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Jan Fabre, Glass and bone sculptures 1977-2017. Evento Collaterale 57. Biennale di Venezia

Perdersi tra le calle veneziane per poi ritrovarsi faccia a faccia con vanitas contemporanee realizzate dall’estro creativo di uno dei maggiori artisti viventi della scena internazionale: Jan Fabre (Anversa, 1958). L’eclettico belga – artista, coreografo, regista teatrale e sceneggiatore – ritorna nella città lagunare, dopo la sua partecipazione alla Biennale Arte del 1984 presso il padiglione nazionale del Belgio e successive mostre ed interventi installativi, con un progetto appositamente ideato per una suggestiva location situata nel sestiere di Dorsoduro, tra il ponte dell’Accademia e la punta della Dogana.

Jan Fabre, Glass and bone sculptures 1977-2017

Ospitata all’interno della sconsacrata Abbazia di San Gregorio, Glass and bone sculptures 1977-2017, visibile fino al 26 novembre 2017, è solo uno degli infiniti eventi collaterali della 57° Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia.

Una vasta esposizione, a cura di Giacinto Di Pietrantonio, Katerina Koskina e Dimitri Ozerkov, che sintetizza la sua quarantennale ricerca imperniata sul tema della metamorfosi e sulla caducità dell’esistenza. Riflessioni filosofiche, spirituali e politiche sulla vita e la morte s’intrecciano nelle oltre quaranta opere in vetro e ossa selezionate, invitando l’osservatore a meditare sui concetti dialettici di fragilità e durezza, ombra e luce, trasparenza e opacità, tangibile e intangibile, inizio e fine.

Lavori di varie dimensioni in cui elementi primordiali e nozioni ancestrali s’intrecciano col fine di rovesciare appurate concezioni e disorientare l’utente chiamato a rintracciare inaspettati legami e allusioni temporali. Esemplare di ciò è il vetro che, come afferma il curatore Ozerkov, «per sua natura si discosta profondamente dal concetto di morte, spesso simboleggiata da ossa in decomposizione» (Dimitri Ozerkov, Solo l’immaginazione sopravvive, testo critico in catalogo). Ossa e vetro, accostati per la loro congenita flessibilità, riconducono l’artista a ricordi d’infanzia come lui stesso ha dichiarato: «la motivazione filosofica e poetica che mi ha portato ad unire vetro, ossa umane e di animali è da ricercarsi nel ricordo di mia sorella più piccola che giocava con un oggetto in vetro, ho quindi pensato alla flessibilità della struttura ossea umana e alla flessibilità con cui il vetro viene prodotto. Alcuni animali e tutti gli esseri umani nascono da un utero proprio come il vetro fuso fuoriesce da un forno. Entrambi possono essere fusi, piegati, gli si può dare una forma con una certa libertà».

Incipit della personale è l’inedito The Pacifier (1977), un ciuccio simbolo della metafora di cosa è per lui l’arte: «un qualcosa che ti conforta e ti ferisce allo stesso tempo» per via dei molteplici aghi vitrei che costellano l’infantile oggetto. Nella stessa sala, posta nel piano inferiore, una croce verde smeraldo, su cui è adagiato un serpente, propone l’antitesi tra differenti visioni – bene VS male – che si fronteggiano trovando un temporaneo compromesso; mentre negli angoli un mucchio di friabili ossa rinviano la mente ad immagini apocalittiche prese in prestito dall’arte pittorica medievale del nord Europa (Durer, Bosch). Obiettivo ultimo di Fabre è, infatti, l’impiego di materiali tipici della tradizione fiamminga – i cui maestri erano soliti miscelare ossa triturate con i pigmenti colorati – e l’artigianalità dei vetrai veneziani. Allegorie dell’esistenza, queste sostanze, resistenti ma delicate, modellano corpi umani e animali mantenendo la loro naturale cromia oppure, al contrario, sono dipinte di blu, colore tipico della penna a sfera Bic che il creativo utilizza da anni per narrare l’Ora Blu – quel momento crepuscolare in cui avviene il passaggio dalla notte al giorno o viceversa – segno di confine e mutamento del tempo naturale.

