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Labirinto/Labirinti a Teatri di Pietra. L’amore è un labirinto nel quale si continua ad errare

La ribellione al vuoto che la cultura ufficiale nelle ultime estati annuncia con un susseguirsi di molteplici nulla, prende vita qui.
Qui si realizza il tentativo di dare spazio a nuove voci, a nuove drammaturgie radicate e senzienti (quelle che non sono quelle premiate con pochi elogi ed ancor meno spiccioli, quelle dei giovani che riescono ad accettare perché del futuro hanno una visione dolorosa e in salita), qui a Teatri di Pietra, nei suoi luoghi differenti che, da diciotto anni, fa dialogare grazie al Teatro, i temi della mitologia e del Mediterraneo e il fascino dilaniante dei luoghi antichi.

Qui, alla Villa di Livia  area archeologica arroccata fra Prima Porta e il Labaro in una campagna piena di cicale.
Era la villa di Livia Drusilla, moglie dell’imperatore Augusto e il passeggiarci è una continua scoperta di mosaici e affreschi e racconti dipinti sulle pareti che ancora racchiudono i misteri delle stanze imperiali. Attorno gli alberi di prugne offrono frutti agli spettatori che entrano nel piccolo spiazzo dove, al tramonto si può assistere alle letture teatralizzate dei testi scelti dal Direttore artistico Aurelio Gatti: drammaturgie classiche e del mito in riletture moderne o contemporanee.

Ho assistito allo spettacolo che ha concluso la rassegna alla Villa di Livia, Labirinto, Labirinti. Una metafora dell’amore di Valeria Moretti nell’interpretazione forte e avvolgente di Gianni De Feo.

Teseo che cammina lentamente, passo dopo passo, accompagnato dalla sua ombra ci apre una visione immaginaria e nuova del mito. Teseo, il guerriero forgiato per condurre l’impresa dell’uccisione del Minotauro, è un viandante sorpreso e impaurito da Eros, il desiderabile che sboccia fra i meandri del Labirinto. In Arianna, ma anche in Asterione, suo fratello, orrendo mostro, diverso “qualcosa di immensamente grande e potente“.

Uccide il Minotauro, Teseo, ma non vorrebbe farlo, è Arianna che quasi lo istiga: “Uccidilo Teseo. Perchè io lo amo e ne ho paura.” è Arianna con il suo filo che lo costringe a ritrovare la luce quando lui avrebbe voluto ancora riposare fra le strade buie e intricate; è Arianna che con il suo filo lo lega e lo soffoca e dunque deve essere allontanata. Abbandonata.

Asterione, lo stellato, è qui il perno che fa girare le passioni, il fulcro della potenza erotica, guerriera, inarrestabile, ma, in realtà, è un essere mite, potente e dolce, “irriducibilmente altro” che non appare se non nel raccontare, nel ricordare, nel sottrarre e nel sottrarsi che fa Teseo mentre scopre, per bocca delle donne che costellarono il ritorno di Ulisse, che “l’amore è un labirinto”, lo stesso in cui, nonostante la serata percorsa da un vento leggero,  ci siamo rinchiusi volontariamente anche noi che assistiamo a questo racconto.

Il ritmo delle parole, la scelta di De Feo di renderle uno strumento dalle molteplici possibilità (la voce, l’intenzione, il gesto, l’invito, la sospensione, il cambio…), hanno offerto, alla liquidità del testo un’ossatura dinamica capace di avvolgere come una spirale suggerendo luoghi e azioni che sono i luoghi e le azioni di ciascuno spettatore.

Le musiche, fra mantra, sonorità impreviste e brani di Laurie Anderson che penetrano, si spezzano, si ripropongono inaspettati, contribuiscono alla creazione di un’atmosfera ancestrale, quella che abbiamo amato, quella che ci aiuta a ritrovare i sentieri del nostro sacro.

Quella che ci serve a scoprire che “si è vicini a se stessi solo errando“.
In qualsiasi modo si  intenda l’errare.

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