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Letteratura inaspettata #16. Minerva di Filippo Agostini

Minerva, come la scatola dei fiammiferi, è il soprannome che la borgata romana del Tufello, negli anni cinquanta dà a Maria, una ragazzina sempre troppo magra e con i capelli rossi capitata lì, mentre suo padre avrebbe voluto un maschio di cui essere fiero, ma intenzionata a non cedere neanche un briciolo della sua curiosità per il mondo.

Minerva (Editrice Zona) di Filippo Agostini è il racconto di alcuni nostri ieri, all’inizio degli anni ’70 e appena dopo, mentre la borgata si snaturava e il personale diventava politico (ma solo raramente viceversa).

Minerva cresce e scopre e diventa grande scandita dagli eventi di quegli anni, dai ricordi dell’autore, dalle canzoni pop e di protesta, sempre molto acuta, intelligente, corazzata, ma senza mai prendere una posizione, come acqua che, nonostante tutto, si adegua agli oggetti che trova lungo il suo scorrere.

Piacevole, a volte inaspettato il ricordo, ma chi è questa ragazza che si sente libera senza fare della sua libertà una rivendicazione? Non è facile parlare di donne e parlarne in prima persona, Agostini racconta che ha intervistato innumerevoli ragazze di quel periodo, eppure, secondo me, fra alcune imprecisioni commette lo sbaglio di focalizzarsi sul confronto della classe scoiale dei protagonisti, poveri ma belli contro ricchi e probabilmente criminali o solamente stupidi.

E poi quella morbosità rarefatta nel raccontare una scelta “fuori dalle righe” che Minerva compie. Non che sia una soluzione impossibile (pur se forse, vista la sua facilità, assomiglia ad una scelta più contemporanea), o che i sentimenti che la accompagnano non siano stati provati da molte altre donne.  Ma sarebbe stata più convincente e meno moralista se fosse stata una scelta di curiosità e non il risultato scusato di una condizione psicologica e sociale.

Nell’insieme il libro corre via veloce fra le memorie riposte o illuminando scoperte attuali.

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