morale e i gusti della collettività; talvolta, sovrapponendo e confondendo i generi: a suo modo, anche la mitica pin up Bettie Page, l’eroina fetish, è associabile a tipologie burlesque, nonostante che al palcoscenico abbia preferito più spesso le foto e la pellicola.

Dimenticato un po’ dalla metà degli anni Sessanta, relegato a residuo rétro, negli anni dell’impegno politico ha vita più dura, eccezion fatta per lo storico Teatro Troc Burlesque a Filadelfia le cui paladine furono eternate e documentate dal celebre Robert Adler. Il Burlesque torna davvero in auge solo alla fine degli anni Ottanta, recuperando nuovo impulso con la moda e la cultura vintage dagli anni Novanta e non cessando di persistere, trasformarsi e rafforzarsi negli anni Duemila: mantenendo una sua fragrante leggerezza sino ad oggi.

Ecco: oggi. Tanti siti e blog, qualche mostra, un locale apri-pista a Roma (Micca-Club) e un agitatore istrione come Alessandro Casella, un fotografo a Roma di casa sui palcoscenici (Guido Laudani), molti Corsi e un’Accademia, spettacoli, un film (Burlesque , 2010, musical contemporaneo scritto e diretto da Steven Antin e interpretato da Cher, Christina Aguilera etc.), qualche libro (Lorenza Fruci, Burlesque. Quando lo spettacolo diventa seduzione. Storie, dive e leggende di ieri e di oggi, 2011, ed. Castelvecchi, Roma), persino un documentario radio in più puntate (realizzato dal giornalista Daniel Bilenko per RSI Rete Due, il secondo canale radio svizzero di lingua italiana, Burlesque, mon amour, 2016 ) e un docufilm (Burlesque. Storia di donne, pure della Fruci, di imminente uscita ma già in concorso al RIFF 2015 nella sezione Documentari Italiani).

Questo particolare spogliarello teatrale del camuffamento, del vedo-non-vedo interpretato ad hoc, ha una sua dose di ritualità dove la bellezza e la sensualità sono rappresentate delle artiste sul palco che dichiarano, a loro modo, una differente idea del femminile, irridendo spregiudicatamente gli stereotipi e, per esempio, non celando qualche umanissima imperfezione. Una smagliatura, qualche chilo di troppo, una piccola ruga, cicatrici, un accenno di cellulite, un naso importante…: se ci sono, sono portati tutti in questi giochi di signore che confessano egocentrismo e narcisismo ma che mostrano alcune verità di un femminile non facilmente perdonato in un mondo dell’immagine edulcorata e di modelli muliebri irraggiungibili perché troppo impeccabili, dunque irreali. Le lady del Burlesue, allora, sanno anche rendere giustizia alla donna vezzosa ma consapevole e, soprattutto, in pace con il proprio corpo, sia come sia: ciò, a partire da loro stesse. Le scene, i balletti, lo spogliarsi secondo i propri limiti, la pièce danno vita a quadretti accattivanti dove il glamour è tutto in quel che è lì, con una sua autenticità: senza, cioè, quell’affettazione esasperata di certa comunicazione pubblicitaria, quella banalità di tanta produzione televisiva, quell’eccesso di photoshop ovunque e quell’assenza di garbo dell’industria del porno.

Tutto è  portato avanti ironicamente ed è persino rintracciabile – a saperla vedere – un’ipotesi appena accennata di un dialogo (possibile) con la storia dell’arte e della Fotografia: non è forzato un richiamo ideale a tanta arte del corpo in scena e a un certo travestitismo volutamente esibito, eccitante, spettacolarizzato. Si pensi a Vander Clyde, o Vander Clyde Broadway, in arte Barbette, pioniera del Queer, che nel Novecento affascinò i Surrealisti e insegnò ad ancheggiare a molte attrici (e attori: Tony Curtis en travesti in Some Like It Hot); o alla precedente attitudine briosa e voluttuosa dell’ottocentesca Contessa di Castiglione, che amava mascheramenti ed esposizioni di fronte alla macchina fotografica, per esempio di Pierre-Louis Pierson. Ebbene: se non c’era un intento farsesco negli spettacoli di Barbette e, men che meno, negli scatti di Man Ray, e non si comunicava nulla di farsesco nemmeno nelle foto della Contessa, ciò è invece una prassi nel burlesque. Che vive di lazzi inventati dai protagonisti, che scopriamo anche maschili. Donne e, dunque, uomini – quelli del boylesque –  sono maschere, impersonano tipi, umori e caratteri con carica vitale e allegra fuori dal comune, tra giochi di luce, tendaggi, ciprie e ciglia finte, lungi guanti, tacchi a spillo, boa di piume, lustrini e vestitini strizzatissimi che non hanno nulla da invidiare a quelli della mediatica Dita Von Teese (nota anche per la sua liaisons con Marilyn Manson, non a caso un altro re del travestimento) e possono ricordarci i video musicali e le trasformazioni di Cher e uno specifico momento – tra i suoi migliori – della pop-star Madonna, che con il burlesque ha saputo flirtare ottimamente.

Il burlesque è tutto questo: una cultura creata da stratificazioni storiche dell’immaginario popolare e non solo, oggi anche più sofisticato, e arricchita di formidabili citazioni; un patrimonio visivo e performativo leggero ma creativo, di pervicace potere comunicativo, di grande capacità seduttiva e di scardinamento, a suo modo, di preconcetti e cliché sul femminile (e anche sul maschile!). Se è anche qualcosa di frivolo e forse ancora – per molti – vagamente scandalosa, ebbene: se è vero che la bellezza è negli occhi di chi guarda, allora anche l’oscenità e il peccato lo sono. Così, la mostra indirettamente conferma che: “Non c’è nessun peccato, tranne la stupidità.” Parola di Oscar Wilde.

 

Una mostra fotografica di Guido Laudani –non nuovo a mostre sul tema, primo tra i fotografi a immortalare in azione, cioè in scena, il cosiddetto new-Burlesque e mantenendo un proprio stile riconoscibile – titolata  L’arte del Burlesque è in agenda a Roma da  NAT e Balzoc: una ventina di foto, un abito di scena dell’Atelier Ultramoderno di Madame de Freitas, Roma e (forse, a sorpresa) improvvisazioni sceniche (10 – 24 giugno 2017 da NAT, Via Leonina 87 Roma – tel.: 06.48930663)

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