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John G. Avildsen e il sogno americano. Com’è attuale Rocky

Il 2017 è un anno sormontato da un vento costante che porta via, tra gli altri, attori, musicisti, artisti, registi. Ci ha lasciati a 81 anni John G. Avildsen, noto per aver diretto film imprescindibili, come Rocky e Karate Kid.

John G. Avildsen e Rocky Balboa

Avildsen ci lascia in un momento storico in cui la boxe ha sfondato in ogni media. Cinema, programmi tv, pubblicità, carta stampata: è l’impero dei guantoni, anche al femminile. Creme di bellezza, automobili, rasoi, profumi… tutto si può conquistare sfidando il proprio destino, boxando con l’ombra (parafrasando il titolo del libro di Alessandro Cappabianca).
Persino in ambito accademico si parla a testa alta di cinema e boxe, con Tesi di laurea dedicate.

Era un uomo coraggioso e generoso, Avidsen, tanto da accettare di girare negli anni 70 un film di boxe scritto e interpretato da un attore che allora era il signor nessuno, ma che grazie a quel film diventerà lo stimato Sylvester Stallone.

In un’intervista recente andata in onda su RaiDue, lo stilista Alviero Martini ha dichiarato che negli Stati Uniti c’è l’orgoglio di scoprire giovani talenti, cosa che, lamenta Martini, in Italia manca. Frank Capra, il regista, arrivò negli USA poverissimo, ma pieno di volontà e intelligenza. Un mentore lo fece studiare è così divenne il grande Maestro del cinema che tutti noi conosciamo. Poi, una volta famoso, il nostro Paese ci tenne a dargli riconoscimenti, targhe e strette di mano. Poi.
Come dice Alviero Martini “in Italia se non sei nessuno non ti si fila nessuno”.

In questo senso, Rocky non è solo la storia di un pugile, ma quella di un italoamericano destinato a vivere ai margini del sistema americano, ma che grazie al suo talento, al fatto di imparare a coltivare la tenacia, grazie all’appoggio di un mentore (il suo manager, allenatore) e di una donna che lo ama per quello che è veramente, combatte per diventare campione del mondo, per andare oltre i propri limiti. In cerca di un riscatto sociale, Rocky non vince l’incontro, ma conquista qualcosa di più grande: essere riconosciuto come un avversario stimabile e avere una propria famiglia. Da tirapiedi della mafia, ma con un grande cuore, conquista un ruolo sociale pulito.
È così che Rocky incarna il sogno americano.

Il film del 1976 diviene subito un cult, uscendo dal ghetto dei film di sport, ispiratore per i giovani di diverse generazioni, dando la celebrità anche ad Avildsen che con Rocky vince l’Oscar per la Regia.
Questi sono i tempi in cui l’Italia ha bisogno della filosofia di Rocky, le nuove generazioni e non solo. Il secondo film cult di Avildsen, Karate Kid, passa giorno dopo giorno da un canale tv all’altro; è un film contro il bullismo e la sopraffazione dei deboli ed è di un’attualità sconvolgente. Anche perché, oggi quei bulli sono diventati grandi. Sono genitori, dirigenti, politici, uomini e donne di potere. Ma ancora non hanno imparato la lezione, anzi stanno cercando di plasmare la società a propria immagine e somiglianza, sono nella scuola, nei media, nelle stanze dei bottoni. Ma i Rocky e i Daniel-san di oggi non mollano. Perché come dice Eric Greitens “non si abbandona mai la battaglia”.

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