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Bhinna Vinyasa. Quando la danza indiana supera il contemporaneo e annuncia il futuro

Inizia con una pioggia di simboli proiettati come una cortina in movimento fra il pubblico e il palcoscenico Bhinna Vinyasa, lo spettacolo di danza contemporanea dall’India che apre il  quinto Summer Mela Festivalil festival di Cultura e Arte Indiana che FIND organizza e promuove con la direzione artistica di Riccardo Biadene.

Simboli bianchi, trasparenti, su fondo nero, fitti come un giornale in negativo che, all’acquietarsi della loro tempesta, disvelano i sei danzatori dell’Attakkalari Centre for Movement Arts di Bangalore ed i loro cubi che di volta in volta saranno piedistallo, letto, scala, nascondiglio, ricordo, presente, trottola, idea.

Lo spettacolo, creazione del coreografo Jayachandran Palazhy  si anima sulla colonna sonora di musica elettroacustica del compositore tedesco Martin Lut che, stratificando suoni, accordi ed elementi di musica carnatica (India del Sud) a sua volta distorta, amplificata, reinventata, ha creato una partitura musicale incalzante, piena di sospensioni,  attese e scoperte.

I costumi (di Aloka Gloria D’Souza) conducono a un immaginario post atomico, ma al contempo riportano in vita la battaglia epica fra i Kaurava e i Pandava narrata nel Mahābhārata; le sagome che si delineano in controluce sono quelle degli dei indiani, ma anche quelle di giovani atleti contemporanei che usano il corpo, il gesto, l’acrobatica come fonte di espressività e con quello narrano una storia di trasformazioni, mutamenti e futuro in divenire.
La drammaturgia di Andrés Morte Teres indica, infatti, l’esplorazione di viaggi metafisici che hanno origine negli antichi concetti dell’ātman (anima individuale) e del paramātman (anima universale).

Eppure lo spettacolo a cui ho assistito è stato capace di andare oltre le parole che sono servite a definirlo. Ogni postura è richiamo a un dipinto, a una miniatura, a una posizione yoga, a una statua di un dio o di una dea; ogni movimento ha il suo culmine e il suo sats (la sospensione dell’azione prima del suo manifestarsi) nell’immagine tradizionale che conforta, per poi scomporsi, dissolversi e ricrearsi in un nuovo gesto, con un nuovo significato, forse ancora non sperimentato.

C’è l’arte, la letteratura, ci sono gli archetipi culturali  che si infrangono sulla proiezione di immagini optical, dai colori acidi o su quella di soffi sospesi nelle nuvole di fumo, scenografia digitale del media artist Luca Brinchi e del light designer Shymon Chelad diventando una cerniera fra il conosciuto e lo sconosciuto. A volte le righe verdi e nere che corrono in direzioni e velocità impreviste, impediscono di soffermarsi sulla storia narrata e, complice la musica elettronica che distorce o batte, o straniante, precipitano l’attenzione in un vortice molesto che pure, rapidamente, ancora una volta, si trasforma e trasforma.

Su ogni tecnica o costruzione scenica emergono i danzatori Meghna Nambiar, Sylvester Mardi, Hema Bharathi Palani, Parth Bharadwaj, Anindita Ghosh, Snigdha Prabhaka dalle fisicità morbide, quasi impensabili per un danzatore europeo, eppure capaci di utilizzare il corpo secondo le tecniche e le prassi coreografiche comprensibili a tutti e, al contempo di inventare linguaggi, paesaggi, evocazioni e interazioni inaspettate.

Per farsene invadere.

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