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L’art est inutile, rentrez chez vous. Milano bambina racconta Kandinskij

L’arte è inutile, tornate a casa: lo scriveva l’artista Ben Vautier a caratteri cubitali bianchi su fondo rosso e la sua provocatoria ecriture lo rendeva uno degli autori più noti della scena francese. Era il 1971 e già l’arte aveva esplorato quasi ogni angolo del vedibile, del sentibile, del toccabile, si era fatta performance e concetto, circumnavigando il figurativo per poi, eventualmente, tornare indietro. Con una libertà d’azione che si fa norma e regola quando non è abuso, sede privilegiata della critica e posto d’onore dell’incomprensione, nonché motivo della maggior parte delle morsicate di lingua che mi sono autoinflitta in questi miei primi ventun anni.

Ma nell’arte, come in ogni altro ambito, il lusso dello spreco è il pronipote ingrato di conquiste antiche e sofferte, quando dai sobborghi di Parigi e di Dresda si muovevano i primi passi in direzione ostinata e contraria, quando la vera rivoluzione la facevano gli impressionisti con le loro figure sfaldate e i giochi di luce sulle camicette delle signorine di Argenteuil.

Mi piace raccontarmela come una bella storia, quasi come una fiaba, questa liberazione progressiva dal figurativo. Come la favola del giovane giurista russo che a venticinque anni si incanta davanti alla serie di covoni di Claude Monet, chiedendosi quanto sarebbe stato bello, se quelle forme e quei colori non avessero significato null’altro che “pentagono rosa” e non più “mucchio di fieno”. Lo stesso piccolo moscovita che rimaneva incantato davanti alle illustrazioni delle leggende del suo paese. Lo stesso quarantenne ormai affermato professore di disegno che rimarrà folgorato davanti alla visione della propria opera rovesciata, affermando da lì in avanti: “l’oggetto nuoce ai miei quadri”.

Mi piace raccontarla così, la storia di Wassily Kandinkij (Mosca, 16 dicembre 1866 – Neuilly-sur-Seine, 13 dicembre 1944) come una favola in cui le cose succedono quasi per magia, come la fiaba del cavaliere azzurro e della leggerezza con cui ha rivoluzionato l’arte europea. E mi è piaciuto ritrovarla, questa stessa atmosfera di racconto infantile e profondo nell’esposizione  dedicata al padre dell’astrattismo ospitata al MUDEC di Milano fino al prossimo 2 luglio.

Una mostra che si impegna ad andare oltre la semplice esposizione di opere più o meno conosciute, ma intorno all’evoluzione della pittura di Kandinskij tenta (con ottimi risultati) di ricrearne l’universo. Ne risulta un microcosmo di oggetti coloratissimi, stampe tradizionali, icone dorate e giochi per bambini. Un rincorrersi delicato di cantilene russe e sinfonie di Schönberg, in dialogo rilassato e accattivante anche con lo spettatore più diffidente, grazie agli enormi pannelli interattivi che monopolizzano l’ultima sala.

Così che al termine del percorso, nonostante la presenza di quadri fra i più conosciuti dell’arista, quello che rimane non è la folgorazione della singola opera, o meglio: anche, ma calata in una sensazione più profonda, fatta di musiche e figurine di principesse e cavalieri, cavalli e casette in legno, così come emergono da un immaginario antichissimo e rimangono nell’opera di Kandinskij fino alla progressiva e inevitabile stilizzazione.

Hanno perciò centinaia di anni e centinaia di vite, le forme e i colori che si muovono nei primi tentativi astratti, hanno un linguaggio serio e progressivamente codificato nelle splendide opere teoriche che accompagnano la produzione pittorica. Hanno la precisione studiata delle note in uno spartito, l’intransigenza divertita propria solo dei giochi per bambini. E questa credo sia la definizione migliore (se può essercene una) per l’astrattismo di Kandinskij, ovvero un gioco, così come lo definisce Huizinga nel suo Homo Ludens (1938): un’attività libera che sta consapevolmente fuori della vita comune, in quanto non è seria, ma allo stesso tempo assorbe completamente il giocatore. Non è collegata ad alcun interesse materiale, non procura alcun profitto. Procede entro i suoi propri confini di tempo e spazio secondo regole fisse e in maniera ordinata.

Mi piace quest’idea di essere fuori dal mondo, fuori dagli schemi di senso, eppure funzionare, perché l’universo alternativo e autoreferenziale che si è andato creando non ha bisogno del fuori, funziona in virtù di sé stesso, della volontà dei suoi creatori di volerci stare dentro, di godere della sua sola esistenza. E d’altronde è dall’astrattismo che l’arte si libera dall’onere della mimesi, del dovere fingere qualcosa, del misurare il proprio valore su criteri di somiglianza. È dall’astrattismo che l’arte decide di significare solo se stessa e l’uomo (uomo pittore, uomo osservatore) diventa il suo unico criterio di valutazione.

Kandinskij ne parla come di necessità interiore che, detto brutalmente, significa che va bene finché te lo senti dentro. E mi viene naturale chiedermi che cosa, che cos’è che mi sento dentro, quando arrivo all’ultima sala e mi incanta una composizione che non avevo mai visto, che si chiama Ovale Grigio, che ha colori belli e lievi come se ci avesse piovuto sopra. E mi viene in mente la storia di Grotowski, rivoluzionario regista polacco che per salvare l’essenza del teatro ha rinunciato allo spettacolo, al palco, alle luci di sala e al grande pubblico. Ha scartato tutto, perfino il regista e l’attore, e si è tenuto solo l’uomo.

Non mi pare molto diversa la scelta di Kandinskij, che dell’arte scarta le proporzioni e le figure, la prospettiva e il chiaroscuro, tenendosi solo forme e colori, per necessità interiore.

Che significa forse, come diceva Ben, che l’arte è inutile, che non produce nulla, che è come un gioco, che parla la sua lingua, che segue le sue regole e non c’entra nulla con la vita comune. E se non penso al quantitativo di soldi e assicurazioni che ci sono voluti per portarlo fino lì, in effetti Ovale Grigio non ha nulla a che fare con il fuori, il caldo, il traffico, il parcheggio che sta per scadere. Come un gioco, Ovale Grigio funziona per se stesso, esiste perché era bello per Kandinskij, è bello perché esiste anche per me e per la signora in abito a strisce che ho alle spalle, che probabilmente non abbiamo molto in comune, se non che entrambe abbiamo solo deciso di giocare.

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