Proseguendo il percorso si accede ad una stanza il cui pavimento è quasi interamente occupato da un’installazione composta da sfere in vetro – sia trasparente sia colorato – disposte a imitazione dei canali locali intervallati da felici isolotti abitati da acromatiche tartarughe, sinonimo di longevità, contrapposte ad eloquenti scatole craniche, onnipresente rimando alla fugacità della giovinezza e della beltà.

Al centro del chiostro dell’edificio medievale Holy Dung Beetle with Laurel Tree (Il sacro Scarabeo Stercorario con l’albero d’alloro, 2017) distoglie lo spettatore dalle precedenti visioni grazie alla straniante connessione e trasformazione inscenata tra l’animale scarabeo e il vegetale alloro. Qui ritorna la fascinazione sia verso il mondo espressivo fiammingo e le sue vanitas, in cui il coleottero compare come rappresentazione simbolica del passaggio tra la vita e la morte; sia verso riti e culture secolari: dalla sacralità egiziana per l’animale al mito greco di Dafne che fugge dal dio Apollo tramutandosi in alloro.

Salendo al piano superiore lo sguardo è, invece, attratto da Monk (2004): un abito-scultura creato grazie al paziente assemblaggio di un’infinità di piccole ossa, mera allusione alla perentoria frase biblica «polvere tu sei e in polvere ritornerai» (Genesi – 3.19). Sempre lungo il corridoio una fila di sedici teschi antropici in vetro blu (Skulls, 2017) si confrontano con scheletri di pappagalli, talpe, rospi e tartarughe – animali simbolo delle corporazioni medievali di Anversa – suggerendo la perenne lotta tra cacciatore e preda e, anche, alla breve durata della vita e, quindi, alla sua prossima conclusione. Un eterno ritorno ribadito nelle sale adiacenti dove leggiadri spermatozoi volteggiano intorno a ovuli in attesa di essere fecondati (Planet I-IX, 2011); mentre altrove l’installazione The Catacombs of the Dead Street Dogs (2009 – 2017) presenta i postumi di un festino con tanto di carcasse abbandonate in contrapposizione a colorati coriandoli pendenti dal soffitto, accenno sia ai molteplici Trionfi della Morte o Memento mori realizzati da illustri artisti come Pieter Brueghel il Vecchio sia a scene maggiormente spiritose come la Danza della Morte, tipica del folclore dei popoli nordici.

Infine, l’ultimo vano accoglie La canoa, collocata parallelamente al Canal Grande, realizzata nel 1991 per muovere una critica verso le crudeltà compiute dai belgi in Congo. Un’opera che oggi assume una nuova accezione politica riportando implicitamente la mente dello spettatore al drammatico fenomeno dell’emigrazione dei profughi verso la salvezza: l’Europa.

Principio e fine, alfa e omega, Glass and bone sculptures 1977-2017 di Jan Fabre vuole evidenziare la forza e la capacità, insita negli esseri viventi, di rigenerarsi attraverso un continuo movimento che va dal Sacro al Profano, dall’antico al contemporaneo, dalla tradizione alla religione e dal materiale all’immateriale.

Info mostra

  • Jan Fabre | Glass and bone sculptures 1977-2017
  • Evento collaterale della 57. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia
  • a cura di Giacinto Di Pietrantonio, Katerina Koskina e Dimitri Ozerkov
  • fino al 26 novembre 2017
  • Abbazia di San Gregorio
  • Calle Bastion Dorsoduro, 172 – 30123 – Venezia
  • ingresso libero – orario: lunedì – domenica 11:00 -19:00
  • Ufficio Stampa – CLP Relazioni Pubbliche | www.clponline.it, Anna Defrancesco anna.defrancesco@clponline.it

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